I nodi che stringono la destra

(Marcello Veneziani) – L’autunno di dieci anni fa, con un mezzo golpe euro-italiano, finiva l’ultimo governo di centro-destra nel nostro Paese, eletto dal popolo sovrano. Anche se con alterne vicende e con nuovi protagonisti, il centro-destra è ancora oggi l’area politica maggioritaria nel nostro Paese.

In 76 anni di repubblica la destra è andata al governo solo con Berlusconi. Non solo la destra sociale e nazionale, ossia la destra ex-missina ma ogni destra. Non c’è mai stata una forza che si dichiarasse esplicitamente di destra e che sia andata al governo del Paese, anche in coalizione (la Lega invece ha infranto il tabù delle alleanze, ma ne paga il prezzo).

Mai un uomo di destra ha guidato un governo in Italia, mai un uomo di destra è andato al Quirinale. Berlusconi è stato un leader popolare, anticomunista e antisinistra ma non è mai stato né mai si è definito uomo di destra. Lo votava anche gente di destra, e lo ha sostenuto negli attacchi anti-berlusconiani di sinistra, media e magistrati anche chi, come me, non è mai stato berlusconiano e non si riconosceva affatto in lui ma lo difendeva per la ragione di cui sopra: solo con Berlusconi era possibile un governo di centro-destra. Valeva anche l’inverso: Berlusconi ha vinto solo perché aveva con lui la destra e la Lega. Ma per completare il quadro, va onestamente aggiunto che la destra al governo con Berlusconi, in tre diversi governi, di cui uno di lunga durata – un’intera legislatura, ben cinque anni – non ha lasciato tracce rilevanti della sua presenza al governo. Anche se è stata a lungo la seconda forza di governo per consensi, Alleanza Nazionale è passata come ombra e acqua fresca al governo.

Ora i connotati di quell’alleanza, e gli equilibri interni, sono molto cambiati, la componente di destra e sovranista è largamente maggioritaria rispetto alla forza berlusconiana; con la novità assoluta nella storia repubblicana che una forza di destra, Fratelli d’Italia, è il primo partito nei sondaggi. Ma l’impossibilità di tornare alle urne, il combinato disposto di covid, tecnici e Draghi al potere, la supervisione dell’Europa, il logoramento delle leadership sovraniste, rendono impervia la prospettiva della destra. A tutto questo si aggiunge quel che si sta profilando alle amministrative di ottobre: la sconfitta dei suoi candidati in quasi tutte le principali città, che potrà avere una ricaduta sul prossimo voto politico. Non mi accodo alla facile e pur motivata delusione di molti elettori di destra per le candidature deboli delle grandi città o per gli errori, le inadeguatezze dei singoli candidati. La previsione è che le affermazioni al primo turno verranno poi cancellate perché le possibilità di alleanze al ballottaggio sono esigue per il centro-destra. La conventio ad excludendum funziona ancora contro i candidati di centro-destra ed è la grottesca riedizione dell’arco costituzionale e antifascista. Ma s’insinua pure il dubbio che la destra preferisca perdere la guida di Roma, Napoli o di comuni difficili da amministrare, avendo tutti contro; temendo che il sindaco di una metropoli attaccato da tutte le parti, boicottato dagli apparati comunali, possa danneggiare la battaglia per le elezioni politiche.

Ma qualunque sia la motivazione, vera o presunta, e a prescindere dai giudizi sui singoli candidati, il voto amministrativo sembra destinato a nuocere al versante destro e sovranista. La stagione del populismo sembra ormai alle spalle. Le ambiguità di Berlusconi, le sue condizioni di salute e le manovre per il Quirinale fanno il resto.

L’unico, grande argomento in favore del centro-destra, al di là della capacità comunicativa dei suoi leader, resta l’impopolarità, gli errori, la diffusa antipatia per la sinistra, aggravata dall’alleanza coi grillini di Conte; e più in generale l’insofferenza per l’establishment, il regime di sorveglianza e il suo brodo, il mainstream. Se quella è l’alternativa e se l’agenda di quella coalizione è nei temi, nelle leggi e nelle proposte presentate in questi mesi, allora anche per rabbia e disperazione, la maggioranza del paese preferirà l’incognita del centro-destra alla “certezza” nefasta dei suoi antagonisti.

Draghi è stato, lo sappiamo, l’unica soluzione praticabile per smontare il governo giallorosso del Conte vanesio; l’unica soluzione autorevole e unitaria, caldeggiata anche dall’Europa. Non sappiamo quanto Draghi faccia bene al Paese; ma è certo che Draghi al governo nuoce alla politica e in particolare al centro-destra, lo logora.

E quindi? C’è chi esorta a stringere i denti, serrare i ranghi del centro-destra e non permettersi dubbi e incertezze in questo momento per non favorire l’avversario. C’è chi invece da destra sottolinea la pochezza dei suoi uomini e candidati e denuncia la mancata formazione di una classe dirigente. E c’è chi rifiuta ormai i partiti sovranisti, li vede come traditori o inetti, e cerca altrove, in quell’altrove della protesta antisistema che non riuscirà mai, anche se si compattasse e trovasse un leader, a proporre un’alternativa di governo compiuta, credibile e vincente.

E allora? Per chi ne ha ancora voglia, incalzi le forze in campo, magari le sostenga nella battaglia politica ed elettorale ma poi riprenda a esigere un cambio di passo radicale, scelte più coraggiose, strategie lungimiranti. Chi non ne ha più voglia, invece, si occupi d’altro: di passato, di futuro, di miti, di cultura, di vita reale e belle storie. Turarsi il naso, o anche il resto…

P.S. Per dirvi a che livello è la campagna stampa contro la destra: appena la Meloni ha usato in campagna elettorale i cinghiali a Roma, tutti i giornaloni con le loro firme all’unisono, hanno riabilitato i cinghiali in città… Cittadini esemplari, arredo urbano, silenziosi e ordinati… Meglio un cinghiale che uno di destra…

La Verità

6 replies

  1. Schedature e soldi alla destra: il vero volto degli industriali

    DOCUMENTI – COME L’ASSOCIAZIONE DELLE IMPRESE HA CONDIZIONATO LA DEMOCRAZIA

    (di Salvatore Cannavò – Il Fatto Quotidiano) – L’esaltazione del circo mediatico per le ovazioni di Confindustria a Mario Draghi fa pensare a Lenin. I “migliori” del Paese, infatti, tanto amati dalla borghesia, sembrano confermare la tesi leniniana sui governi come “comitati d’affari” o, più prosaicamente, che esistono i “governi dei padroni”.
    Questa lettura, mistica ed estasiata, muove dall’assioma che quelli riuniti sotto l’ombrello di Carlo Bonomi siano davvero i paladini degli interessi del Paese, l’avanguardia illuminata che decide le migliori sorti di un Paese.
    Cos’è stata davvero Confindustria, invece, lo racconta un volume che sta per uscire in libreria a cura di Elio Catania (Confindustria nella Repubblica, Mimesis) giovane storico, collaboratore di Aldo Giannuli come perito dell’inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia, in grado di leggere e accumulare migliaia di pagine di documenti.
    La tesi è secca: Confindustria non ha svolto in Italia solo la funzione di rappresentanza degli interessi dei suoi associati, ma si è incaricata di condizionare gli equilibri della democrazia italiana. “I documenti ci dicono – scrive Giannuli nella prefazione – che la Confindustria ha giocato la sua forza per ostacolare l’accesso delle masse nel sistema di potere del Paese”. E molti suoi esponenti, e strutture, “hanno più che rasentato anche lo sbocco eversivo del colpo di Stato e hanno finanziato la peggiore destra eversiva”.
    Per dimostrare queste accuse si utilizzano fonti qualificate, spesso inedite, e che provengono dall’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, dalle Commissioni parlamentari di inchiesta, dai documenti relativi alla strage di piazza della Loggia e dall’inchiesta del giudice Guido Salvini. La documentazione è amplissima e rende il testo particolarmente interessante. Il lavoro fatto nell’immediato dopo guerra per frenare le lotte operaie, il lavorìo interessato sul quadro politico per impedire l’evoluzione del centrosinistra negli anni 60 e in particolare il ruolo avuto nella strategia della tensione.
    Nel capitolo che riguarda le stragi ci sono testi come la nota della Questura di Genova del 29 marzo 1969 che dà conto di “una ristretta riunione di alti esponenti della finanza e della politica di centrodestra, allo scopo di esaminare la situazione dell’ordine pubblico e di ricercare eventuali strumenti idonei a neutralizzare le spinte eversive”. Tra i partecipanti, Giacomo Costa “fratello del presidente della Confindustria”, Angelo Costa. Gli industriali hanno paura delle mobilitazioni operaie dentro e fuori la fabbrica. Il gruppo Fiat, che con gli Agnelli voleva porsi come riferimento dei giovani industriali più innovatori, in realtà si attrezzava ristrutturando l’Ufficio Servizi generali affidandolo all’ex colonnello Sios-Aeronautica (i servizi segreti) Mario Cellerino che, durante il celebre processo sulle schedature in azienda, viene definito così dal sostituto procuratore Morelli: “Incrementa e organizza il servizio all’interno come l’attività informativa propria della Fiat”. E infatti le schede sui lavoratori passano “da 203.422 del periodo 1949-66” (17 anni) “alle 150.655 degli anni 1967-71” (4 anni). L’Ufficio Affari riservati racconta dello “stato d’animo” di preoccupazione negli incontri riservati in casa Agnelli, dove le preoccupazioni per le lotte operaie sono esplicite. E quindi anche i contatti con la destra eversiva come il Fronte nazionale di Junio Valerio Borghese o anche Ordine nuovo di Pino Rauti. Un ricevimento con oltre cento persone all’Hotel Turin alla fine degli anni 60 vede insieme esponenti della estrema destra e dirigenti della Fiat.
    Non scherza nemmeno Montedison: in una lettera del 18 settembre 1969, il giornalista Lando Dell’Amico scrive a Bruno Riffser, direttore della raffineria Sarom (Attilio Monti): “Carissimo Riffser, ho versato come d’accordo lire 18.500.000 al giornalista Pino Rauti. Dovrei reintegrare la somma a fine mese in conto Eiridania. Come ho fatto notare stamani per telefono al Cavalier Monti, per esborsi straordinari di questa entità non sono (ancora) attrezzato”.
    A sapere di questi legami erano, ovviamente, anche i servizi informativi Usa. Un telegramma dell’Ambasciata in Italia racconta del Fronte Nazionale descrivendolo come un’organizzazione con “ampi contatti nella società italiana tra cui industriali, sindacati e personale militare in attività”. La Cia scrive che “il Fronte Nazionale riceve presumibilmente assistenza finanziaria da molti industriali e uomini di affari”. Tra i nomi citati ci sono ancora Costa, Fassio, tra i tre più importanti armatori italiani, ancora Monti e Di Faina (probabilmente Faina, presidente della Montecatini, ndr). La Confindustria di governo, ma anche di lotta. Estrema.

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  2. Al signor Veneziani non interessa il bene comune.( Nel senso esteso di equità sociale)
    L’importante è che ci sia un governo di destra o centro destra figurata.
    Forse non si è accorto che negli ultimi trent’anni la destra , di fatto , governa il paese.
    Gianni

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  3. Il post ripreso da Raf2 ripreso dal fatto quotidiano è la risposta esauriente alle baggianate di Marcellino.Che vada a vedere la storia della strage di Peteano dove rimase impigliato Almirante che tramite il missino Pascoli,condannato a 2,8 anni per favoreggiamento,finanziò la latitanza di Ciccutini,uno degli stragisti(tre carabinieri morti per l’esplosione di una bomba).Almirante si salvò trincerandosi in un primo tempo dietro l’immunità parlamentare e in seguito perché ultrasessantenni per intervenuta amministra.Basta digitare strage di Peteano per conoscere la storia

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