Il paradosso dello Stato mentitore

(Marco Demarco – corrieredelmezzogiorno.corriere.it) – Complice il tempo dilatato dell’estate, provo a porre un tema che sta tra i cavilli del diritto e i rompicapo della «Settimana enigmistica». Il tema è questo. Può uno Stato reggersi sul paradosso del mentitore? Negare e affermare allo stesso tempo? Sostanziarsi nel dubbio, nell’equivoco, nel legiferare, cioè nel delimitare, e parallelamente nel dire invece «smarginate pure», «fate un po’ come vi pare»? A giudicare dai fatti, sì. In Italia, può succedere che se la legge vieta qualcosa, quel qualcosa si può anche fare. Mi riferisco al conflitto tra Stato e regioni di cui, oltre che per le vicende pandemiche, ora tanto si parla anche a proposito dell’ultimo caso De Luca. Nello specifico, come i lettori di questo giornale ben sanno, il legislatore nazionale stabilisce che il presidente di Regione non può essere eletto più di due volte (legge numero 165 del 2004). Non può. Punto. Tuttavia, proprio per questo, anzi, ribadendo questo divieto, lo stesso presidente, sebbene già eletto e rieletto, può essere «trieletto» e magari anche «quadrieletto». L’impossibile diventa possibile semplicemente perché sopravviene una legge regionale che recependo il limite del doppio mandato, lo calcola dal momento della sua ultima introduzione.

In sostanza, fatta la legge, si ricomincia a contare daccapo. I mandati dovrebbero essere calcolati in progressione: uno, due, tre. E invece, sulla base del principio generale secondo cui una nuova legge può regolare solo il dopo e non il prima, si contano così: uno, due, zero, uno, due… È esattamente quello che sta succedendo in Veneto, dove Zaia è al suo terzo mandato; e che è già successo in Emilia Romagna, dove Errani, eletto la prima volta nel 1999, è uscito di scena nel 2014. In entrambi i casi, i governatori hanno avuto la meglio su tutto e tutti: Errani, perché gli oppositori di allora (i radicali e i cinquestelle) videro respinte dalla corte d’Appello di Bologna, che decide sulla eleggibilità dei candidati, le obiezioni presentate in nome della legge nazionale; Zaia, perché il primo governo Conte non ha mai sollevato l’eccezione di incostituzionalità contro la legge veneta che consentiva appunto il ricalcolo. I giudici di Bologna hanno ritenuto legittimo che il divieto previsto dalla legge nazionale venisse recepito «pari pari» da quella regionale. E ciò è bastato. A sua volta, oltre che per ragioni di opportunità politica, anche il governo con dentro i leghisti come Zaia ha pensato che non ci fosse nulla di incostituzionale nel fatto che, ricalcolo a parte, una Regione «fotocopiasse» una legge nazionale. È qui, in questa reiterazione di una negazione che di fatto afferma, che si perfeziona il paradosso del mentitore; quello per cui se confessi di non dire la verità, nessuno potrà mai sapere se sei davvero un mentitore oppure no. O, per dirla con Wikipedia, quello per cui «data una proposizione auto negante nessuno riuscirà mai a dimostrare se tale affermazione sia vera o falsa». Nel nostro caso, lo Stato dice che non vuole il terzo mandato. Eppure, il terzo mandato costituisce ormai una prassi consolidata. È parte della nostra realtà istituzionale. Questo vuol dire molte cose. Ma una in particolare. La suggerisce un libro di assoluta attualità e per molti versi prezioso, l’ideale per bilanciare con pensieri «lunghi» la leggerezza estiva della «Settimana enigmistica». Si intitola «Il perenne conflitto tra i signori del diritto» (Editoriale scientifica) e lo ha scritto uno storico della materia, l’ex ministro Ortensio Zecchino, avendo come punto fermo l’equilibro sempre necessario tra regole e governo. Il passaggio chiave è quando l’autore cita Croce. Il quale, all’inizio del secolo scorso, proprio ragionando sugli effetti e l’amministrazione delle leggi, confidava su tre dimensioni del reale; sul fatto che «nel campo pratico non c’è facoltà che non sia insieme obbligo, non c’è diritto che non sia insieme dovere, e non c’è lecito che non sia vietato». Non aggiunse – come invece oggi si dovrebbe – una quarta dimensione, tanto inquietante quanto surreale, quella del divieto che, proprio perché tale, è anche lecito.