Altro che dimissioni: Durigon sta facendo le liste a Roma

Matteo Salvini gli aveva imposto le “ferie forzate”. “Non rispondere al telefono, non parlare con nessuno, non farti vedere in giro”: questo era il “consiglio” arrivato dai vertici del Carroccio dopo l’uscita “infelice” (eufemismo) di Latina su Parco Mussolini.

(pressreader.com) – di Vincenzo Bisbiglia – Il Fatto Quotidiano – Matteo Salvini gli aveva imposto le “ferie forzate”. “Non rispondere al telefono, non parlare con nessuno, non farti vedere in giro”: questo era il “consiglio” arrivato dai vertici del Carroccio dopo l’uscita “infelice” (eufemismo) di Latina su Parco Mussolini. Ma è tutta scena: Claudio Durigon è tutto tranne che in vacanza. Non risponde al telefono (almeno ai giornalisti), non partecipa agli eventi pubblici, ma la sua attività politica non si è mai fermata un minuto. Il sottosegretario all’Economia del Governo guidato da Mario Draghi è anche (e soprattutto) il coordinatore della Lega nel Lazio. E, in quanto tale, è al lavoro (incessante) ormai da giorni per chiudere la lista del Carroccio da presentare alle prossime elezioni capitoline. Formalmente, a Roma c’è già un coordinatore: si chiama Alfredo Becchetti, di lavoro fa il notaio, ma – come raccontano molti aspiranti consiglieri leghisti – è un leader locale quantomeno “debole”. Tradotto: a decidere i candidati (e a risolvere i problemi) è direttamente Durigon, che già da settimane ha messo i suoi all’interno dello staff elettorale del candidato comune, Enrico Michetti. E lui, “Claudione”, non vuole mollare di un centimetro, anche nella Capitale perché c’è già chi vorrebbe fargli le scarpe.

La Lega a Roma, infatti, parte già con un doppio handicap: Michetti non è il favorito nella corsa al Campidoglio – è primo nei sondaggi al primo turno, ma dato perdente al ballottaggio contro tutti i candidati di centrosinistra, Virginia Raggi compresa – e, nella corsa interna al centrodestra, il Carroccio difficilmente avrà la meglio su Fratelli d’Italia, ben più radicato nella Capitale e non solo per il traino emotivo di Giorgia Meloni. Così, in Aula Giulio Cesare, a meno di exploit inattesi, entreranno “sicuri” al massimo 2 o 3 consiglieri. Cosa che sta creando parecchie frizioni interne fra i candidati, i quali corrono a lamentarsi dal loro coordinatore. Così il telefono di “Claudione” in queste ore è bollente. Il suo vecchio amico, il dirigente Ugl Stefano Andrini, tra l’altro, pare lo abbia messo un po’ in difficoltà. Sua, infatti, l’idea – giunta per interposta persona a Salvini, il quale ha mostrato gradimento avallandola – di far correre per l’Assemblea capitolina anche Simonetta Matone, la “pro-sindaca” designata, che probabilmente toglierà il posto in Campidoglio a qualcuno dei durigoniani di ferro. Andrini, vecchio “cuore nero” reduce dall’epopea alemanniana, da qualche anno nel sindacato Ugl e – anche se lui smentisce fermamente (“so’ tutte str… io non conto niente”) – ideologo dell’approdo della Lega a Roma, è molto amico del figliastro di Matone, Francesco Albertario, che avrebbe voluto sostenere per l’Assemblea capitolina. Quando Durigon gli ha detto che sarebbe stato “inopportuno” avere entrambi in corsa per il Campidoglio, è arrivata l’idea di schierare Matone in coppia con Fabrizio Santori, storico militante romano di destra – è stato anche con Storace – e possibile campione di voti nel Carroccio. Anche lui, neanche a dirlo, sostenuto da Andrini. “Ma quale fascista, Claudio è un democristiano, solo che parla male”, dice di lui “affettuosamente” Andrini, quando gli chiediamo conto del suo rapporto con Durigon.

Dietro Matone e Santori c’è spazio, così, al massimo per un altro nome. In lista, “Claudione” ha messo il capogruppo uscente della Lega, Maurizio Politi, ultracattolico vicino ai movimenti pro-vita, in coppia con l’ex Azione Giovani, Flavia Cerquoni. In corsa Davide Bordoni, per anni forzista di culto tajaneo e Dario Rossin, che ai tempi di Alemanno sindaco faceva il delegato alla Sicurezza. Proverà a farcela anche Barbara Saltamartini, deputata di lungo corso, ex An, che vorrebbe togliere lo scettro romano proprio a Durigon, ma che fin qui non è riuscita trovare un candidato con cui fare coppia più quotato di Mario Brozzi, ex medico sociale dell’As Roma. In corsa per la presidenza del 15° municipio c’è infine Andrea Signorini. L’ex esponente di Fratelli d’Italia nel 2016, quando era consigliere al 2° Municipio, pubblicò su Facebook una foto di Renato Zero con la mano destra alzata e la commentò scrivendo “Renato uno di noi”, beccandosi il rimbrotto della Comunità ebraica e una richiesta di dimissioni. La cosa venne lasciata cadere. Ora, comunque vada la sua corsa alla guida del municipio di Roma Nord, lo ritroviamo alla corte di chi di “gaffe” sul fascismo se ne intende. E non poco.

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4 replies

  1. “Quando Durigon gli ha detto che sarebbe stato “inopportuno” avere entrambi in corsa per il Campidoglio, è arrivata l’idea di schierare Matone”

    Che sto cinghiale debba (con il suo senso dello Stato) nientedimeno indicare che qualcosa è inopportuno la dice lunga su quegli altri.
    Madonnamia che tempi che s’avvicinano!

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  2. Il programma di Claudio Durigon, cancellare da una pineta i nomi di Falcone e Borsellino per esaltare invece quello di Arnaldo Mussolini, non è farina del sacco di Durigon. Il sottosegretario all’economia è stato catapultato nell’agone per misurare la temperatura degli italiani in tema di antifascismo e di lotta alla mafia. Non dovremo meravigliarci quando si verrà a scoprire che è stato Matteo Salvini in persona a mandare avanti l’utile idiota di turno, con lo scopo di intorbidare le acque, sollevare il consueto polverone estivo, far pesare la sua ingombrante presenza nell’attuale governo Draghi. La provocazione è sofisticata. Può essere tradotta così: gli italiani sono nostalgici del fascismo, non disposti ad arruolarsi in questa guerra di cartapesta contro la mafia come fu concepita dai Falcone e dai Borsellino.
    Perché è sofisticata? Perché le cronache degli ultimi decenni sono state popolate da cialtroni filo fascisti e da cialtroni para mafiosi. Ma un cialtrone che fosse bifronte, metà mussoliniano, metà simpatizzante di Totò Riina, in natura ancora non si era visto. Adesso c’è. Un simile parto della fantasia politica può essere attribuito alle semplici forze del sottosegretario leghista Durigon? Abbiamo molti dubbi. Sorgono, però, alcuni interrogativi giganteschi. La Lega fa il suo mestiere. Salvini difende spiritosamente il suo Durigon. I giornali portano e riportano la ghiotta notizia agostana. Ma il governo che fa? Draghi non dice una parola. La ministra Cartabia non dice una parola. Maria Falcone si fa carico di una forte denuncia, ma le sue parole, istituzionalmente, sono cadute nel vuoto. Marco Bellocchio è sconcertato. Brutto spettacolo.
    Draghi sa di essere filo fascisti e paramafiosi non ce lo chiede l’Europa. La Cartabia, fresca fresca di riforma della giustizia, dovrebbe avere i nomi di Falcone e Borsellino riprodotti a chiare lettere nella sua carta intestata, al ministero. Invece aspettano. Come tira il vento. Se Durigon si farà da parte. Se Salvini deciderà di mandarlo a casa. O se qualche mozione di sfiducia lo defenestrerà. Draghi, Cartabia, certi giorni son cuor di leone, certi altri, pecorelle smarrite e silenziose.
    https://www.antimafiaduemila.com/…/85363-siamo-fascisti…

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