Il divario Nord-Sud aumenta e pesa su stipendi e consumi

(VINCENZO DAMIANI – quotidianodelsud.it) – La crisi generata dalla pandemia Covid ha impoverito le famiglie italiane, ma già la lunga crisi economica e finanziaria degli ultimi anni aveva colpito duro soprattutto al Sud, ampliando il divario con il Nord. Dal 2003 al 2018, il  reddito medio in termini reali ha perso l’8,3% del suo valore.

Nello stesso periodo, il  divario Nord-Sud  è aumentato dell’1,6% e rispetto alla media nazionale le famiglie del Mezzogiorno guadagnano 478 euro al mese in meno. Nei nuclei in cui prevale il  reddito da lavoro autonomo  la crisi ha picchiato ancora più duramente: la perdita in termini reali è stata pari al 28,4%.

È quanto emerge dal report dell’Osservatorio del Consiglio e della Fondazione nazionale dei commercialisti sulle famiglie italiane che traccia un bilancio del primo anno di pandemia e di dieci anni di crisi. L’Osservatorio evidenzia come nel 2020  sia il Pil che il gettito fiscale si siano ridotti, ma in misura diversa.

Nel dettaglio, mentre il Pil è calato del 7,8%, le entrate fiscali delle famiglie sono diminuite del 3,2%, mentre tutte le altre entrate fiscali si sono ridotte  dell’8,7%. Di conseguenza, la  pressione fiscale generale è salita, ma quella delle famiglie, costituita in massima parte dalle  imposte dirette e dall’Imu, è aumentata in  misura maggiore.

Ad aver inciso in modo particolare su tale tendenza è stato il gettito erariale dell’Irpef che nel 2020 si è ridotto solo del 2,2%. Nonostante un recupero del reddito medio familiare del Sud e isole (+8,8% dal 2015 al 2018), il divario territoriale con il Nord è cresciuto ancora: +1,6% rispetto al 2003.

Nel 2018 il reddito medio nel Mezzogiorno era pari a 2.159 euro contro i 2.930 del Nord-Est e 2.887 euro del Nord-Ovest. Rispetto alla media nazionale, il divario tra il Sud e il resto del Paese è del 18,1% ed è aumentato dello 0,3% rispetto al 2003. Mentre una famiglia lombarda nel 2003 mediamente guadagnava 30.390 euro, nel 2017 è passata a 36.101 euro; stesso discorso in Emilia Romagna, dove i redditi sono saliti da 30.591 euro a 35.431 euro. Al Sud c’è stata, sì, una crescita ma più contenuta: in Campania, ad esempio, nel 2003 una famiglia aveva un reddito medio pari 23.124 euro, nel 2017 si è passati a 25.544 euro.

Il divario Nord-Sud ovviamente si riflette in maniera decisa anche nella  spesa media mensile dei  consumi  delle famiglie: nel 2020, la spesa mensile media di una famiglia meridionale è stata pari al 75,2% rispetto ad una famiglia che vive al Nord, 1.898 contro 2.525 euro. La pandemia poi ha spinto altre  333 mila famiglie, il 20% in più  rispetto al 2019, nell’area della  povertà assoluta. Complessivamente sono in condizione di povertà assoluta poco più di due milioni di famiglie, il 7,7% del totale, dal 6,4% del 2019, al Sud l’incidenza è del 9,4% rispetto all’8,6% di un anno prima. Il bilancio complessivo della pandemia nel 2020, nonostante gli ingenti aiuti statali, è negativo.

In particolare, a fronte di un calo del Pil di 139,4 miliardi di euro (-7,8%) e di un incremento del deficit pubblico di 129 miliardi di euro, il reddito disponibile delle famiglie si è ridotto di 32 miliardi di euro (-2,8%), mentre l’effetto combinato degli aiuti pubblici e del crollo dei consumi, calati di 116 miliardi di euro (-10,9%), ha determinato un incremento del risparmio lordo delle famiglie di 83,4 miliardi di euro (+88,3%).

L’analisi dell’Osservatorio fa emergere, dunque, il  paradosso di un  aumento della povertà  e allo stesso tempo di un  aumento del risparmio  reso evidente anche dall’incremento dei depositi bancari delle famiglie unito ad un aumento della pressione fiscale. Su quest’ultimo fronte pesano i  risultati già negativi del 2019  che aveva segnato un’interruzione della fase di  rientro della pressione fiscale  avviata nel 2014 e durata cinque anni. «Il passo indietro dell’ultimo biennio – si legge nello studio – ha riportato l’Italia agli anni dello  shock fiscale  seguito alla  crisi del debito sovrano del 2011, annullando quasi del tutto i progressi ottenuti dal 2014 al 2018». L’effetto finale, è sbilanciato dal lato delle  famiglie  che hanno sopportato il peso dello shock fiscale.

Dal 2011 ad oggi, infatti, a fronte di un incremento del Pil di 2,8 miliardi (+0,2%), le entrate fiscali delle famiglie, che pesano per meno della metà sulla pressione fiscale generale, sono aumentate di 46 miliardi di euro (+17,3%), mentre le altre entrate fiscali sono  diminuite di 15,7 miliardi di euro (-3,8%). In particolare, il gettito erariale dell’Irpef dal 2011 è cresciuto di 11,7 miliardi (+7,2%) e quello  dell’Imu, confrontato con il gettito Ici, è aumentato di  11,1 miliardi di euro  facendo registrare l’incremento più elevato in termini percentuali pari al 120%. Stessa dinamica per le  addizionali regionale e comunale  che hanno contribuito ulteriormente con impatti diversificati e rispettivamente pari a +3,5 e +1,8 miliardi di euro. Le  imposte sui redditi di capitale sono aumentate di 9,3 miliardi di euro (+92,8%) e i contributi sociali sono aumentati di 8,5 miliardi di euro (+12,6%).   

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