Una giudice a Tel Aviv

(Massimo Gramellini – corriere.it) – La sentenza con cui la giudice israeliana Iris Ilotovich-Segal ha dato ragione al ramo italiano della famiglia del piccolo Eitan ci ricorda qualcosa che forse stavamo un po’ dimenticando: la grandezza e l’unicità (anche la solitudine) della democrazia. Una democrazia potrà commettere un sacco di sciocchezze e di soprusi, e in effetti ci riesce benissimo, in Israele come altrove. Ma, con buona pace di chi rimpiange o auspica i regimi forzuti, rimane l’unico che garantisce la separazione dei poteri. Il nonno materno aveva sottratto Eitan ai parenti di Pavia perché intendeva farlo crescere in Israele, educandolo nei valori della tradizione. Ebbene, la magistrata di Tel Aviv sua connazionale non ha consultato la tradizione, ma i codici. E ha deciso che il bambino, sopravvissuto alla tragedia della funivia che lo ha reso orfano, deve vivere con chi ne ha la tutela, cioè con la zia di Pavia.

Immaginate lo stesso processo in qualche altro Stato dell’area mediorientale — dall’Egitto di Regeni e Zaki in giù —, per tacere di quelli più a Est che fanno battere il cuore ai sovranisti nostrani. Un nonno che avesse preteso la custodia del nipote brandendo i totem del nazionalismo e della religione avrebbe vinto a mani basse, e forse la controparte non sarebbe stata neanche ammessa in giudizio. Comunque la si pensi sulle sue politiche, valgono per Israele le parole con cui Churchill definiva, appunto, la democrazia: il peggiore sistema che esista, esclusi tutti gli altri.