ISIS e i talebani: cosa hanno in comune

ISIS e talebani: qual è la differenza e perché si fanno la guerra.

(Luna Luciano – money.it) – Le differenze tra ISIS e talebani non sono sempre chiare e spesso questo genera confusione per chi vede accostati i due nomi. I due gruppi in realtà si trovano su fronti opposti.

ISIS e talebani sono due organizzazioni molto diverse tra di loro che si trovano in netta contrapposizione per motivi ideologici e strategici. La conflittualità è oltremodo evidente specialmente ora che l’ISIS sta progettando attacchi terroristici in tutto l’Afghanistan.

L’obiettivo è quello di destabilizzare il Paese appena tornato in mano ai talebani dopo vent’anni di presenza sul territorio delle truppe militari statunitensi e delle forze NATO.

Nonostante siano due entità nettamente distinte, spesso i loro nomi vengono facilmente accostati senza comprendere le differenze che intercorrono tra le due.

Indubbiamente ci sono dei punti di contatto, come la condivisione dei principi del fondamentalismo islamico, ma per questioni ideologiche sono sostanzialmente agli antipodi, trovandosi sempre una opposta all’altra a farsi la guerra e spaccando in due il mondo degli estremismi islamici. Sono tre le organizzazioni che hanno diviso il Medio Oriente tramite la violenza ed efferati attentati, che hanno devastato i Paesi di quelle zone e dell’Occidente: Al Qaida, talebani e ISIS. Queste ultime due trovano terreno fertile per lo scontro in Afghanistan, appena riconquistato dai talebani, un’organizzazione militare fondamentalista. A questa fazioni si oppone l’ISIS l’organizzazione jihadista che ha proclamato nel 2014 lo Stato Islamico in Siria e Iraq.

Non è così semplice comprendere le profonde differenze presenti tra le due entità: infatti queste sono accomunate da almeno tre elementi fondamentali che conducono spesso a vederli come gruppi affini.- Il Fondamentalismo islamico. I combattenti dell’ISIS e dei talebani condividono il grande obiettivo di conservare, proteggere e tramandare i principi del fondamentalismo islamico.- Sunnismo. In entrambi i casi i combattenti sono sunniti, ossia appartengono alla corrente maggioritaria dell’Islam che crede e riconosce la validità della Sunna (la consuetudine), ossia il codice di comportamento che è riconosciuto come uno dei testi fondamentali del pensiero filosofico e giuridico dei credenti.- Sono contro l’Occidente. Entrambe, così come Al Qaida, sono opposte al mondo occidentale.

I due gruppi, inoltre, condividono anche il territorio in cui agiscono. I talebani dopo vent’anni hanno ripreso il controllo dell’Afghanistan e in questi territorio è attiva una cellula terroristica costola dell’ISIS, ISIS-K, ossia la «provincia del Khorasan».

Nonostante possano sembrare due gruppi militari affini, tra l’ISIS e i talebani le differenze sono evidenti fin dall’inizio. A partire dal nome: cioè tra ISIS (Islamic State of Iraq and Syria) e talebani (da “taleb” che significa “studenti”). I due gruppi hanno alle spalle origini e luoghi geografici diversi.

I talebani sono un gruppo militare e politico composito, prevalentemente composto dall’etnia Pashtun. Nato negli anni ’90 in Afghanistan, il gruppo è plasmato dall’esperienza delle scuole islamiche in Pakistan, seguendo i precetti coranici insegnati dl loro leader il Mullah Muhammad Omar. L’indottrinamento religioso presente in queste scuole spesso rappresentava l’unica opportunità di scolarizzazioni per le classi meno abbienti. Durante la guerra civile afghana i talebani sono riusciti a salire al potere, instaurando la Sharia.

L’ISIS invece ha operato soprattutto in Siria e Iraq e nasce da una costola di Al Qaida dopo la morte del suo leader Osama Bin Laden. Quindi se il primo ha origini nelle scuole d’indottrinamento, l’ISIS nasce da una precedente organizzazione terroristica. L’altra grande differenza è il modus operandi.

L’ISIS è una vera organizzazione terroristica che crede nel martirio e nella pratica della jihad, in questo caso intesa come “guerra santa” (il termine è molto più ampio e complesso) per colpire gli infedeli. Gli infedeli per l’ISIS possono essere anche gli stessi musulmani che vivono in Occidente. Lo Stato Islamico è inteso come realtà politica e istituzionale dove la società è totalmente incentrata sui concetti più radicali del Corano. Per loro lo Stato è già una realtà, tanto da averlo proclamato anni fa.

I talebani, come l’ISIS, credono nella creazione di un Governo basato sulla dottrina islamica anche a costo di usare le armi. La sostanziale differenza è che applicano la Sharia, la legge del Corano. Secondo la legge, non viene applicata la Jihad e non si tenta d’islamizzare il mondo. Il loro obiettivo è quindi fondare un protettorato afgano.

I due gruppi sono quindi totalmente differenti per il progetto politico perseguito: per tale motivo l’ISIS vede come eretici i talebani e sono pronti a minare il loro nuovo Stato. L’unica vittima di questo scontro non potrà che essere il popolo civile afghano che già conta sulla sua pelle più di 40 anni di guerre ingiustificate.

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8 replies

  1. Questo poi è veramente un mistero. Ho sempre saputo che eravamo in Afganistan contro i Talebani per fare la guerra all’Isis. Ora vengo a sapere che la guerra all’ Isis la fanno i Talebani. Ma allora eravamo alleati all’ Isis? I nemici dei miei amici sono i miei nemici, ok ma almeno scegliamoci bene gli amici, che di nemici l’Occidente ne trova a iosa…ma è vero pure che i soldi non hanno nemici

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    • Nemesi della Storia: i Talebani sono stati “talebanizzati” in Afghanistan, e per di piu’ da un gruppo terroristico col nome di una cantante virtuale sud-coreana per ragazzine di Sesto SDan Giovanni.

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  2. Riassunto: gli attentati a Kabul sono sempre stati un affarone per i barbuti, un po’ come diceva Caponnetto. E per il momento continuano ad esserlo.

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  3. Posso parafrasare Enrico IV?

    “Un funeral val bene Kabul”

    E poi, come sempre, come dappertuitto, anche al netto della rivalita’ campagna-citta’, ci sono gli afghani e ci sono gli afghani…

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  4. Favole da Kabul

    Nella narrazione di questi giorni mancano alcuni particolari. Per esempio, che per molti anni i talebani sono stati finanziati e armati dagli americani in funzione antisovietica. Ma naturalmente anche la narrazione inversa, quella che vuole i talebani coraggiosi combattenti antimperialisti, è una favola, perché non basta essere vittime per diventare innocenti.

    Marco d’Eramo 24 Agosto 2021

    Ok, tutti i talebani sono orchi cattivi. Non sono come i comunisti che mangiavano i bambini, loro li violentano e basta. E tutti i 48 milioni di afghani sono minorenni indifesi che noi occidentali, prodi difensori NATO degli inermi, abbiamo vilmente lasciato orfani in preda a questi orribili babau. Le mamme afghane praticano addirittura il lancio dell’infante (oltre il filo spinato), come sembra mostrare una singola foto ritrasmessa migliaia di volte.

    La narrazione che ci viene spiattellata di quel che sta succedendo a Kabul e dintorni è così demenziale che si fa fatica a credere come mai in così tanti ci crediamo. Dimentichiamo alcuni particolari. Il primo è che gli orchi cattivi, i barbari spauracchi, sono stati finanziati, armati, addestrati, incoraggiati per più di dieci anni dagli stessi americani per combattere altri protettori stranieri degli inermi afghani, solo che allora i paladini della modernità erano sovietici (oh perfido Osama bin Laden!). Il secondo, e più importante, è che gli orchi hanno riconquistato tutto l’Afghanistan in un paio di mesi senza praticamente sparare un colpo, cioè con l’accordo di tutta (o quasi) la popolazione afghana. Il corollario logico di questo fatto è che i 48 milioni di minorenni afghani non amano affatto i loro autonominatisi tutori, i benigni protettori delle donne e dei bambini. E soprattutto, come ha avuto il coraggio di dire solo una giornalista alla Bbc, il corollario di questa riconquista senza colpo ferire è che, nella quasi totalità, gli afghani odiano questi invasori occupanti che per venti anni li hanno trattati come bambini arretrati a cui inculcare le regole elementari della civiltà e della democrazia. Dimentichiamo sempre che, per quanto benigni e illuminati, in genere gli occupanti stranieri sono piuttosto invisi. Come già sapeva Rudyard Kipling, il fardello dell’uomo bianco è di sopportare l’ingratitudine dei popoli a cui pensa (o crede) di apportare la civiltà.

    Immaginiamo una narrazione che racconti come gli eroici talebani, pur in posizione di micidiale inferiorità di armamenti, di risorse, di tecnologia, sono riusciti a cacciare dal proprio Paese gli occupanti della più potente coalizione al mondo. E che una minoranza di collaborazionisti (nella Francia liberata dai tedeschi le donne collaborazioniste venivano rapate a zero) voglia, con giustificato timore, scappare all’estero, come avvenne nella Saigon liberata dai vietcong nel 1975. Venti anni di occupazione creano qualche centinaio di migliaia, forse qualche milione di collaborazionisti.

    Il che ci porta a guardare l’integralismo islamico come la nuova forma che assume la lotta anticoloniale: l’esempio più lampante e rivelatore è quel che sta succedendo nel Sahel, dove la guerra antifrancese ha preso le forme del fondamentalismo islamico. Non fa piacere dirlo a un fedele discepolo di Denis Diderot quale sono io, ma così è (dialettica dell’illuminismo, Theodor Adorno, eccetera). Non è quello che speravamo, che Marianna si mettesse il burqa.

    Non sempre, anzi quasi mai, l’antiimperialismo è portatore di valori illuministici (basti pensare al cattolicesimo retrivo dei nazionalisti irlandesi nella loro lotta d’indipendenza contro la Gran Bretagna). E quindi la narrazione inversa alle fiabe per bambini è anch’essa una fiaba, perché non basta essere vittime per diventare innocenti. Non solo, ma come mi faceva notare Robin Blackburn, ogni volta che i popoli islamici hanno cercato di accedere alla modernità, all’indipendenza e alla democrazia per via laica, l’occidente glielo ha impedito con le buone, ma soprattutto con le cattive (si ricordi come fu estromesso il moderato iraniano Mohammad Mossadeq, o si pensi alla strage dei comunisti indonesiani), finché, come in un esperimento comportamentale, l’unica via che gli è stata lasciata aperta è quella integralista. Senza dimenticare che le due grandi rivoluzioni che hanno traghettato il mondo anglosassone nella modernità furono opera dei fondamentalisti: i padri pellegrini che sbarcando dal Mayflower nel 1620 fondarono quelli che sarebbero diventati gli Stati uniti d’America, e i puritani di Olivier Cromwell che furono i primi europei a tagliare la testa a un re (1649).

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