I conflitti, i poteri e i tanti interessi della Rai

Dai favori alla concorrenza al ruolo del “mega direttore”: l’assetto dei “migliori” visto da chi il servizio pubblico lo conosce bene. Con il via libera del Consiglio di amministrazione, Viale Mazzini ha i suoi nuovi direttori, in un coro di applausi e complimenti rotto soltanto da voci isolate.

(DI LORENZO GIARELLI – Il Fatto Quotidiano) – Nuova (vecchia) Rai fu. Con il via libera del Consiglio di amministrazione, Viale Mazzini ha i suoi nuovi direttori, in un coro di applausi e complimenti rotto soltanto da voci isolate. Come quella del sindacato Usigrai, secondo cui “il valzer di nomine” deciso “fuori dalla Rai” dimostra “la mancanza di un progetto” per l’azienda: “La spartizione di poltrone rende non rinviabile la nostra richiesta di una legge che allontani le sorti del Servizio pubblico da quello dei governi di turno e dei partiti”.

Gli effetti – non certo nuovi o imprevedibili – della lottizzazione non sfuggono neanche ad analisti e a chi in Rai ha lavorato per anni.

Siliato. “Vantaggi per il Tg5”

Il paradosso più evidente lo sintetizza Francesco Siliato, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Politecnico di Milano: “Al vertice dei telegiornali hanno confermato chi ha avuto numeri peggiori e mandato via chi ha ottenuto risultati migliori”. Il riferimento è chiaro: da una parte Gennaro Sangiuliano, che resterà al vertice del Tg2 in quota Lega, e dall’altra Giuseppe Carboni, silurato dal Tg1. Nel mezzo, l’eterno Mario Orfeo, passato dal Tg3 alla nuova casella della Direzione Approfondimento. La considerazione di Siliato è confortata dai numeri elaborati da Studio Frasi, la società specializzata di cui è partner il professore, che ha paragonato i dati Auditel della nuova stagione dei Tg con lo stesso periodo del 2020 (condizionato dalle chiusure causa Covid) e del 2019. Scoprendo risultati interessanti: “Rispetto allo scorso anno, il Tg1 ha perso il 3,94 per cento del suo share – spiega Siliato al Fatto –, ma rispetto al 2019 segna un +8 per cento”. Numeri ben diversi da quelli del Tg2: “Il telegiornale di Sangiuliano ha perso il 21,58 per cento rispetto a dodici mesi fa, l’8,74 se consideriamo il periodo pre-Covid”. I freddi dati dicono allora che la meritocrazia conta poco: “La Rai non funziona come un’azienda normale, in cui si premia chi guadagna e si penalizza chi perde. Qui succede il contrario, segno che il criterio di scelta non è il pubblico, ma l’interesse dei partiti”. Con un corollario evidente a vantaggio di Mediaset, non certo parte disinteressata alla partita delle nomine: “Di fatto si cambia il direttore del telegiornale che dà più fastidio al principale tg della concorrenza, ovvero quello di Canale 5”.

Mineo “C’è rischio censura”

E ancor prima del giudizio sui nomi scelti, c’è un tema di poteri, funzioni e metodo. A parlarne è Corradino Mineo, per decenni volto noto Rai prima dell’addio nel 2013. Il primo problema è proprio il ruolo per cui è stato scelto Orfeo, che coordinerà tutto il “genere” Approfondimento, nella nuova concezione del servizio pubblico per cui ogni settore, indipendentemente dalla rete, sarà diretto da un unica figura. Non si sa con quali risultati: “Come puoi pensare di dirigere contemporaneamente Bruno Vespa, Bianca Berlinguer, Sigfrido Ranucci e tutti i programmi dell’approfondimento? Finisce che o non li segui, e dunque è come se non ci fossi, oppure fai il censore”. Il pericolo, secondo il giornalista, è che si enfatizzi la vocazione “privatistica” della Rai: “L’idea dei generi circolava già quando me ne andai. Il problema è che dietro ai generi ci sono spesso logiche berlusconiane”. In che senso? “Le fiction molte volte mi sembrano dei veicoli di pubblicità delle Regioni. E i talk show ormai sono costruiti trattando con gli agenti dei giornalisti e degli ospiti. La Rai in questo si è modellata su cliché Mediaset”. Il governo di tutti, poi, complica le cose. Al netto del solito conflitto di interessi legato a Berlusconi, i tecnici a Palazzo Chigi partecipano alla spartizione come un partito privilegiato: “Quelli che prima sapevano di avere la protezione di un partito se ne stavano zitti in attesa. Con i tecnici, si vede gente costretta a esporsi molto di più, a farsi notare dai nuovi arrivati. E il governo, grazie alla riforma di Renzi, ha un potere ancora più decisivo”.

Emiliani “Orfeo epurator”

Il risultato della spartizione è la rabbia del M5S, manifestata da Giuseppe Conte: “Non andremo più nelle reti del servizio pubblico”. Vittorio Emiliani, componente del cda Rai a cavallo tra gli anni 90 e 2000, non biasima l’ex premier: “La reazione di Conte è tardiva e ingenua, ma certamente c’è stata una regia per escludere i 5Stelle dalle nomine”. E non per favorire nomi il cui prestigio supera ogni polemica: “Mi sembra sia stato un compromesso al ribasso, una marmellata pericolosa che ha prodotto scarse competenze. Monica Maggioni è per tutte le stagioni, Orfeo lo associamo ai tanti cacciati durante il suo mandato da dg. Siamo alla distribuzione monarchica di posti di comando”. Emiliani non nega che la lottizzazione esistesse pure nella “sua” Rai, ma ne fa un discorso di valore professionale: “Allora c’erano dei quadri dirigenziali di indubbia competenza, che è l’unico antidoto che la Rai ha rispetto al controllo dei partiti”.

Guglielmi “Tg2 di parte”

Di tutt’altra Rai faceva parte pure Angelo Guglielmi, l’uomo che tra il 1987 e il 1994 trasformò Rai Tre in un piccolo gioiello in grado di lanciare decine di volti noti e programmi tutt’ora in onda (da Blob a Chi l’ha visto?). Oggi Guglielmi è perplesso soprattutto dalla conferma di Sangiuliano al Tg2: “Sono rimasto stupito perché credo abbia dato molte prove della sua parzialità in questi anni”. Come Emiliani, Guglielmi parla della lottizzazione come di un fenomeno antico, ma ricorda anche come riuscì a lavorare senza condizionamenti: “L’unico con cui avevo un rapporto era Walter Veltroni, che però aveva capito che avrebbe avuto maggiori vantaggi se io avessi lavorato con piena libertà. Oggi forse i politici non avrebbero la stessa intelligenza”.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica, Rai

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3 replies

  1. Conte e Letta devono trovare il coraggio di riformare la tv

    (DI GIANDOMENICO CRAPIS – Il Fatto Quotidiano) – Quando alcuni anni fa la Bbc fu investita da una serie di scandali che ne minarono l’autorevolezza, il presidente del mitico servizio pubblico di White City, Lord Patten, affermò seccato che tutti quelli che lo criticavano dovevano vedere la tv italiana, o francese o americana. Anzi, aggiunse, a nostro massimo scorno, “se preferite la tv italiana con il bunga bunga e con il primo ministro che decide chi debba guidarla, allora accomodatevi”.
    Di anni ne sono trascorsi, ma in Italia è ancora il primo ministro a decidere chi debba guidare la Rai. Come ci mostrano gli ultimi eventi, questa volta, il premier ha deciso addirittura lui, trasformando Fuortes in un fantasma, chi collocare a capo dei telegiornali, sentito il parere dei partiti e del duo Funiciello-Garofoli. Dunque, Roma non perdona. Lo sa bene Carlo Verdelli, che proprio con la nuova direttrice del Tg1 si scontrò quando era in Rai.
    Quest’ultima, per la verità, era stata paracadutata su quella poltrona in virtù di un accordo tra Gianni Letta e la Boschi, esercitandovi un ruolo più da dark lady che di guida, con l’unico risultato di bloccare il tentativo riformatore di Verdelli e Dall’Orto. Oggi sulle nomine Draghi, il Migliore (ma non era Togliatti?), fa molto peggio di Monti e soprattutto di Ciampi, dopo che l’Ad aveva maldestramente aperto le danze con i partiti. Infatti, il professore della Bocconi lasciò fare a Gubitosi, per non dire di Ciampi, che spianò la strada con la sua riforma all’unico periodo di vera autonomia dell’azienda: la cosiddetta Rai dei ‘professori’ (che non fu però esente da errori).
    C’è da dire che di fronte a quanto si stava prospettando, nessuno ha obiettato. Nemmeno Letta o Conte, il quale adesso, un po’ ingenuamente e dopo essere l’unico rimasto all’asciutto, protesta minacciando di disertare la Rai. Forse sarebbe stato meglio se lo avesse fatto prima invece di annunciare che avrebbe incontrato Fuortes: scelta più che legittima (ci mancherebbe che il leader del partito più forte non possa parlare del futuro della Rai) ma debole e pure inefficace.
    Ciò detto, se si vuol bene al servizio pubblico, se lo si vuole autorevole, la strada maestra è quella dell’iniziativa politica a tutto campo. Vigorosa. Forte. Il M5S, il Pd e LeU (la destra sul tema è in conflitto d’interessi o distratta) dovrebbero diventare protagonisti di una grande battaglia di liberazione del servizio pubblico.
    Dovrebbero mettere in cima alla loro agenda e in quella del governo, come finora non hanno fatto, le sorti della Rai, aprire un confronto alto sulla mission aziendale, la sua necessaria autonomia, il pluralismo dell’informazione pubblica e privata. Inutile ripetere che di proposte sul tavolo ce ne sono, che alcune giacciono in Parlamento da anni e che tutte sono sicuramente meglio della riforma di Renzi che, nel 2015, riuscì a fare peggio di Gasparri.
    Conte e Letta, quindi, al di là delle giuste recriminazioni del primo per essere stato tagliato fuori dalle ultime scelte, dovrebbero trovare il coraggio di alzare insieme la voce, di rifiutarsi di stare al gioco delle prossime nomine, di mobilitare i rispettivi partiti su un tema sul quale da tempo è calato il silenzio. Peggio: da decenni ci si acconcia alle vecchie pratiche, o le si subisce con logica miope sperando prima o poi, magari al prossimo giro, di approfittarne. Il più recente meeting politico sulla tv e sui media risale al febbraio 2011, organizzato dal Pd di Bersani che all’epoca rifiutò di designare i componenti del Cda che gli spettavano, chiamandosi fuori per rimarcare l’urgenza di una legge che delottizzasse la Rai.
    Fu l’ultimo, e inutile, tentativo di imporre una riforma per un’azienda pubblica che oggi rischia di essere stritolata tra il mercato e la politica. Da allora, parole a parte, c’è stata solo la palude di una colpevole inerzia nella quale pure quelli bravi, quando scelti, hanno finito per annegare.

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  2. Uno come me al limite la parte che si scrive come “Conte e” potrebbe pure digerirla, ma e’ quello che appare dopo la congiunzione che mi infonde di voglia di disgiungermi. Ma ora, dopo la figuraccia e il tradimento e la sconfitta, chi ha la faccia di riattivare il metodo senza la motivazione della speranza intonsa? Chi ha il tempo di “partecipare” se deve guadagnarsi la pagnotta? Senno’ diventa una disparita’ di classe (ed in verita’, puntini puntini puntini). La globalizzazzione e’ cravattara, il pendolo della cronaca volge a destra per l’assuefazione al potere di cambiare canale col telecomando, senza guadagno. Io non ho piu’ poteri in questa galassia, altrimenti entrerei nella biscroccia di Conte e gli farei sbaragliare tutto, in una notte, contando sul desiderio di vendetta dei rimasti. Dibba alla comunicazione, cosi’ si diverte e ripete cose non del tutto campate in aria.

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