Missioni militari, in 17 anni spesi 20 miliardi

Dopo il ritiro degli Usa da Kabul si è rimesso tutto in forse. I nostri soldati ora sono sotto tiro quasi dappertutto. Gli stanziamenti autorizzati nel 2021


(pressreader.com) – di Vincenzo Bisbiglia e Marco Pasciuti – Il Fatto Quotidiano – Una volta bisognava “esportare la democrazia”. Da qualche anno, invece, la parola d’ordine è “Mediterraneo allargato”. Un concetto geografico che va ben oltre la tradizionale immagine della cartografia degli Stati bagnati dal Mare Nostrum. Un’area che va dal golfo di Guinea al Corno d’Africa e comprende Sahel e Libia. Un’area vasta, di “nostro prioritario interesse” dove “concentrare forze e risorse”, ha spiegato il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, durante la riunione delle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato, lo scorso 7 luglio. L’obiettivo principale, almeno dal 2014 a oggi, oltre alla storica necessità di garantirsi gli approvvigionamenti di energia è diventato il monitoraggio dei flussi migratori, il rispetto degli embarghi, il controllo e il contrasto dei gruppi terroristici. Un cambio di paradigma che non ha comportato una diminuzione dell’impegno militare all’estero da un punto di vista economico, ma una ricollocazione delle risorse nelle aree di maggiore interesse.

Pochi giorni dopo l’audizione in commissione di Guerini, il Parlamento ha approvato il rifinanziamento delle missioni militari all’estero. Ben 1,2 miliardi di euro per il 2021, quasi 100 milioni in più rispetto al 2020. Il provvedimento di luglio, in generale, porta fino a quota 20 miliardi e 500 milioni la somma dei soldi spesi per le forze armate italiane nel mondo dal 2004 a oggi. Un trend annuale in crescita a partire dal 2014 (quando non si arrivava al miliardo). Per l’anno 2021, le missioni finanziate sono 40, due in più rispetto all’anno precedente. Oltre 9 mila i soldati dispiegati in tre continenti (Europa, Asia e Africa). Un record per numero di missioni, mentre per unità impegnate il dato è inferiore solo al 2005, quando l’escalation del conflitto in Afghanistan aveva portato a 10 mila i militari schierati.
Iraq e Golfo Persico

La più importante tra le nuove missioni autorizzate dal Parlamento è Emasoh (European Maritime Awareness in the Strait of Hormuz), nello Stretto di Hormuz, una lingua di mare larga appena 30 km che divide l’Iran dall’Oman e gli altri ricchi emirati della penisola araba. A Hormuz, su iniziativa lanciata dalla Francia a margine del Consiglio Ue di gennaio 2020, siamo presenti con una nave da guerra, due aerei e 193 soldati, che costano in tutto 9 miliardi di euro.
Ma nel gigantesco risiko mondiale, la pedina messa dall’Italia a Hormuz è solo l’ultima in un’area, quella che va dall’Iraq alla Siria fino al Golfo Persico, teatro dell’impegno più sostanzioso di truppe e fondi. La “guerra in Iraq”, quella voluta nel 2003 dagli Stati Uniti guidati da George W. Bush, è finita da un pezzo, almeno 10 anni. Ma dopo la nascita e lo sviluppo dal 2014 dell’Isis, la guerra civile ha impedito l’uscita militare dal Paese. Da quell’anno l’Italia è impegnata nella cosiddetta Coalition of the willing, la coalizione internazionale per la lotta contro il Daesh, su iniziativa degli Stati Uniti. Un impegno corposissimo, con 900 unità e, solo per il 2021, oltre 230 milioni di euro finanziati. In questo contesto la “Mission in Iraq” promossa dalla Nato (NM-I) è ancora in corso e al suo interno l’Italia svolge un ruolo da protagonista. Una “missione non-combat” che ha “l’obiettivo di offrire ulteriore sostegno al governo iracheno nei suoi sforzi per stabilizzare il paese e combattere il terrorismo”, si legge nel “mandato internazionale” allegato agli atti parlamentari. L’Italia ne assumerà il comando nella primavera del 2022, motivo per il quale il nostro contingente arriverà a contare fino a 280 uomini al costo di 15,5 milioni l’anno. Non solo. La situazione in Iraq per molti versi ricorda quella dell’Afghanistan. Lo Stato islamico, fiaccato dai bombardamenti internazionali e dall’impiego dei Peshmerga sul terreno, è nominalmente sconfitto ma i suoi militanti si sono riciclati nelle miriadi di gruppuscoli di combattenti che compongono la galassia jihadista in Iraq e in Siria. In totale, secondo i dati aggiornati forniti dall’osservatorio Milx, dal 2003 a oggi l’Italia ha investito nell’antica Mezzaluna fertile la bellezza di 3 miliardi e 275 milioni di euro cui andrebbero aggiunti, spiega il coordinatore del progetto Francesco Vignarca, “costi extra indiretti proporzionali al peso delle singole missioni”, in tutto 418 milioni.

Somalia e Corno d’Africa

La quarantesima missione italiana all’estero è quasi simbolica. Un solo militare, appena 156 mila euro per partecipare a Unsom, operazione Onu in Somalia e Gibuti. Simbolica, ma significativa. Perché da diversi anni si è fatto importante anche l’impegno dell’Italia nel Corno d’Africa. In quell’area spendiamo 26 milioni l’anno nell’operazione Atalanta, con due navi da guerra, quattro aerei e 388 soldati per “contrastare gli atti di pirateria” e lottare “contro il traffico di stupefacenti”. Altri 12 milioni di euro e 154 unità sono impiegati nell’operazione Eutm Somalia a Mogadiscio per il “rafforzamento delle forze armate somale che rispondono al governo nazionale somalo”. Tutte missioni che possono contare sull’ausilio logistico della base militare italiana a Gibuti, finanziata con 11 milioni di euro l’anno, cui si aggiungono 2,3 milioni per l’addestramento della polizia somala e dei funzionari yemeniti. Restando in Africa, l’Italia sostiene le Nazioni unite anche nel Sahel, la cinta subsahariana che parte da Marocco e Mali e arriva, appunto, in Sudan. Gli impegni più importanti sono in Niger, al seguito di Stati uniti e Francia, per la “sorveglianza delle frontiere” e la formazione e “l’addestramento delle forze nigerine”, con un incremento del contingente (ben 295 unità) e dei fondi impiegati, 44,5 milioni di euro; e in Mali, nella Task Force Takuba, missione “di contrasto alla minaccia terroristica nel Sahel”, con 250 unità e 49 milioni spesi. La “coalizione del Sahel” è nata durante il vertice di Pau, il 13 gennaio 2020, su pressione del presidente francese Emmanuel Macron e il via libera dell’Onu.

Libano fra “cedri” e Unifil

Quest’anno, con grande ritardo, il Parlamento ha anche finanziato la missione Emergenza Cedri, il sostegno dell’Esercito italiano al Libano dopo la devastante esplosione al porto di Beirut il 4 agosto 2020. Impegno ormai concluso a novembre scorso. I nostri soldati sono andati, materialmente, a raccogliere le macerie e organizzare i soccorsi. Resta il fatto che le forze armate italiane sono impegnate in Libano quasi ininterrottamente dal 1978 nella missione Unifil. Riconfigurata nel 2006 e prorogata nel 2020, a oggi nello stato mediorientale ci sono 1.301 soldati, 1 nave e 7 aerei al costo complessivo di 181 milioni di euro, cui si aggiungono i 20 milioni circa per l’operazione Mibil, l’addestramento delle forze armate libanesi.

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4 replies

  1. correggetemi se sbaglio (evasori a parte) 20 miliardi x 17 anni, potevano essere 100 euro in più alle pensioni minime?

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  2. certo che ci vuole una bella faccia a chiamare un operazione ‘coalition of the willings’.

    La stessa denominazione dei tempi di Bush contro l’irak.

    Ma non si fanno schifo?

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