Servizietto pubblico

(Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it) – Se c’è una schifezza del governo Draghi di cui non frega niente al sottoscritto e al giornale che state leggendo, questa è la spartizione delle poltrone in Rai. Il motivo è semplice. In nove anni che esiste La Notizia mai una volta un nostro giornalista è stato invitato al Tg1 o in talk show come Porta a Porta. Sul terzo canale, dove andavo spesso a Linea Notte, dall’arrivo di Orfeo alla direzione non sono stato mai più chiamato.

E la nostra testata, un tempo inserita in mezzo alle altre, è sparita dalle rassegne stampa. Ovviamente sono consapevole che La Notizia ha posizioni indigeribili per un certo sistema, e rifiutandoci di leccare a destra o a sinistra, siamo stati marginalizzati, per non dire censurati, da un’azienda che non si capisce per quale motivo chiamiamo ancora servizio pubblico.

D’altra parte, proprio ieri scrivevo che aveva dell’incredibile la nomina dell’ex presidente Rai, Maggioni, alla direzione del Tg1, per il circolo di potere che la sostiene e per gli ascolti da monoscopio del programma che conduce. O la promozione di Orfeo a un’altra direzione dopo aver letto nelle carte del processo Open che era considerato un riferimento per l’immagine di Renzi. Ma il merito e l’onorabilità a Viale Mazzini cosa volete che contino?

Quello che state seguendo è un quotidiano che campa senza aiuti pubblici, con una comunità di lettori affezionati, e libero da editori impuri o dai partiti. Un caso pressoché unico in un settore dove chiusure e licenziamenti (a spese dello Stato) sono la regola. Eppure per alcune testate e i loro giornalisti, in Rai c’è il tappeto rosso. Con casi paradossali, come le ospitate da Vespa del direttore del giornale di De Benedetti – Domani – prima ancora dell’avvio delle pubblicazioni, mentre noi con tanta strada alle spalle dobbiamo fare pippa.

È il prezzo da pagare se si dice a Vespa – come facciamo noi – che prende un compenso superiore al tetto fissato nelle aziende pubbliche. Perciò voci come la nostra sono da occultare, e i nuovi vertici imposti dall’Ad Fuortes, d’intesa solo con Draghi, anziché essere una garanzia di pluralismo sono la garanzia che il solito sistema di potere non darà più spazio a nient’altro che non gli sia funzionale.

11 replies

  1. Fuortes agli ordini di Chigi. Conte: “Non andiamo più”

    (di Luca De Carolis e Gianluca Roselli – Il Fatto Quotidiano) – La partita della Rai è stata decisa dove da qualche mese si decide tutto, ma proprio tutto: dentro Palazzo Chigi. Questa volta, dal capo di gabinetto di Mario Draghi, Antonio Funiciello. Hanno accelerato sulle nomine, perché le votazioni per il Quirinale sono a un passo. E il conto finale racconta che Lega e Fratelli d’Italia sorridono largo e il Pd può essere più che lieto, mentre il M5S, il partito che ha di gran lunga più parlamentari, è stato spazzato via: senza più Giuseppe Carboni al Tg1, senza nulla.
    Così ieri, dopo ore di riunione da consiglio di guerra con ministri, capigruppo e vicepresidenti – ma senza Luigi Di Maio, ufficialmente impegnato tra Strasburgo e la Farnesina – Giuseppe Conte in Senato ha lanciato l’Aventino: “Siamo alla degenerazione del sistema e per questo il M5S non farà più sentire la sua voce sui canali del servizio pubblico”.
    Niente più 5Stelle in Rai, giura l’ex premier, che se la prende innanzitutto con l’ad Carlo Fuortes, che “non libera la Rai dalla politica, ma esautora il Movimento”. Ma il dito che indica Fuortes in realtà punta chi lo ha nominato, Draghi. “Ci chiediamo che ruolo ha giocato il governo” scandisce Conte. Dal M5S dicono che ieri si sia lamentato direttamente anche con il presidente del Consiglio.
    Riaffiora la distanza tra i due, a poche settimane dalle votazioni per il Quirinale dove Draghi resta il favorito. Quelle urne che hanno inciso, moltissimo, sulle nomine. Costruite direttamente dentro Chigi – mai visto prima – e con l’Ad commissariato ad aspettare i nomi come la lista della spesa. Secondo fonti di peso, non riuscendo a trovare la quadra, lunedì l’Ad aveva gettato la spugna. E a quel punto la palla è passata al governo. Più precisamente a Funiciello, capo di gabinetto di Draghi e prima di Paolo Gentiloni. In ottimi rapporti con Matteo Renzi, per il quale nel 2016 aveva guidato i comitati per il sì al referendum.
    Ed è stato proprio Funiciello a gestire il risiko, partendo da un punto fermo, quello di Monica Maggioni alla direzione del Tg1, centro di gravità attorno a cui girava tutto il resto. Con l’importante sponda del sottosegretario alla Presidenza, Roberto Garofoli. Nel suo ufficio martedì si è susseguita una lunga fila di esponenti politici. E anche Giorgia Meloni, che con Draghi aveva sollevato la necessità di nuovi equilibri, dopo l’esclusione di Fratelli d’Italia dal Cda di Viale Mazzini, era stata dirottata sul capo di gabinetto.
    Maggioni doveva essere e Maggioni è stata, anche se l’accordo tra i partiti è complessivo e tocca anche le vicedirezioni del Tg1, dove è in arrivo – appunto – il meloniano Nicola Rao. La trattativa sul resto è andata avanti fino a notte inoltrata e ieri mattina la lista ancora non c’era. I nomi sono arrivati solo alle 11:26, per finire poi nei curricula da inviare ai consiglieri Rai. “Dall’Opera di Roma al Fantasma dell’Opera”, sussurra qualcuno in Viale Mazzini, per evidenziare come Fuortes non abbia toccato palla.
    Ma a colpire è la vittoria del centrodestra, con la Lega che conferma Gennaro Sangiuliano al Tg2 e Alessandro Casarin alla Tgr, mentre Meloni ottiene la direzione di Rainews con Paolo Petrecca e altre postazioni. Un partito d’opposizione ha avuto moltissimo, un unicum per la storia della Rai. A completare il quadro, Sala al Tg3 e Mario Orfeo agli approfondimenti (nomina presa malissimo dal M5S), Alessandra Di Stefano a Raisport e Andrea Vianello alla radio. Niente per Carboni, che col suo Tg1 nel 2021 ha una media del 23,7% di share alle 13:30 e del 24,4% alle 20. Numeri ottimi. Mentre resta al suo posto il direttore in calo di ascolti, Sangiuliano, con la media del 7% alle 20:30 e del 13,6% alle 13.
    Oggi il voto in Cda, dove il no arriverà solo da Alessandro Di Maio, mentre Riccardo Laganà potrebbe astenersi. Schegge da quel tavolo dove – dicono anche vari 5Stelle – Di Maio ha saputo giocare: tanto che l’approdo della Maggioni al Tg1 sarebbe frutto anche delle sue interlocuzioni. Tradotto meglio, il ministro e Conte hanno lavorato al dossier Rai come due rette parallele, che non si sono mai incontrate. Perché l’avvocato puntava a tenere al Tg1 Carboni. E non ha mai consultato Di Maio.
    “L’unico legittimato a trattare era Conte, se qualcuno l’ha fatto al suo posto ha danneggiato tutte le parti in causa”, sibilano dai piani alti. Ergo, sono ancora storie tese tra il ministro e l’ex premier, che non considera di area Sala, veterana che pure ha ottimi rapporti con i grillini. Voleva altro, l’ex premier, e alla fine ha deciso per lo strappo.
    “Dobbiamo essere pronti ad adottare ogni iniziativa, dalla raccolta di firma a consultazioni online”, ha arringato ieri sera i suoi. E già si parla di rapporti “da rivedere” con gli altri partiti di maggioranza. “Ma Conte riuscirà a far rispettare l’ordine di non andare in Rai?”, si chiedono in tanti. Il timore di ribellioni è alto nel M5S. Mentre il senatore Alberto Airola ha presentato al Movimento le dimissioni dalla Vigilanza Rai: respinte, dalla capogruppo Castellone.

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  2. È il prezzo da pagare per conservare la propria dignità di uomini e giornalisti liberi. Alto, ma osservare con i pop corn le lingue dei leccaculo in attività frenetica a 90 gradi deve essere una bella soddisfazione. Come anche avere la stima dei molti che per fortuna la lunga mano del Minculpop di viale Mazzini non ha ancora lobotomizzato

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  3. Questa ricomposizione dell’ organigramma RAI è una dichiarazione di guerra ai 5*, o meglio un gestaccio sprezzante e arrogante : “volevate la RAÍ depurata dalle pulsioni della politica? Manco per niente, tiè una bella distribuzione di cariche come da manuale Cencelli, con una sola eccezione. Voi. Partito di maggioranza relativa, ve ne starete a guardare, perché non contate più un caxxo” . Più chiaro di così, impossibile ‘

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  4. ma quanto ca—no, tutti sti gabinetti, poi zia Marta fa tutto meno la pulizia del water, tutti con scopino apposito, esercitatevi, imparate l arte….

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  5. Il fatto che il cosiddetto ‘ministro degli esteri’ si arroghi il dirotto di trattare per le nomine RAI e che queste siano TUTTE contro M5S, che oramai, non è nemmeno necessario visto che M5S è già sdraiato ai piedi del Drago, io questo veramente non so come definirlo se non con massimo schifo.

    Rendiamoci conto.

    Ma ovviamente, Gigino non si tocca. E’ perennemente in TV con il suo sorriso sornione e le sopracciglia aggrottate. Un parassita della massima grandezza, da buttarsi fuori subito da M5S.

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