Dopo gli auguri a Dell’Utri il Corriere pubblichi anche la sua sentenza di condanna per mafia

(Alessandro Di Battista – tpi.it) – Chissà se Paolo Borsellino quando disse “parlate della mafia, parlatene alla radio, in televisione, sui giornali, però parlatene” si sarebbe mai immaginato di vedere un’intera pagina del più importante giornale italiano dedicata agli auguri ad un amico di Cosa nostra.

Lo scorso 11 settembre il Corriere della Sera ha accettato (immagino previo cospicuo pagamento) di riservare l’intera pagina 26 per gli auguri di compleanno al neo-ottantenne Marcello Dell’Utri. Ripeto, il più autorevole (ancora?) giornale italiano, lo stesso giornale che ebbe il coraggio di pubblicare le parole di Pasolini sulle stragi degli anni ’70 (“Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974”) oggi ha il “coraggio” di pubblicare gli auguri ad un pregiudicato per reati legati alla mafia.

Auguri firmati persino da Giancarlo Galan, presidente della Regione Veneto per 15 anni nonché ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali prima e dei Beni culturali poi. Galan, quando era deputato e presidente della Commissione cultura della Camera, venne arrestato per le mazzette intascate sul Mose.

Uscì dal carcere dopo aver patteggiato (dunque ammesso) una condanna a 2 anni e 10 mesi di reclusione e la restituzione di 2,5 milioni di euro, cifra, tra l’altro, decisamente inferiore a quella che si intascò illecitamente. Subito dopo decadde da deputato a causa delle legge Severino, legge che, tra l’altro, Renzi, Salvini ad co. vorrebbero cancellare.

A questo punto rivolgo una domanda al direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana: “Direttore, se un gruppo di cittadini, tra i quali un patteggiatore di tangenti, le inviassero un’immagine con gli auguri ad un loro amico delinquente, un tal Mario Rossi condannato in via definitiva per spaccio di droga, furto aggravato o per rapina a mano armata, lei la pubblicherebbe?”.

È una domanda più che lecita e che dovrebbe interessare i lettori del Corriere. Gli esempi sono più che calzanti dato che le pene inflitte per i reati menzionati sono spesso inferiori a quella che è stata comminata a Marcello Dell’Utri per aver contribuito agli scopi criminali di Cosa nostra, l’organizzazione mafiosa e militare che fece a pezzi Falcone e Borsellino.

Chissà se Fontana risponderà. Ad ogni modo se rispondesse Sì sapremmo che il Corriere, quantomeno, non discrimina i criminali. Se rispondesse No confermerebbe quel che, ahimè, già sospettiamo. In Italia se violi la legge e sei un povero Cristo viene trattato da farabutto, se violi la legge (oltretutto macchiandoti di reati gravissimi) ma sei uomo d’establishment sui giornali che ti arrivano in cella puoi trovarci addirittura gli auguri per il tuo compleanno.

Ieri il Comitato di redazione del Corriere ha espresso disagio per la lettera. Deo gratias. Ora, per cancellare l’onta, il direttore Fontana dovrebbe, a parer mio, dedicare lo stesso spazio alla pubblicazione di alcuni parti della sentenza di condanna definitiva per Dell’Utri. Mi permetto di dare alcuni suggerimenti: Grazie all’opera di intermediazione svolta da Dell’Utri, veniva raggiunto un accordo che prevedeva la corresponsione, da parte di Silvio Berlusconi, di rilevanti somme di denaro in cambio della protezione a lui accordata da parte di Cosa nostra palermitana. Tale accordo era fonte di reciproco vantaggio per le parti: per Silvio Berlusconi esso consisteva nella protezione complessiva sia sul versante personale che su quello economico; per la consorteria mafiosa si traduceva, invece, nel conseguimento di rilevanti profitti di natura patrimoniale” (pag. 46-47).

E ancora: “I pagamenti di Berlusconi in favore di Cosa nostra…erano proseguiti senza soluzione di continuità” e “dopo la scomparsa di Stefano Bontade e di Girolamo Teresi (rispettivamente capo e sottocapo della “famiglia” mafiosa di S. Maria del Gesù), erano stati effettuati ai fratelli Pullarà, divenuti reggenti del mandamento di S. Maria del Gesù” (pag. 52-53).

E ancora: “I soldi venivano materialmente riscossi a Milano presso Dell’Utri da Gaetano Cinà che provvedeva a recapitarli a Stefano Bontade e, dopo la morte di quest’ultimo, li faceva pervenire ai Pullarà tramite Pippo Di Napoli e Pippo Contorno, uomo d’onore della stessa famiglia mafiosa”.

Se vi fosse ancora spazio suggerisco di menzionare quel che venne affermato dalla Corte d’Appello (e riportato anche dalla Cassazione): “La morte di di Stefano Bontade e di Girolamo Teresi ed il sopravvento di Toto Riina e dei corleonesi non aveva mutato gli equilibri che avevano garantito l’accordo del 1974…Berlusconi, infatti, aveva costantemente manifestato la sua personale propensione a non ricorrere a forme istituzionali di tutela, ma ad avvalersi, piuttosto, dell’opera di mediazione con Cosa nostra svolta da Dell’Utri” (pag. 22).

Giovanni Falcone disse: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine“. Sacrosanto! Certo se chi ha il dovere di ricordare il passato per contrastare le amnesie collettive lo facesse davvero, la fine della mafia si avvicinerebbe sul serio. Altrimenti, tra 10 anni, i firmatari della lettera di auguri per il novantenne Dell’Utri saranno molti più ed il Corriere della Sera sarà “costretto” a dedicargli più di una pagina.

11 replies

  1. Una domanda che mi pongo io è la seguente: è possibile che un fatto così enorme si privo del via libera dell’editore?
    Ho seri dubbi.
    Se così fosse, credo che il disagio dovrebbe essere diffuso. In teoria.
    Poi non ho capito cosa diamine significhi “disagio” in CDR.
    Sopracciglio alzato?
    Cerchiamo di non essere così espliciti?
    Avvisateci prima così almeno siamo preparati?
    Firme ne bastavano 40?
    Se proprio proprio si doveva era meglio l’ultima pagina?
    Disagio..

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    • “Disagio in redazione” è solo una frase di circostanza tipo “sgomento per gli attentati” o “vicinanza con le vittime”, in realtà non significa un bel nulla se non la foglia di fico morale per mascherare il fatto che gente teoricamente informata come i giornalisti “non può non sapere”.

      E questa categoria di somari con una penna fra gli zoccoli non può non sapere la gigantesca cosa che rapprenta Dell’Utri in questo Paese, del quale gran parte di loro sono i primi e più meschini complici per decenni di mala o disinformazione nel nome della pagnotta, di poco sopra a quella del Goebbles dei bei tempi andati… e per la quale oggi, se fermassimo per strada 10 sconosciuti, 5 non saprebbero neanche chi sia Dell’Utri, e agli altri 4 non gliene fregherebbe nulla.

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  2. Concordo. Una redazione normale avrebbe posto un ultimatum: o noi o il direttore. Hanno optato per il disagio.
    Cioè il nulla. Ad ogni modo rimango della mia idea: sono chiari messaggi rivolti ad un certo mondo, racchiudono una visione di sistema e ne testano la eventuale opposizione. Il silenzio assordante segnala la riuscita anche di questa prova.

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  3. Considerato che una pagina pubblicitaria sul Corsera si vende a 113.400 euro, e che (contati frettolosamente) ci sono oltre duecento nomi su quella incriminata, fanno poco più di cinquecento euro a testa. E la chiamano riconoscenza? Barboni.

    Ad ogni modo la pagina me la sono voluta conservare in zona cesso, per quando mi capiterà un po’ di diarrea.

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  4. Io se fossi Dio
    Maledirei davvero i giornalisti
    E specialmente tutti
    Che certamente non sono brave persone
    E dove cogli, cogli sempre bene
    Compagni giornalisti avete troppa sete
    E non sapete approfittare delle libertà che avete
    Avete ancora la libertà di pensare
    Ma quello non lo fate

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  5. Purtroppo sembra la saga infinita di Horribols :
    E non esiste più la serietà della questione , perché tutti dicono viva la televisione.
    Grandi misteri acquisiscono figure di cavalieri misteriosi che nella notte fino all’imbrunire stanno a disseppellire.
    Archivi e rovine, tombe e altari, cattedre e strade, camini e alamari, mentre i fanciulli dormono.
    Se smuovi la pietra angolare l’edificio cade, ed ecco spalancarsi le praterie dove costruire una nuova Babele e oltre Sodoma e oltre Gomorra.

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  6. Popolo in battaglia che l’arme tenean sciupate e rotte,

    Con rastrelli, la falce e il falcetto, contro un esercito invisibile di soldati, cozze, tamarindi e bombe sotto al letto.

    Si acchiappano mosche, si bucano i catini e con l’ottava rima fra le labbra, si canterà la vittoria ai mattutini.

    Sarà una rosa rossa, saranno le scarpe dal ciabattino, ma qui si discute di tattica fino alla rugiada del mattino.

    Strategie da buon partigiano nascosto nelle sale e seduto su poltrone , mi spiace , ma da adesso sarò solo un gran signore.

    Popolo in battaglia che l’arme tenean sciupate e rotte, vi han mangiato le mutande e le scarpe rotte.

    Eppur alla guerra si deve pur andare e dicono che con il PC si potrebbe fare.

    Via scartoffie e via ricordi, da oggi la strategia passa da cavi elettrici contorti.

    Chi l’avrebbe mai detto che poi mi son sposato, dai fichi secchi alle cozze di un buon cacciucco avvinazzato.

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  7. Dall’antologia di Spoon River

    Whedon, direttore di giornale

    Essere in grado di vedere ogni lato di ogni questione;
    essere in ogni settore, essere tutto, essere nulla che duri;
    pervertire la verità, abbracciarla per uno scopo,
    sfruttare i grandi sentimenti e le passioni della famiglia umana
    per bassi disegni, per scaltre finalità,
    portare una maschera come gli attori greci –
    il vostro giornale di otto pagine – dietro cui vi ranicchiate,
    urlando nel megafono dai caratteri cubitali:
    “Sono io il gigante”.
    In tal modo anche vivendo l’esistenza di un ladro,
    avvelenato dalle parole anonime
    della vostra anima clandestina.
    Gettare lordura sullo scandalo, per denaro,
    ed esumarlo ai quattro venti, per vendetta,
    o vendere giornali,
    calpestando reputazioni, o corpi, se necessario,
    per vincere ad ogni costo, salva la vostra vita.
    Gloriarsi in un potere demoniaco, minando la civiltà,
    come un ragazzo paranoico mette un ceppo sulle rotaie
    e deraglia il direttissimo.
    Essere un direttore, come io ero.
    Poi giacere qui vicino al fiume oltre il punto
    dove la fogna scorre dal villaggio,
    e le scatole vuote e l’immondizia vengono gettate,
    e gli aborti nascosti.

    Edgar Lee Masters

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