Quando Renzi veniva contestato dovunque andasse

Quando Renzi dovette cancellare dal web le tappe del tour in treno (affittò un treno vero per risollevarsi dopo il referendum perso, come si sa inutilmente) perché la gente lo aspettava nelle stazioni al grido di “buffone!”, bloccando la viabilità sui binari.

(di Daniela Ranieri – Il Fatto Quotidiano) – Il M5S guidato da Conte rivolge a Renzi 13 domande sui soldi alla fondazione Open e sulla macchinetta del fango della comunicazione renziana, e Renzi risponde sfidando Conte a un duello Tv (qualcuno deve avergli detto che ultimamente in Tv va fortissimo, che straccia gli avversari con argomenti solidi e oratoria ciceroniana, e lui deve averci creduto) per chiedergli conto del Venezuela (Conte ha ricevuto bonifici dal Venezuela sul suo c/c personale? È indagato per finanziamento illecito? Sponsorizza dittature per soldi? Chissà). Poche ore dopo, fremendo di passare l’avversario a fil di spada, siccome Conte non gli ha ancora risposto va a L’aria che tira e gli dà del “coniglio”, accusandolo di scappare per paura di lui e della sua contromossa micidiale.

Breve inciso: sul tema “Renzi coniglio” esiste una bibliografia sterminata, venne coniato anche un hashtag, #renziscappa, per rendere conto delle sue fughe, non dai politici con l’1%, ma da turbe di gente infuriata che lo contestava dovunque andasse, costringendolo a dileguarsi dalle uscite sul retro con la scorta; dovette cancellare dal web le tappe del tour in treno (affittò un treno vero per risollevarsi dopo il referendum perso, come si sa inutilmente) perché la gente lo aspettava nelle stazioni al grido di “buffone!”, bloccando la viabilità sui binari.

Altri tempi; oggi Renzi si sente addosso il fervore di un Lermontov. Infatti, mentre accusa Conte di codardia perché non espone il petto al suo fiacco piombo, briga per l’immunità senatoriale e rifiuta di farsi interrogare dai pm di Firenze, insieme ai suoi coindagati nell’inchiesta per finanziamento illecito alla fondazione Open. (Antica regola di cavalleria: non si accettano duelli lanciati da soggetti manifestatamente allo stremo).

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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12 replies

    • Spero anch’io che Conte rimanga dell’idea di non fare avanspettacolo con quel pulcinella mancato, anche se sicuramente ha l’intelligenza e l’arte oratoria per incenerirlo e Renzi non ha i mezzi per capirlo, la cosa migliorfe è non mescolarsi con la gentaglia per evitare di essere scambiati per uno del gruppo!

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      • Sì certo, non c’è paragone tra i due, il problema è che con un buffone che fonda la sua comunicazione sul tweet (che è sufficiente sia per i suoi contenuti che per le sue capacità espressive ) l’oratoria e l’intelligenza non servono.

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  1. L’Italia è ostaggio dell’ego di una manciata di politicanti e di giornalisti. Un paese intero è costretto ad occuparsi delle beghe personali di personaggi che si credono la salvezza del paese ed invece ne sono la rovina.
    In tempo di Draghistan è ancora tutto più evidente. Mentre il gelido bancario manovra in un silenzio assordante, la politica ma anche il giornalismo si occupano di roba che non ha nulla a che fare con la realtà e coi poveri cristi.
    Tempo ed energie buttate via in una sterile rissa permanente. Col risultato che Berlusconi e Renzi sono ancora lì e mentre il mondo evolve l’Italia ristagna nella solita melma.
    Tutta colpa della deriva egoistica che in Italia ha raggiunto livelli imbarazzanti. L’ego è una falsa idea di se stessi creata dalla mente. Ci si illude di essere il lavoro che si fa, i ruoli che si ricoprono, la propria reputazione, il proprio passato, quello che si possiede, come si appare.
    Una identità fasulla che si recita sui palchi della vita danneggiando se stessi e il mondo intero. L’ego è una forza malefica che spinge a combattere per imporre il proprio personaggio, i propri interessi e le proprie ragioni anche a scapito degli altri. E’ una forza malefica che trasforma la propria vita in una guerra permanente atta a parare e sferrare colpi nell’ illusione di una vittoria che però non arriva mai. Perché le guerre egoistiche servono in realtà per riaffermare la propria fasulla identità e per sfogare le proprie frustrazioni e trascinano in vicoli ciechi in cui non vince nessuno. Ma incapace di autocritica e vedendo i passi indietro come una sconfitta, gli egoisti rilanciano sempre.
    Da un miraggio all’ altro perché all’ego non basta mai. Ma la sua non è forza, è debolezza. L’ego è figlio della paura. Paura della verità. Su se stessi e sulla vita. Paura di togliersi la maschera e buttare i copioni e capire chi si è veramente come persone. Paura di capire cosa sia davvero la vita e rendersi conto che le proprie certezze sono in realtà velleitarie. Paura delle proprie fragilità e meschinità, paura di ammettere i propri errori e fallimenti, paura di rendersi conto dei danni fatti a se stessi e al prossimo senza nemmeno rendersene conto.
    Per questo gli egoisti impongono la loro presenza su qualche palco fino alla fossa. Per paura del sipario, per paura di tornare a casa e guardarsi allo specchio senza trucco.
    The show must go on.
    Tutti convinti di avere ragione, tutti convinti di essere indispensabili, tutti convinti che la soluzione di tutti i mali sia il proprio trionfo. E questo anche quanto tutto attorno è cenere.
    L’Italia è uno dei paesi occidentali più corrotti e arretrati. Non riusciamo nemmeno a risolvere questioni democratiche basilari come i conflitti d’interesse oppure una vera libertà di stampa o una giustizia civile. Sediamo nel G7 ma moltissimi giovani emigrano verso democrazie più evolute in cerca di aria respirabile e quando scoppia un problema la politica si deve affidare a qualche tecnocrate. Siamo fermi. Impantanati. Tutti a puntare il dito, tutti a scannarsi ma in realtà la colpa non è là fuori, ma dentro. La colpa è la deriva egoistica mentre politicanti e giornalisti e loro seguiti sono solo la conseguenza. In tempo di Draghistan è tutto ancora più evidente. Mentre il gelido bancario manovra in un silenzio assordante, la politica ma anche il giornalismo si occupano di roba che non ha nulla a che fare con la realtà e coi poveri cristi.
    Un paese intero vittima delle beghe personali di personaggi che si credono la salvezza del paese ed invece ne sono la rovina. Tempo ed energie buttate via in una sterile rissa permanente.
    Col risultato che Berlusconi e Renzi sono ancora lì mentre il mondo evolve e l’Italia galleggia nella solita melma.

    Tommaso Merlo

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  2. Lowrenz d’Arabia (n.b. “low” inteso come bassezza) non è solo la faccia tosta e vigliaccheria in apparenza fatta in persona, ma è anche il politico più codardo, maneggione, tartufesco e abietto della nostra epoca, da fare schifo alla sua stessa esistenza.

    Tutte qualità che fanno di lui, non soltanto un assertore di verità insostenibili, ma anche, e più di ogni altra cosa, un pagliaccio, cialtrone e bugiardo seriale potentemente comico!… Comicità che balza agli occhi in ogni sua comparsata tv in cui, sistematicamente, la farsa e la catastrofe si scontrano e si trasformano inevitabilmente in una frenetica allegoria dell’abiezione che non frena mai, ma che anzi – con quell’aria da pagliaccio e coglione (rancoroso, paranoico e invidioso) che si ritrova perennemente – ne esalta la vis grottesca in un crescendo sincopato che riuscirebbe insopportabile se non sfociasse nello spettatore un riso liberatorio, intriso di satira e di humour nero, più (tragi)comico delle più esilaranti e fulminee gags chapliniane.

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  3. Io alcune attenuanti al m5* le ho sempre concesse, a partire dalla legge elettorale che è stata apparecchiata ad hoc, per favorire le alleanze e impedire al movimento di governare da solo. Come accessorio ci metto anche la campagna denigratoria incessante da parte degli sguatteri che conosciamo. Quando si è capito bene che aria tirasse serviva uno strappo netto ma ormai era chiaro che il demone del potere aveva creato degli invasati pronti a tutto pur di non perdere la poltrona. Tutt’ora sta prevalendo la cura per il destino personale, questo è chiaro.
    Ecco spiegato perché un soggetto che ha un consenso elettorale del 2% può giocare come il gatto col topo: sa massimizzare a suo vantaggio le miserie umane che soldi e potere creano e in questo il m5* si è dimostrato uguale agli altri partiti.
    Chi ha votato il (fu) m5* voleva una rivoluzione; pacifica, ma una rivoluzione. O la porti a compimento, oppure, non essendo il m5* forza di sistema, vieni polverizzato perché puoi perdere dentro al palazzo ma se perdi anche il consenso è game over, diventi un pupazzetto neanche tanto bello da vedersi. Se lotti con le unghie e con i denti per i valori originari il consenso fuori lo mantieni tutto, perché la gente capisce, non è stupida.

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  4. Ad ogni modo, come ha detto Frankie sopra… Conte se ha le palle, deve, ripeto: DEVE chiedere a Draghi di scegliere: o loro o Renzi. Non puoi restare con il tuo boia e con quello che continua pure a cornificarti, come se nulla fosse. Alla fine ci fa una miglior figura lui.

    Quanto a Renzi, vale sempre quel che ho scritto del suo quasi omonimo:

    Arrivato a Roma, il popolo gli uscì incontro con grande cordialità, mentre «li potienti stavano alla guattata», e lo accompagnò festoso da porta Castello fino al Campidoglio, ascoltò entusiasta il suo discorso – tuttavia alla fine delle cerimonie di rientro «non fu chi li proferissi uno povero magnare.» Presto però si vide che l’uomo, pur mantenendo la sua grande abilità oratoria, era diventato un grasso ubriacone incline a straparlare, assetato di vendetta contro chi lo aveva scacciato da Roma, traditore per giunta, giacché fece condannare i suoi sostenitori perugini per confiscarne i beni, e, costretto com’era a procurarsi denaro per mantenere i suoi soldati, anche esoso.

    Le nuove gabelle che infliggeva lo resero presto inviso. L’8 ottobre 1354, un suo capitano che aveva destituito sollevò il popolo e lo condusse sul Campidoglio. Là Cola, abbandonato da tutti i suoi, tentò per l’ultima volta di arringare i romani, che risposero dando fuoco alle porte. Cola allora cercò di scampare travestendosi da popolano pezzente, alterando anche la voce. Ma fu riconosciuto dai braccialetti che non si era tolto («Erano ‘naorati: non pareva opera de riballo»), smascherato e condotto in una sala per essere giudicato:

    «Là addutto, fu fatto uno silenzio. Nullo uomo era ardito toccarelo», finché un popolano «impuinao mano ad uno stocco e deoli nello ventre.»

    Gli altri seguirono, ad infierire, ma Cola era già morto. Il cadavere fu trascinato fino a San Marcello in via Lata, di fronte alle case dei Colonna, e lì lasciato appeso per due giorni e una notte. Il terzo giorno fu trascinato a Ripetta, presso il Mausoleo di Augusto, che era sempre un territorio dei Colonna, lì bruciato (commenta l’Anonimo: «Era grasso. Per la moita grassezza da sé ardeva volentieri»), e le ceneri disperse.

    L’esperimento politico di Cola fu ripreso, tra il 1357 ed il 1359, a Pavia dal frate Iacopo Bussolari, che scacciò dalla città i Beccaria, allora signori della città, e instaurò un governo repubblicano adottando misure molto simili a quelle fatte da Cola a Roma[2]. Tuttavia, nel giro di pochi anni Pavia, assediata a lungo dalle soverchianti forze viscontee, dovette arrendersi ed il governo repubblicano cessò[3].

    Capito? ERA GRASSO. PER LA MOITA GRASSEZZA DA SE’ ARDEVA VOLENTIERI.

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