Laborghese

La ministra dell’Interno è tornata sugli scontri di Roma, spiegando di «non aver agito subito per evitare rischi e disordini peggiori». Giorgia Meloni ribatte: «È strategia della tensione».

(Giovanni Sofia – tag43.it) – Evitare disordini più gravi. Si è arroccata dietro questa giustificazione la ministra dell’interno Luciana Lamorgese, chiamata a rispondere, durante il question time di oggi, 13 ottobre, alla Camera, sugli scontri di sabato scorso a Roma. E più nello specifico sulla possibilità di procedere coattivamente nei confronti di Giuliano Castellino. Il Leader di Forza Nuova, infatti, già durante il discorso recitato dal palco di piazza del Popolo «aveva paventato la volontà di indirizzare il corteo verso la sede della Cgil». L’ipotesi di fermo, tuttavia, è stata presto scartata da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, perché, ha sostenuto la ministra «un intervento coercitivo in un contesto di particolare eccitazione presentava l’evidente rischio di reazioni violente». Libero di agire, però, Castellino un’ora e mezza dopo era prima linea durante l’assalto al palazzo del sindacato. È il motivo per cui oggi si alzano dubbi sulla bontà della scelta. Un po’ come accaduto in occasione del rave party di Viterbo, altro episodio in cui le venne mossa la critica di un intervento tardivo.

Lamorgese: «Piena solidarietà alla Cgil e agli agenti feriti»

L’affermazione sul leader di Forza Nuova alla Camera era stata preceduta dalla ferma condanna degli episodi di violenza e dalla solidarietà mostrata nei confronti del sindacato e degli agenti, 38, «rimasti feriti per respingere i più facinorosi e contenere la furia devastatrice che avrebbe potuto generare conseguenze ancora peggiori». Una brutta pagina, ancora lontana dal chiudersi, visto che come ha sottolineato Lamorgese «il prossimo 19 ottobre svolgerò proprio in quest’aula una dettagliata informativa, che si avvarrà delle informazioni che ho già chiesto al capo della polizia Lamberto Giannini e al prefetto di Roma Matteo Piantedosi». Neppure sullo scioglimento di Forza Nuova Lamorgese si è sbilanciata, limitandosi a parlare di un tema «di eccezionale rilevanza politico-giuridica, di estrema complessità e delicatezza», testimoniate dalla rarissima applicazione in concreto della legge Scelba. Ragioni per cui «si dovranno attendere le valutazioni della magistratura e le indicazioni del parlamento, a seguito della mozione già calendarizzata».

La risposta di Giorgia Meloni: «Un ritorno alla strategia della tensione»

Spiegazioni che, però, come era facile prevedere non hanno soddisfatto parte della platea e in particolare Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia senza troppi complimenti ha parlato di «strategia della tensione». Di modus operandi tipico degli «anni più bui della storia italiana». Salvo poi rincarare la dose: «La sua risposta non è semplicemente insufficiente, è offensiva per le forze dell’ordine. Le scene di sette agenti lasciati a prendere le bastonate davanti alla sede della Cgil sono indegne e offensive per le persone che vogliono manifestare pacificamente contro il vostro governo, ma anche per questo parlamento che non è composto da imbecilli». Quindi l’accusa, dritta al bersaglio: «Lei sapeva e non ha fatto nulla. E se fino a ieri potevamo pensare che il problema fosse la sua sostanziale incapacità, oggi lo scenario è molto più grave. Quello che è accaduto sabato è stato volutamente permesso».

Giorgia Meloni: «Distanti da Forza Nuova, queste organizzazioni fanno il gioco della sinistra»

Meloni poi ha ribadito la distanza da qualsiasi movimento a carattere sovversivo «e da Forza nuova, non solo per motivazioni di carattere ideologico, ma anche perché le scelte di simili organizzazioni sono state sempre proficue per la sinistra. Quest’ultima, facendo accostamenti inesistenti, sostiene che il partito della destra repubblicana, il primo in Italia, sia eversivo e vada sciolto». Ma gli attacchi di Meloni non hanno risparmiato l’intero esecutivo. «Le scelte di queste organizzazioni sono inoltre proficue per un governo che ha fatto finta di non vedere che in piazza ci fossero persone a manifestare dissenso per un lasciapassare e per vedere riconosciuto il loro diritto al lavoro». Il punto esclamativo è «per i cari colleghi», affinché «risparmino ogni tipo di lezione», «in quanto siete voi la cosa che più sinistramente somiglia a un regime».

Categorie:Cronaca, Interno, Politica

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5 replies

  1. ORA BOCCASSINI SVELI IL NOME DELLA TALPA CHE SALVO’ BERLUSCONI

    di Peter Gomez – Il Fatto Quotidiano) – La storia non si fa con i se. Ma di certo fa rabbia leggere ne La stanza numero 30, il libro di Ilda Boccassini, come qualcuno (un funzionario dello Stato o un magistrato?) abbia con una fuga di notizie “consapevolmente” bruciato, alla vigilia delle elezioni politiche del 1994, le indagini sul denaro che, secondo i pentiti, Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri versavano periodicamente a Cosa Nostra. Soldi Fininvest che, stando alle sentenze definitive, sono stati per anni effettivamente ricevuti da Toto Riina, ma solo fino al 1992 e non in epoca successiva alle stragi.
    Prima però di chiederci chi sia la talpa e perché lo abbia fatto, vediamo i fatti. Il 18 febbraio 1994, Boccassini è a Caltanissetta per indagare sulla morte di Giovanni Falcone. Quel giorno, da sola, interroga Salvatore Cancemi, il reggente del mandamento mafioso di Porta Nuova. Cancemi in altri interrogatori ha già detto che Riina si era vantato con Raffaele Ganci, capo mandamento della Noce, di essersi incontrato, prima della strage di Capaci, con “persone importanti”. Personaggi esterni alla mafia che gli avevano tra l’altro garantito la revisione dei processi in cui proprio Riina era stato condannato.
    Il 18 febbraio Cancemi e Boccassini sono così l’uno davanti all’altra. Il boss deve spiegare. E lo fa: dice che quei nomi non gli furono mai svelati da Ganci, ma aggiunge di aver intuito qualcosa. Perché sa che, almeno fino al luglio del 1993, “un intermediario di Cosa Nostra si era adoperato per far transitare verso il capo della sanguinaria mafia corleonese somme di denaro provenienti da Berlusconi”. Cancemi, scrive Boccassini nel suo libro, ricorda “di aver assistito, in più occasioni, al passaggio di decine di milioni di lire in banconote usate”. E afferma di essere sicuro che le consegne di soldi fossero ancora in corso.
    L’inchiesta dovrebbe essere un gioco da ragazzi. Per il pentito, chi materialmente riceve a Palermo il denaro di Berlusconi è Pierino Di Napoli, il capo della famiglia di Malaspina. Per stabilire se ha ragione basta controllarlo 24 ore al giorno. Se si assiste a una consegna si fa bingo. Boccassini incarica così il capitano Ultimo, il migliore dei suoi investigatori, di sorvegliare Di Napoli e invia una copia del verbale alle Procure di Firenze e di Palermo. Il 21 marzo 1994, però, esattamente tre giorni prima delle elezioni che avrebbero portato al governo Berlusconi, Repubblica, a firma di Attilio Bolzoni e Peppe D’Avanzo, pubblica tutto. Di Napoli si rinchiude in casa senza muoversi più. L’indagine di Ultimo muore.
    Capire chi e perché ha dato quasi in tempo reale il verbale di Cancemi ai due autori dello scoop diventa importante. Per 17 anni il mistero resiste. Poi una sera, davanti a un bicchiere di whisky, D’Avanzo, che morirà di lì a poco, rivela alla sua amica Boccassini il nome della fonte. Racconta di aver ricevuto una telefonata a casa da parte di una persona che conosceva da anni. Di essere stato invitato dalla fonte nella sua abitazione romana, distante una decina di minuti in auto, di aver trovato lì un uomo “con le lacrime agli occhi e delle carte in mano”: i verbali segreti di Cancemi.
    Boccassini nel libro non ne fa il nome. Spiega solo che la fonte di D’Avanzo era un persona “nota a tutti per l’aplomb, la razionalità e l’estrema freddezza”. Chi è? Noi, senza averle parlato, siamo convinti che Boccassini abbia scritto tutto questo perché si attende di essere sentita come teste da chi ancora indaga sulle stragi. Anzi lo chiede. Confidiamo che qualcuno le risponda.

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    • Egregio direttore Gomez, scusi l’ignoranza : perché la boccassini dovrebbe essere chiamata ora dai giudici della trattativa e non è andata lei stessa dai giudici appena saputo il nome dell’informatore? 10 anni fa!!!

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  2. Confidiamo, ma di sicuro nessuno pagherà per averci inflitto 27 anni di berlusconismo e rovinato ogni parvenza democratica.

    Poi:

    «un intervento coercitivo in un contesto di particolare eccitazione presentava l’evidente rischio di reazioni violente»

    Quindi meniamo le persone inermi e pacifiche, dunque se non vuoi essere menato dalla pula, fai il grosso e fatti riconoscere. Bell’esempio di questa ministra che sembra la copia della Fornero.

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  3. Magari anche qualche foto delle migliaia che pacificamente manifestavano?
    E’ ovvio che tutto questo serve anche ( e soprattutto) a scoraggiare ulteriori manifestazioni di dissenso politico. Chi si metterebbe in fila, magari con la famiglia, per poi finire nel calderone mediatico dei dissidenti = novax=delinquenti=fascisti, magari col rischio di beccarsi una manganellata mal riposta?
    Ovviamente vengono “disturbate” solo le manifestazioni di dissenso nei confronti del Governo, per quelle di consenso, tutto regolare.
    Mi meraviglia che tutti gli “amanti della democrazia” cadano in questo tranello.

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