I leoni del Panshir

A guidare la resistenza dell’unica regione dell’Afghanistan non caduta in mano ai talebani c’è Ahmad Massud, figlio dell’eroe nazionale ucciso da al Qaeda il 9 settembre 2001. Che ora sfida il primogenito del Mullah Omar.

(Nicolò Delvecchio – tag43.it) – Il Panshir proverà a ruggire ancora, come ha sempre fatto. Nell’Afghanistan tornato velocemente in mano ai talebani c’è ancora una regione, dall’importanza cruciale nella storia del Paese, che ha detto niet ai sovietici nel decennio dell’occupazione di Mosca e ha respinto i talebani nei loro primi cinque anni di governo. È la zona di monti e valli poco più a nord di Kabul, che della resistenza ha fatto un marchio di fabbrica per merito di Ahmad Shah Massud, combattente nato nel capoluogo Bazarak e passato alla storia come il Leone del Panshir. Ucciso in un attentato il 9 settembre 2001, ad appena due giorni dall’attacco alle Torri Gemelle, Massud fu a capo dell’Alleanza del Nord che contribuì in maniera fondamentale alla cacciata dell’Armata rossa dal Paese, e combatté contro i talebani nella guerra civile che li vide salire al potere. Il Panshir però non crollò mai, nemmeno dopo la morte del Leone. Ora la situazione è la stessa.

Ahmad Massud, il piccolo “leone” del Panshir

Adesso il suo posto è stato occupato dal figlio, che porta il suo stesso nome. Manca l’appellativo di Shah, Re, ma quello lo si conquista sul campo di battaglia, non si eredita. Ahmad junior è cresciuto nel mito del padre, e ha capito fin da piccolo (nel 2001 aveva 13 anni) che ne avrebbe dovuto prendere il posto. Formatosi tra l’Iran e Londra, nei giorni della caduta di Kabul ha lanciato al suo popolo un appello di lotta e speranza, pubblicato in Italia da La Repubblica: «Ho ereditato da mio padre, l’eroe nazionale e comandante Massud, la sua lotta per la libertà degli afghani. Questa lotta è ora mia, per sempre. I miei compagni d’armi ed io siamo pronti a versare il nostro sangue, insieme a tutti gli afghani liberi che rifiutano la schiavitù e che io chiamo a unirsi a me nel nostro bastione del Panshir, che è l’ultima regione libera del nostro paese in agonia».

Una lettera rivolta anche agli ex alleati occidentali: «Ci aiuterete ancora? Noi afghani siamo rimasti soli, ma non ci arrenderemo mai». Non si tratta di una chiamata alle armi estemporanea e poco organizzata. Con Massud ci sono molti soldati dell‘esercito regolare che si sono arresi ai talebani (e abbastanza fortunati da non essere poi uccisi) e alcuni componenti del governo dissoltosi senza lottare. Tra i più attivi Amrullah Saleh, vicepresidente di Ashraf Ghani dal 2020 al 15 agosto, originario del Panshir e di etnia tagika come Ahmad Shah. Ex membro dell’intelligence afghana (nella sua bio di Twitter compare il motto “Le spie non si arrendono mai”), lavorò fianco a fianco del Leone, ed è stato tra i primi a dirigersi verso il Panshir: «Non mi piegherò mai ai terroristi talebani. Non potrei mai tradire l’anima e l’eredità del mio eroe Ahmad Shah Massud, il comandante, la leggenda e la guida. Non sarò mai sotto lo stesso tetto con i talebani, mai».

Nelle ultime ore sono giunte dall’Afghanistan solamente scene di terrore e disperazione. Eppure, da questa piccola regione arriva un messaggio di speranza: afghani pronti a lottare per riprendersi il proprio Paese ci sono ancora, e non molleranno facilmente. Piuttosto, adesso occorrerà capire come lo scontro tra talebani e resistenza si svilupperà: gli “Studenti di Dio” attaccheranno la zona, provando ad occuparla per la prima volta in oltre 40 anni? O saranno gli uomini di Massud a lanciare offensive mirate per destabilizzare il nuovo Emirato? Quel che è certo, al momento, è che il figlio del Leone ha davanti a sé il più difficile dei compiti: essere all’altezza dell’eredità del padre, e provare a non lasciare l’intero Afghanistan in mano alla jihad.

Le imprese del “Leone del Panshir”

Ahmad Shah Massud è un vero e proprio eroe nazionale in Afghanistan. Figlio di un alto ufficiale di polizia, ebbe l’opportunità di studiare a Kabul negli Anni 70, tra il liceo francese e il politecnico sovietico. Di formazione religiosa, ma non fondamentalista, sviluppò un’identità fortemente nazionalista – e antisovietica – volta a costruire un Afghanistan indipendente, libero da qualsiasi dominio esterno. Da giovane provò a guidare per due volte un’insurrezione del Panshir contro il potere, ma fallì e fu costretto a rifugiarsi in Pakistan. Tornato clandestinamente nel suo Paese, nel decennio dell’occupazione sovietica (1979-89) respinse per dieci volte i tentativi dell’Armata rossa di invadere la regione, contribuendo in maniera decisiva alla ritirata di Mosca.

Crollata la filo-sovietica Repubblica democratica dell’Afghanistan nel 1992, il fronte dei mujaheddin (patrioti) che aveva respinto i russi si trovò più frammentato che mai. Ne nacque una violenta guerra civile che, quattro anni dopo, portò al potere i talebani del Mullah Omar, i più violenti interpreti del Corano. Massud fu costretto a rifugiarsi nel Panshir, rendendola l’unica regione non controllata dall’Emirato Islamico dell’Afghanistan. I talebani e Osama Bin Laden, leader di Al Qaeda, riuscirono a coglierlo di sorpresa solamente il 9 settembre 2001, dopo cinque anni di battaglie. Organizzarono un finto incontro con dei giornalisti nordafricani, in realtà terroristi, e riuscirono a ucciderlo con un ordigno nascosto in una macchina fotografica. Appena due giorni dopo, gli attentati alle Torri Gemelle che avrebbero per sempre cambiato il volto dell’Afghanistan e dell’epoca moderna.

Quella fu una vittoria di Al Qaeda particolarmente importante, perché con la neutralizzazione del Leone i terroristi si liberarono di uno dei principali alleati degli Stati Uniti (gli Usa lo avevano già aiutato contro l’Urss) in vista della ovvia ritorsione di Washington agli attacchi al World Trade Center e al Pentagono. Ai funerali di Massud parteciparono oltre 100 mila persone, e la sua figura ha ispirato libri, film e canzoni. L’azienda di armi americana Magpul gli ha anche dedicato un fucile.

Massud jr contro il figlio del Mullah

Come nel faccia a faccia finale de Il Cacciatore di Aquiloni, bestseller dello scrittore afghano-americano Khaled Hosseini, in Afghanistan sembra profilarsi uno scontro tra rivali, nemici già in gioventù. Nel libro i due sono Amir, il protagonista, e Hassan, il “cattivo” diventato leader dei talebani. Nella realtà sono Ahmed jr e Mohammad Yaqoob, primogenito del Mullah Omar. Il paragone è forzato, ovviamente, ma serve per comprendere come nel Paese, dove tutto cambia ma tutto sembra rimanere sempre uguale, i conflitti si tramandino di generazione in generazione per non finire mai.

Il Mullah Omar uscì vincitore dalla guerra civile tra mujaheddin ed è stato il Capo dell’Emirato Islamico fino al 2001. Da allora, e fino alla morte (avvenuta per tubercolosi nel 2013, ma annunciata solamente nel 2015) ha guidato la resistenza talebana alla Repubblica afghana. Il figlio Mohammed Yaqoob ha studiato a Karachi e ha proseguito la militanza nel gruppo del padre senza sgomitare. Anzi, la sua indole più “moderata” gli ha spesso attirato l’antipatia dell’ala più oltranzista dei talebani. Col tempo, Yaqoob è diventato il braccio destro di Hibatullah Akhundzada, leader supremo dal 2016, e rispetto al suo superiore ha maggiori capacità politiche e legami profondi con l’Arabia Saudita. In futuro potrebbe prendere il posto del padre alla guida dell’Emirato, ma nel frattempo la sua ampia influenza si esercita soprattutto nelle retrovie. Conquistata la quasi totalità dell’Afghanistan, resta solamente una roccaforte da far cadere: quella dell’ex rivale del padre, ora guidata dalla sua nemesi.

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5 replies

  1. I talebani li vedo come la Sicilia e Calabria e Puglia di tanti anni fa.Se rimarranno “liberi”abbastanza a lungo saranno inglobati in un batter d’occhio.Dio è morto

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  2. Un tempo non troppo lontano le guerre venivano combattute anche per accaparrarsi il bottino più prezioso; gli schiavi.
    Come al solito nulla è cambiato se non il nome: dalle “missioni di pace” abbiamo ricavato miniere d’oro per organizzazioni “accoglienti”, preti, Coop, caporalato, sfruttamenti di ogni tipo, delinquenza.
    Non sono ancora arrivati i Talebani a Kabul, alla solita conclusione caotica dell’esportazione della democrazia made in NATO, che già i nostri si sfregano le mani, conteggiando gli Afghani da “accogliere”, ovviamente millantando, come da vent’anni a questa parte, coinvolgimenti di partner europei che ormai anche i sassi sanno che non ci saranno.
    Propaganda all’ennesima potenza: casi umani a non finire . Prima li rendiamo profughi e poi li “accogliamo”.
    Prepariamoci l’ennesima, infinita ammuina con relativo gioco delle parti. Si è persino già svegliato Draghi: profumo di soldi.

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  3. la coazione a ripetere è la patologia più diffusa tra i commentori/trici shoccati dalla fine dell’ipocrisia afghana. Si continua a raccontare la realtá come si vivesse la 21 stagione di Nation Building ovvero imprese ed eroismi per costruire una democrazia. La realtá è altra; la feroce lotta tribale che seguì il ritiro sovietico fu il teatro di confronto regionale per Pakistan, Iran e Usa nel controllo delle vie commerciali tra medio ed estremo oriente. Sullo sfondo l’incredibile affare dell’oppio che intreccia poteri criminali, politici e finanziari in amplesso senza fine. Chi finanziò i taliban? Dove transitano i flussi finanziari del commercio d’oppio? chi ha gestito l’incredibile massa di danaro giunta in Afghanistan da vent’anni per il nation building, invenzione degna del produttore di Civilization il videogame strategico più famoso al mondo? Ecco alcune possibili domande alle quali un serio giornalismo dovrebbe cercare di fornire risposte, invece di occupare lo spazio della propaganda dei responsabili di 20 di guerra al popolo afghano

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