Amaro Lucano

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Il fine giustifica i mezzi. È probabile che consista in questo la colpa di Mimmo Lucano, nell’essersi persuaso che un pubblico ufficiale che si fa carico del dolore di disperati che approdano sui lidi della sua cittadina possa godere di immunità e impunità. Tanto da diventare un simbolo di buon governo , da essere annoverato al quarantesimo posto tra i 50 leader più influenti del monda da Forbes, esibito durante le sue visite pastorali di annuncio dei valori dell’aiuto umanitario da colleghi primi cittadini che fino al giorno prima avevano fatto eseguire pulizie etniche, celebrato come portatore di valori di accoglienza e integrazione dai progressisti e antifascisti che non regolarizzano badanti e operai edili.

È probabile quindi che l’amministrazione della “giustizia” abbia inteso dimostrare di non farsi condizionare dal significato allegorico attribuito all’ex sindaco di Riace, colpendo il modello  nell’uomo che l’ha promosso e raddoppiando l’entità della pena rispetto alla richiesta dl pubblico ministero, che pure non era stato tenero con quei “progetti di accoglienza realizzati dal dominus assoluto e la cui finalità era creare sistemi clientelari … per un tornaconto politico- elettorale”.

La sentenza che lo condanna a più di 13 anni di carcere grida vendetta se paragonata a imputati eccellenti cui è stata riservata doverosa indulgenza per reati contro le persone, il patrimonio, i beni comuni e che ha suscitato proteste e sdegno.

Rete e giornali pubblicano a raffica le dichiarazioni di solidarietà di, personalità della cultura, opinionisti e artisti. E la “gente comune” organizza raccolte di firme e petizioni, a sostegno di un uomo normale che la giustizia ingiusta ha trasformato in martire, incolpato e esposto al linciaggio per le colpe di altruismo, generosità, solidarietà, crimini che non sono contemplati dal diritto penale o amministrativo, ma che – lo abbiamo imparato da tempo- sono invece annoverati in un codice “civile” anche non scritto ma vigente, ingiusto a cominciare dal fatto che si basa sul riconoscimento e consolidamento di disuguaglianze e differenze, quelle icasticamente ritratte dal paragone tra il reo di aver rubato una mela  e il corruttore, l’ad della Thyssen, la famiglia Riva, i dirigenti di Banca Etruria 23 dei quali sono stati assolti proprio in esemplare coincidenza con la sentenza a carico di Lucano.

Ed è per quell’oscuramento della ragione prodotto da sentimenti autentici ma suscitato soprattutto dal bisogno di dare una ripulita alla cattiva coscienza degli indifferenti, che il concorso di sostegno e appoggio al condannato non vuol sapere che sotto accusa era un modello basato sul volontarismo, sull’improvvisazione generosa, sulla dedizione personale spesso spregiudicata di un primo cittadino che  applica lo stesso approccio di quando era cittadino privato e attivista per dare forma a un prototipo per l’integrazione di tipo assistenziale e volontaristico con l’impiego delle risorse pubbliche, dando le case svuotate dall’emigrazione ai nuovi arrivati, coniando una moneta per le piccole spese degli ospiti, avviando laboratori artigianali, corsi di formazione, esercizi commerciali, a disposizione di circa 6 mila immigrati arrivati da 20 paesi in 17 anni.

E difatti il tribunale riconosce a Lucano di non aver approfittato del fiume di quattrini che è passato per le sue mani, lo esonera dalle colpe di aver lucrato o perseguito interessi personali.

Condanna invece quel format troppo disinvolto e facilone, quelle licenze e trasgressioni che non dovrebbero essere autorizzate nemmeno in nome della civiltà e dell’umanità, con 10 capi di imputazione che riguardano   l’uso inappropriato di fondi pubblici,  impiegati per  “soddisfare gli indebiti e illeciti interessi patrimoniali delle associazioni e cooperative”  in veste di “enti gestori dei progetti Sprar, Cas e Msna” (Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati, Centri accoglienza straordinaria, Minori stranieri non accompagnati)”  organizzati in una rete i cui bilanci e la cui attività sarebbe stata caratterizzata da scarsa trasparenza, illeciti,  “costi fittizi o non giustificati”, “false fatture” e false annotazioni sui registri Inail di ore lavorate.

Se queste sono le motivazioni che ancora non sono pubbliche, è sacrosanto lo sdegno per una sentenza feroce rispetto alla impunità di cui hanno goduto e godono grandi corruttori, grandi evasori, grandi criminali.

Ma non è invece sacrosanto o legittimo sostenere che Lucano sia stato condannato per l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, per aver violato la legge Bossi-Fini che nessuno dei suoi fan negli anni ha pensato di sottoporre al giudizio del popolo tramite referendum, per aver esercitato disobbedienza civile di leggi inique come sono spesso le leggi di questo Paese, quelle dei codici, quelle dei decreti di ordine pubblico, quelle dei Dpcm che da due anni aggirano e scavalcano il parlamento e le procedure democratiche, scritte dai “primi” delle gerarchie sociali  con l’intento punitivo di criminalizzare gli ultimi per mettere a tacere le rimostranze e le paure dei penultimi.

Non stupisce che a ridurre l’eroe diventato martire a santino da commemorare con la foto nel profilo e le petizioni online, siano gli affetti da falsa coscienza, quella che l’apparato ideologico ha determinato nelle menti e nell’immaginario collettivo in modo che accetti e giustifichi condizionamenti e il conseguente stato di soggezione, introiettando valori e principi incompatibili con autodeterminazione e libertà.

Sono quelli che celebrano la disubbidienza di Lucano alle leggi ma chiedono la sospensione della vice questora rea di voler rispettare la Costituzione su cui ha giurato quando i comandi imposti sono lesivi dei diritti di tutti. Sono quelli che sui social aderiscono ai gruppi contro tutte le discriminazioni, agitando il green pass.

Sono quelli per i quali il razzismo è solo una declinazione della xenofobia, mentre sempre di più riguarda l’emarginazione e la persecuzione dei colpevoli di povertà e opposizione, come è stato dimostrato dalle misure di ordine pubblico che penalizzano tutti i rei di macchiare il decoro e di oltraggiare le regole del consenso.

Sono quelli che limitano l’antifascismo alla riprovazione dell’energumeno redento in veste di irrinunciabile, seppur imprevedibile e bizzoso componente del governo, talmente funzionale che se non ci fosse si dovrebbe inventare in modo da metterci in condizione di distinguere vizi e virtù, Bene e Male, ministri di prima e ministri del dopo, promossi anche se si limitano alle fotocopie di disposizioni, misure e intese con despoti sanguinari o governi fantoccio.

Sono quelli che si verniciano la cattiva coscienza con le collette, i sms, senza usare i pochi strumenti democratici rimasti per impugnare leggi ingiuste ma propagandandoli quando sono promossi in alto come misuratori dello stato di soggezione al dominio. Quelli che hanno scelto di far regredire la solidarietà a carità, delegando al volontariato gli obblighi di cittadinanza e i doveri dello Stato, contribuendo direttamente alla “privatizzazione” dell’assistenza, dell’accoglienza, della cura al terzo settore, secondo una pratica che ispira non a caso il piano nazione di ripresa e resilienza che affida a organizzazioni private il “pubblico” dei soggetti fragili, vulnerabili, deboli, momentaneamente patrocinati come segmenti redditizio.

Sono gli elettori di Lucano che dopo aver partecipato della greppia, hanno pensato di “aiutarli a casa loro” e gli hanno negato il voto, quelli di Capalbio che gli immigrati li accettano ma solo in grembiulino, crestina e guanti bianchi, quelli che si sono convinti che gli italiani “brava gente” sono quelli con il green pass, quelli che collezionano immaginette per il loro album di bravi e probi cittadini.

Sono quelli indignati per le sentenze, avendo però accettato leggi inique e una giustizia ingiusta.

2 replies

  1. Perdoni Anna, ma la vicenda di Lucano con il Greenpass che lei ha tanto in uggia c’entra come i cavoli a merenda.

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