Risiko Draghi

Quirinale: il gioco d’azzardo in aula. Da una parte i governisti, dall’altra quelli che vorrebbero sfilare il tappeto rosso dai piedi di Mario Draghi. Le due destre, il Pd renziano, i 5S divisi, Salvini e Giorgetti in crisi, dem rimasti col rottamatore, la partenza in salita di Conte: musica per i franchi tiratori

(DI WANDA MARRA, GIACOMO SALVINI E PAOLA ZANCA – Il Fatto Quotidiano) – Da una parte i governisti, dall’altra quelli che vorrebbero sfilare il tappeto rosso dai piedi di Mario Draghi. Da un lato chi riorganizza le truppe per la prossima legislatura e dall’altro i tifosi della “formula Mario” anche dopo il 2023. Mai come adesso, i partiti e i loro rappresentanti in Parlamento sono dilaniati dalle lotte intestine. Ecco perché, a due mesi dalla partita del Quirinale, nessuno degli attuali leader può mettere la mano sul fuoco su quel che accadrà nel segreto dell’urna.

Lega. La guerra del n. 2

Il consiglio federale convocato con tutta urgenza per ieri pomeriggio si è concluso con una tregua armata ma il clima tra Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti rimane pessimo. Oltre al leader e ai vicesegretari, sono presenti i 22 segretari regionali, i capigruppo e i governatori del Nord. Arrivando al consiglio federale alla Camera Salvini mette le cose in chiaro: “Ascolto tutti e poi decido io, come sempre”. Ed è proprio questo il filo conduttore dei 50 minuti di discorso del segretario. Salvini parte dall’analisi della sconfitta alle amministrative e poi chiede la fiducia sulla sua linea spaziando dal taglio delle tasse all’abolizione del reddito di cittadinanza. Ma non risparmia critiche agli avversari interni, a partire proprio da Giorgetti: “Basta attacchi, fanno male alla Lega”. E ancora: “Basta mettere in discussione la linea e la compattezza del partito”. Poi la seconda sberla al suo numero due che gli aveva chiesto una svolta europeista, ovvero l’ingresso nel Partito Popolare Europeo: “Il Ppe non è mai stato così debole – replica Salvini – entrarci non è pensabile perché è subalterno alla sinistra”. Sulle diatribe interne il segretario fa anche sapere che vuole parlare solo di “temi concreti” e lancia l’assemblea programmatica dell’11 e 12 dicembre a Roma. Un congresso che gli servirà per contare le truppe a cui parteciperanno sindaci, amministratori e parlamentari. Con una novità. Nel suo discorso Salvini dice che in quell’occasione la linea della Lega potrebbe essere ridefinita: “L’assemblea servirà per sancire, aggiornare e decidere i binari su cui viaggiamo”. Nel frattempo dall’1 dicembre partiranno i congressi provinciali e a inizio anno quelli regionali con i territori del Nord pronti a scalzare i commissari salviniani. Dopo il leader è intervenuto Giorgetti che ha confermato la sua “totale fiducia” nel segretario sposando la sua linea e i governatori hanno fatto lo stesso. In privato però Giorgetti continua a dissentire col segretario perché “la sua linea resterà marginale in Europa e condanna la Lega all’irrilevanza” ha detto ai parlamentari vicini. Il consiglio, a tarda sera, va verso il voto all’unanimità della linea di Salvini. È tregua. Chissà per quanto.

Pd. Il processo sul ddl Zan

Anche il Pd, ieri mattina alle 8, ha messo in piazza le sue divisioni sotterranee. L’occasione era l’assemblea del gruppo del Senato, convocata dopo l’affossamento della legge Zan nel voto segreto, Ed è stato Luigi Zanda a scattare l’impietosa fotografia: “La frantumazione dei partiti è una dinamica in atto molto accentuata. Per questo è ancora più importante che il Pd tenga l’unità politica in vista della legge di bilancio e dell’elezione del Presidente della Repubblica”. Che i franchi tiratori finiscano per essere determinanti nella scelta del nuovo inquilino del Colle è più che chiaro al segretario, Enrico Letta. A Palazzo Madama il suo controllo dei parlamentari è particolarmente a rischio: parte del gruppo a tratti risponde ancora a Matteo Renzi. La riunione nasce come processo alla capogruppo, Simona Malpezzi. Dura 4 ore per 28 interventi (su 38 senatori). “Se non siete d’accordo, il mio incarico è a disposizione”, chiarisce lei. L’offerta sarà respinta, ma le tensioni emergono. Contro di lei, ma soprattutto contro Letta, ci va giù diritto Andrea Marcucci. Molto critica, soprattutto sulla gestione della Malpezzi Valeria Fedeli: “Servivano più confronti”, dice. Aveva l’ambizione di sostituirla, ma la partita non la gioca neanche. Contro la segreteria pure Stefano Collina e Alan Ferrari. Dario Stefàno, vicinissimo a Marcucci, non parla. Alessandro Alfieri, coordinatore di Base Riformista (corrente sempre più divisa tra gli ultras e i mediatori alla Lorenzo Guerini) sottolinea l’importanza dell’“autonomia del gruppo”, pur ribadendo la necessità che non ci sia una linea diversa dal partito. Mettono l’accento su questo Manca, D’Alfonso, Ferrazzi. Un modo per chiarire a Letta che con loro deve dialogare, in vista Quirinale. In difesa di Letta e Malpezzi, la maggior parte degli interventi. Da Anna Rossomando a Dario Parrini, per arrivare a Monica Cirinnà e Franco Mirabelli. Quest’ultimo, in prima linea sullo Zan, denuncia i “giochetti politici” fatti sulla legge. A riunione finita, dalle parti di Marcucci si esasperano le divisioni, mentre al Nazareno parlano di boomerang per l’ex capogruppo. E il Colle? “Criceti nella ruota quelli che ne parlano ora”. Letta una linea definita non ce l’ha. Andare su Draghi sarebbe un’opzione, quanto meno per liberare il campo politico. Ma l’ipotesi che a Palazzo Chigi ci vada una sorta di fido esecutore fa sì che le altre possibilità vengano vagliate con cura. Premesso che nel Pd le strategie sono molteplici. E i candidati alternativi preferiti. Casini e Franceschini in testa.

M5S. Il rischio per Bonafede

Cercano alternative – un nome “progressista” – anche i 5 Stelle, per tentare almeno di giocarsi la carta di un candidato giallorosa per il Colle. Ma per ora, i cacciatori di teste sono tornati a mani vuote. E nel Movimento – a cominciare dal leader Giuseppe Conte – si stanno rassegnando all’idea che Draghi sia l’unica garanzia per non rischiare di trovarsi Silvio Berlusconi presidente della Repubblica o, peggio, di andare a elezioni anticipate. E poi, il premier a cui si sono inchinati in nome della Transizione ecologica sarebbe l’unico in grado di tenere unito il vecchio e il nuovo corso dei 5 Stelle, quello a trazione grillina e quello a trazione contiana. Nel mezzo, c’è quel Luigi Di Maio che ha già iniziato a muovere le sue pedine nel voto di due giorni fa al Senato, facendo di fatto fallire la riconferma di Ettore Licheri a capogruppo. Era il nome indicato da Giuseppe Conte, a cui si è contrapposta la senatrice Domenica Castellone: in verità, contiana pure lei ma sapientemente trasformata dai nemici dell’ex premier nella candidata dei “ribelli”. È finita in parità, ma di fatto Conte ha perso. E infatti già si cerca una “pacificazione” tra i due: un ticket che ricalchi l’antica usanza del capogruppo a rotazione o una figura terza che salvi capra e cavoli. Ma è solo il trailer di quello che andrà in scena il 12 dicembre, giorno in cui scadrà il mandato alla Camera del capogruppo Davide Crippa, in aperta ostilità col nuovo leader. La fatwa contro le ospitate tv che non fossero quelle dei 5 vicepresidenti designati da Conte è stata cucita su misura per lui (anche se è riuscita a farne inviperire molti di più). Conte gli aveva chiesto di dimettersi prima, per votare la nuova guida di Montecitorio insieme a quella di palazzo Madama. Ma lui non gli ha dato proprio retta. E a un mese dalla scadenza naturale di Crippa, sono tutti lì ad “auspicare” che “si arrivi preparati alla partita”. Tradotto: sono in altissimo mare. Solo che qui, alla Camera, Conte vorrebbe come nuovo capogruppo Alfonso Bonafede, volto simbolo del M5S (e del contismo). Rischiare di farlo impallinare dai peones, comincia ad essere un rischio che il neo presidente potrebbe decidere di non correre: sarebbe una fotografia della sconfitta difficile da cancellare. E di cui non potrebbero nemmeno incolpare Di Maio: “Ci sono decine di deputati che non rispondono nemmeno più alle correnti”, ammettono. Non proprio un biglietto d’auguri per chiunque abbia in testa di salire al Colle.

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

Tagged as: , ,