La morte di Borsellino non fu solo una strage di mafia: tutte le prove sui mandanti occulti

(di Alessandro Di Battista – tpi.it) – “La muerte no es verdad cuando se ha cumplido bien la obra de la vida” disse Josè Martì. Sembra una frase scritta per Paolo Borsellino, probabilmente il migliore italiano della storia repubblicana. Borsellino vive tutt’oggi. Vive nel ricordo del suo esempio, nel coraggio che la sua essenza continua ad offrire a tutti quei magistrati che combattono Cosa Nostra, Borsellino vibra nelle persone perbene che ricordano a memoria alcune sue frasi come fossero versi di Leopardi.

Ma Borsellino non vive e basta. Muore, eccome se muore. Ucciso ciclicamente dall’ipocrisia di chi per far finta di avere una coscienza lo ricorda una volta all’anno battendosi il petto come un fariseo moderno ignorando, tuttavia, i messaggi che il suo sacrificio dovrebbe propagare. Falcone sapeva di rischiare la vita, Borsellino era certo che l’avrebbe persa. Eppure non arretrò. Proviamo per un istante a metterci nei suoi panni. Amici, collaboratori, poliziotti fidati. Tutti morti ammazzati. Nonostante le scorte, le auto blindate, le misure di sicurezza. E lui, pur di non morire dentro tradendo il sacrificio dei suoi amici, sceglie di andare incontro alla morte pur di non smettere di indagare.

Pochi giorni prima di morire rilasciò un’intervista a Lamberto Sposini durante la quale disse: “Io ho sempre accettato, più che il rischio, la condizione, quali sono le conseguenze del lavoro che faccio, del luogo dove lo faccio e vorrei dire anche di come lo faccio. Lo accetto perché ho scelto a un certo punto della mia vita di farlo e potrei dire che sapevo fin dall’inizio che dovevo correre questi pericoli. La sensazione di essere un sopravvissuto e di trovarmi, come viene ritenuto, in estremo pericolo, è una sensazione che non si disgiunge dal fatto che io credo ancora profondamente nel lavoro che faccio, so che è necessario che lo faccia, so che è necessario che lo facciano tanti altri assieme a me e so anche che tutti noi abbiamo il dovere morale di continuarlo a fare senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o financo, vorrei dire dalla certezza, che tutto questo può costarci caro”.

In quell’occasione Borsellino sostenne che dopo la morte di Falcone aveva temuto di perdere entusiasmo e, dunque, di non poter più lavorare come prima. Tuttavia fu la rabbia a permettergli di continuare le indagini. Mi immagino un uomo sempre più solo, spaventato non tanto dalla morte ma dal non poter arrivare alla verità. È evidente che stesse scoprendo indicibili legami tra le Istituzioni e la mafia, legami, in taluni casi, svelati dal lavoro di altri magistrati negli ultimi anni.

L’altro ieri, intervenendo alla conferenza organizzata da AntimafiaDuemila, il dott. Scarpinato, Procuratore generale di Palermo, ha detto: “la strage di via D’Amelio non è soltanto un caso giudiziario. È un capitolo della storia della lotta del potere in Italia. È un paradigma, una cartina di tornasole del reale funzionamento del potere in Italia”Scarpinato ha anche affermato che alcuni settori della classe dirigente italiana hanno condotto la lotta per il potere non solo con mezzi legali ma anche con stragi ed omicidi. E questo fin dall’inizio della storia repubblicana, un inizio che venne battezzato anche con la strage di Portella della Ginestra, un eccidio i cui mandanti sono rimasti impuniti.

Scarpinato ha sottolineato quanto moltissime stragi (Brescia, Bologna, Italicus, Peteano fino a quelle del 1992 e del 1993) abbiano una caratteristica comune: i depistaggi. Nel 1972, a Peteano, in provincia di Gorizia, un’autobomba uccise tre carabinieri. Vent’anni dopo vennero condannati per depistaggio carabinieri nonché il generale Dino Mingarelli ed il colonnello Antonino Chirico dell’Arma. Per il crac del banco Ambrosiano che costò la vita a Roberto Calvi, altro delitto irrisolto, fu condannato Flavio Carboni, quel Flavio Carboni amico di Licio Gelli, quel Flavio Carboni che nel 2016 ebbe alcuni incontri con Pier Luigi Boschi, papà di Maria Elena, per parlare di Banca Etruria. Licio Gelli, fondatore della loggia P2 della quale fece parte anche Silvio Berlusconi, venne condannato per aver depistato le indagini sulla strage di Bologna. “E se si depista, se si occultano le prove, è perché si deve coprire delle verità che sono destabilizzanti. È perché bisogna tenere coperto il volto dei mandanti eccellenti”. Parole di Scarpinato.

Oggi, come ogni anno, i politici fanno a gara per vedere i loro nomi e le loro dichiarazioni pubblicati nei pezzi che ricordano Borsellino. Ma badate bene, tutti coloro che non pronunciano le parole “mandanti occulti”, “servizi segreti coinvolti”, “trattativa Stato-mafia”, “depistaggio”, “pieno sostegno ai giudici che cercano la verità sui mandanti” sono degli ipocriti e l’ipocrisia è il principale assassino del cambiamento. Sì perché, come ricorda ancora il Procuratore generale di Palermo “di anno in anno è sempre più evidente quanto sia lontana dalla verità la narrazione mafio-centrica delle stragi del ’92 e del ’93”. La strage di via D’Amelio mostra con chiarezza la falsità di tale narrazione. La morte di Borsellino e della sua scorta non fu soltanto una strage di mafia e a provarlo vi sono innumerevoli fatti.

In primis il depistaggio compiuto da Vincenzo Scarantino, un giovane mafioso senza arte né parte che si auto-accusò di aver partecipato alla strage di via D’Amelio. Alcuni anni dopo confessò di aver raccontato un mucchio di balle agli inquirenti spinto da Arnaldo La Barbera, il quale, nel 1992, era a capo della Squadra mobile di Palermo. La Barbera divenne poi questore di Napoli, di Roma, prefetto nonché capo dell’antiterrorismo. Tra l’altro giocò un ruolo significativo (era presente sul posto) quando venne inaugurata la macelleria messicana nella scuola Diaz di Genova.

Nel 2007 Gaspare Spatuzza, uno dei killer di Don Pino Puglisi, divenuto collaboratore di giustizia, scagionò Scarantino e ammise che fu lui a rubare l’auto che venne imbottita di tritolo e che esplose uccidendo Borsellino. Sempre Spatuzza disse che nel garage dove venne preparata l’automobile vide un uomo che con Cosa Nostra non aveva nulla a che fare. Spatuzza raccontò inoltre che Giuseppe Graviano, uno di quei mafiosi che custodisce indicibili verità, in un bar di via Veneto a Roma, gli confidò che la mafia aveva ormai ottenuto tutto quel che voleva da Berlusconi e Dell’Utri i quali, erano molto più affidabili dei socialisti che sul finire degli anni ’80 avevano ottenuto voti in Sicilia senza dare nulla in cambio.

A confermare il fatto che la morte di Borsellino non sia stata soltanto un delitto di mafia vi è la dinamica dell’attentato a cominciare dall’accelerazione anomala della sua esecuzione. La strage di Capaci spinse il Consiglio dei ministri di allora ad approvare il cosiddetto decreto Falcone, ovvero l’istituzione del carcere duro per i mafiosi più l’ergastolo ostativo, quello che oggi si vorrebbe smantellare. Il decreto Falcone, come tutti i decreti, per entrare in vigore andava approvato dal Parlamento entro un mese dalla sua emanazione. Se ciò non fosse avvenuto addio 41bis e addio ergastolo ostativo. Ebbene sarebbe scaduto il 7 agosto del 1992. Il numero di parlamentari contrari, qualcuno per garantismo, qualcun altro per presunta connivenza, aumentava di giorno in giorno.

La strage di via D’Amelio, in tal senso, fu un errore da parte di Cosa Nostra, un errore così palese da fa credere che la mafia non stesse perseguendo i suoi interesse ma, evidentemente, interesse più alti. Se non fosse saltato in aria Borsellino, probabilmente, il decreto Falcone non sarebbe stato approvato per la gioia dei corleonesi. Pare che Pippo Calò, il cassiere dei Cosa Nostra, il mafioso che ebbe rapporti significativi con la banda della Magliana, in quei giorni, tranquillizzasse in carcere altri mafiosi riguardo all’imminente bocciatura del decreto. E allora perché Riina diede l’ordine di far saltare in aria il giudice? Probabilmente perché la richiesta veniva da molto in alto. E fu lo stesso Borsellino, in un certo senso, a confermare tale versione quando confidò a sua moglie Agnese: “Non sarà la mafia ad uccidermi ma altri”.

Uno dei primi arrestati per la strage di Capaci fu Antonino Gioè, un mafioso in ottimi rapporti con i servizi segreti il quale, una volta finito a Rebibbia, decise di collaborare. Gioè, tra l’altro, era affiliato alla cosca di Altofonte, quella guidata da Francesco Di Carlo, uno dei boss ricevuti nel 1974 a Milano da Berlusconi e che siglò con l’ex-cavaliere il patto per il quale è stato condannato Dell’Utri. Gioè fu trovato morto impiccato in cella il 28 luglio del 1992 (pare con un paio di costole rotte e ferite sul volto) e il fatto avvenne durante la breve assenza del poliziotto di guardia che venne, inspiegabilmente, invitato a lasciare il posto di controllo dei detenuti al 41bis, tra i quali proprio Gioè, per assistere ad un trasferimento di un altro detenuto in un’altra ala del carcere.

Gioè non fu il solo mafioso che perse la vita poco prima di iniziare a collaborare. Il 10 maggio del 1996 venne assassinato a Catania Luigi Ilardo. Ilardo, sul finire del 1993, dopo aver scontato una pena in carcere, si infiltrò per conto dello Stato dentro Cosa Nostra. La sua missione durò più di due anni. Ilardo incontrò più di una volta Provenzano, il quale, dopo l’arresto di Riina, era diventato il nuovo Capo dei capi. L’attività sotto copertura di Ilardo permise agli inquirenti di arrestare sette latitanti. Non solo. Ilardo informò il Ros (Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, lo stesso del quale fecero parte Mori e De Donno, entrambi condannati in I grado per la Trattativa) della strategia di Provenzano il quale voleva farla finita con le bombe in quanto aveva una solida interlocuzione con la politica. Questo fatto l’ha raccontato più volte il giudice Di Matteo.

Ilardo confidò ai carabinieri che avrebbe incontrato a breve Provenzano mettendogli, di fatto, la sua cattura su un vassoio d’argento. Lo Stato, tuttavia, non sfruttò l’occasione. Ilardo, dunque, decise di collaborare ufficialmente con i magistrati anticipando rivelazioni su alcuni omicidi effettuati da Cosa Nostra che in realtà erano stati commissionati da soggetti non mafiosi. Preannunciò, come disse Nino Di Matteo una “deposizione devastante per Cosa nostra, per i politici e per pezzi deviati delle Istituzioni”. Il giudice Di Matteo è convinto che la sua deposizione sarebbe stata seconda per importanza solo a quella di Buscetta. Ad ogni modo, pochi giorni prima di incontrare i magistrati ed iniziare a mettere nero su bianco le sue informazioni, venne assassinato.

Che i mandanti esterni della strage di via D’Amelio non dovessero essere svelati per nessuna ragione al mondo lo conferma un altro episodio drammatico raccontato da Scarpinato l’altro ieri e che riguarda Franca Castellanese, la mamma del piccolo Giuseppe Di Matteo, rapito, e poi ucciso, per tappare la bocca a suo papà Santino Di Matteo il quale aveva deciso di collaborare dopo la strage di Capaci. Santino Di Matteo dopo aver fornito agli inquirenti informazioni sulla morte di Falcone aveva manifestato la volontà di parlare anche di via D’Amelio. A quel punto la Direzione Investigativa Antimafia registrò una conversazione proprio tra Santino Di Matteo e sua moglie Franca Castellanese la quale gli disse: “Abbiamo un altro figlio, non parlare mai degli infiltrati della polizia nella strage di via D’Amelio”. E Santino Di Matteo ascoltò il suo consiglio.

Veniamo all’agenda rossa di Borsellino, sparita misteriosamente da via D’Amelio e mai più ritrovata. La scomparsa dell’agenda era fondamentale per i mandanti occulti. È evidente che non siano stati i mafiosi a prelevarla dal luogo dell’eccidio. Diversi poliziotti della squadra mobile di Palermo dissero che in via D’Amelio c’erano già uomini dei servizi segreti quando arrivarono loro.

Non si può ricordare Borsellino senza ricordare tutto questo. Non si possono osservare ipocriti minuti di raccoglimento se non si ha il coraggio di fare, pubblicamente, nomi, cognomi e collegamenti. Non si può indossare la mascherina con stampato il volto di Borsellino – come fa Salvini – e andare a braccetto con Berlusconi che Cosa Nostra, ovvero l’organizzazione criminale che ha fatto letteralmente a pezzi il giudice, l’ha finanziata per anni.

Nella sua ultima intervista, rispondendo a Sposini che gli chiese se non si sentisse un sopravvissuto Borsellino disse: “Io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985. Mi disse: ‘Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano’”. Borsellino era un condannato a morte che non ha smesso di camminare. Oggi le Istituzioni sono piene di “vivi e vegeti” che per viltà o interesse stanno fermi dimostrando una morte interiore che non ha mai toccato Paolo Borsellino.

11 replies

  1. ” NON SI PUÒ indossare una mascherina con stampato il volto di Borsellino – come fa Salvini- e andare a braccetto con Berlusconi che Cosa Nostra (……) l’ ha finanziata per anni ” ….da presidente del Consiglio !
    CHI HA ORECCHI PER INTENDERE ( e non solo quelli )…etc, etc !!!

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  2. “la strage di via D’Amelio non è soltanto un caso giudiziario. È un capitolo della storia della lotta del potere in Italia. È un paradigma, una cartina di tornasole del reale funzionamento del potere in Italia”

    è l’amara e crudissima verità

    da subito, dal primo sbarco degli americani in Sicilia, preceduti da emissari mafiosi arruolati dalla OSS (poi diventata CIA), alla mancata epurazione dall’amministrazione dello stato di quelli compromessi col regime, la vicenda del bandito Giuliano, via via con trame sempre più occulte fino ad arrivare alle bombe e agli anni di piombo, ai ricatti, alla manipolazione, alla vicenda Gelli mai chiarita del tutto, Anfreotti e la mafia e le trame Nere, Berlusconi e la mafia, fino allo smantellamento del POOL ANTIMAFIA grazie al CSM già ampiamente infiltrato. Fino all’uccisone di Falcone e Borsellino e la trattativa STATO-MAFIA. Altrimenti perchè usare tutte quelle risorse infinite per depistare?
    Ora non mettono più le bombe, si comprano l’informazione e fanno cadere governi non conformi ai loro desiderata, con l’aiuto di politici-avventurieri stipendiati, per inalzare dei COMMIS proni alle loro richieste.
    La MAFIA non è più RIINA o Provenzano, ma vengono dalle migliori università, siedono nel consigli di amministrazione, gestiscono fondi, hanno mezzi enormi e li usano per influenzare le scelte per il loro tornaconto.
    Così è stato fatto fuori il governo Conte2, con manovre e trabocchetti di tipo mafioso.

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  3. Agli elettori del padano non gliene frega una mazza, credimi. Li ha cucinati a dovere con continui messaggi nazionalistico-clericali e anche di fronte alla evidenza negano, offendono, tirano fuori scorciatoie tipo “e allora tizio”? oppure “pensa a caio” ecc.
    Il tutto condito da promesse elettorali o programmatiche che già furono di B. e che ben conosciamo, compresa la indulgenza verso coloro che nel partito commettono “qualche errore”.
    Il berlusconismo ha infettato quasi tutta la politica italiana perché fa leva sui peggiori istinti umani. E la stampa, in questo mare di m., ci sguazza alla grande, compresa quella più schifosa in quanto definita e considerata “progressista”. Nessuno di quei servi si sogna lontanamente di ricordare chi è B. , specialmente un pagliaccio che dagli schermi TV si è guadagnato il titolo di paladino antimafia (della domenica in prima serata).
    La mafiosità, in maniera più o meno occulta, viene ancora sdoganata alla grande.

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  4. DI FRABRIZIO D’ESPOSITO
    Il tradizionale Meeting di Comunione e Liberazione si aprirà il prossimo 20 agosto e sarà una celebrazione in pompa magna dell’unità nazionale di Mario Draghi. Del resto, i ciellini vanno fieri di essere stati i primi ad aver propiziato la formazione di questo governo con
    l’arrivo l’anno scorso a Rimini proprio dell’ex presidente della Bce. E così mezzo esecutivo si è messo in fila per partecipare ai dibattiti di questa nuova edizione dal tema “Il coraggio di dire io”, citazione dal Diariodel filosofo danese Søren Kierkegaard. In tutto, i ministri saranno undici, come una squadra di calcio: Vittorio Colao, Innovazione tecnologica e Transizione digitale; la renziana Elena Bonetti, Pari opportunità; il democratico Andrea Orlando, Lavoro e Politiche sociali; Patrizio Bianchi, Istruzione; il leghista Massimo Garavaglia, Turismo; la forzista Mariastella Gelmini, Affari regionali; il demoprogressista Roberto Speranza, Salute; Maria Cristina Messa, Università e ricerca; Roberto Cingolani, Transizione ecologica; il leghista Giancarlo Giorgetti, Sviluppo economico; Enrico Giovannini, Infrastrutture. Non solo. A INAUGURARE la kermesse di CL sarà il capo dello Stato Sergio Mattarella, in compagnia di Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting. Altri ospiti attesi saranno: il presidente dell’Europarlamento David Sassoli; il commissario europeo agli Affari economici Paolo Gentiloni; il capo dei vescovi italiani, il cardinale Gualtiero Bassetti; il presidente di Confindustria Carlo Bonomi. E non è finita. Senza dimenticare lo stuolo di governatori, manager e boiardi di Stato,
    uno dei momenti clou sarà quello che radunerà leader e rappresentanti dei partiti principali, coordinati da Giorgio Vittadini, a capo della
    Fondazione per la sussidiarietà: Enrico Letta, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Ettore Rosato per Italia viva, Antonio Tajani. Unica incogni-
    ta, la presenza di Giuseppe Conte per i 5S, cui l’invito è stato rivolto in queste ore dopo l’accordo con Beppe Grillo. In questa imponente parata delle élite del Paese a Rimini (lo stesso Draghi potrebbe fare un blitz all’ultimo momento) spicca però un’assenza pesantissima. Quella dell’unica ciellina di governo, che vanta un passato di militanza nel movimento fondato da don Luigi Giussani. Cioè, la Guardasigilli Marta Cartabia. La versione accreditata in vari ambienti di Cl riferisce di un invito declinato strategicamente, tenendo presente che di solito i ministri della Giustizia sono ospiti fissi del Meeting. Come se la giurista volesse ancora una volta rimuovere i suoi trascorsi nella Fraternità, dove anche il marito ha occupato posti di responsabilità. È accaduto già con la sua ascesa a presidente della Consulta nel 2019. Insomma, la ministra vuole costruirsi u n’immagine super partes senza colori di parte, figlia nel tempo dei consigli di Sergio Mattarella e del suo predecessore Giorgio Napolitano. Per lei, l’accoglienza a Rimini non sarebbe neutra come per gli altri ministri. E vari ciellini leggono la mossa di rilanciare la sua clamorosa riforma penale in una sola direzione: “compiace re ” la destra in vista della partita del Colle dell ’anno prossimo, approfittando della crisi interna dei Cinque Stelle. Tutto studiato.

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    • zecche di stato…

      CHE ipocriti proprio Kierkegaard dovevano prendere uno che ha chiesto perdono di vivere per tutta la vita
      e scegliere una citazione fuorviante come “Il coraggio di dire io”
      invece di rifarsi a :
      «Ci sono uomini il cui destino deve essere sacrificato per gli altri, in un modo o nell’altro, per esprimere un’idea, ed io con la mia croce particolare fui uno di questi.»

      sono degli ipocriti clericali

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  5. Nel giorno della ricorrenza della strage di Borsellino, è meglio schiarirsi le idee.
    Un pò di documentazione che negli anni trascorsi avrebbe dovuto essere diffusa dai media italiani.
    https://it.blastingnews.com/cronaca/2019/09/mafia-stragi-del-1993-indagato-lex-premier-silvio-berlusconi-002988587.html
    https://verraungiorno.blogspot.com/2008/07/marcello-silvio-e-la-mafia-parte-1.html
    Libro scaricabile anche in pdf.
    https://www.antimafiaduemila.com/rubriche/saverio-lodato/61185-un-film-inglese-un-silenzio-italiano.html

    C’era anche un’inchiesta della BBC con i sottotitoli in italiano, ma al momento non la trovo.

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  6. Dici Mafia e spunta un articolo su CL, strano vero?

    Ottimo DIBBA, il poltronaro pomiglianese sarebbe mai stato capace di fare altrettanto con il suo itagliano zoppo e colluso?

    Gioè fu trovato morto impiccato in cella il 28 luglio del 1992 (pare con un paio di costole rotte e ferite sul volto) e il fatto avvenne durante la breve assenza del poliziotto di guardia che venne, inspiegabilmente, invitato a lasciare il posto di controllo dei detenuti al 41bis, tra i quali proprio Gioè, per assistere ad un trasferimento di un altro detenuto in un’altra ala del carcere.

    TU PENSA, proprio come EPSTEIN, l’anno scorso (ricordate???).

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  7. E pensate che RITA DALLA CHIESA (no dico, la figlia del generale ammazzato dalla mafia) è stata ed è fedelissima di Berlusconio, partecipando anche alle carnevalate in suo favore su Rete4.

    Tra l’altro, Forum che avviluppò Licheri, Bassi e Imposimato: come diavolo è possibile prestarsi a simili pagliacciate?

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    • l’hanno comprata fin da piccola. E la tortora???

      Le comprano. E loro poi dicono quello che devono dire.

      Di cosa ti stupisci???

      E’ un paese mafioso nel quale l’informazione è in mano alla MAFIA.

      Dov’è la novità?

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      • Io francamente stento a capire come possa avere letto di Mangano (gliel’avranno detto) e non sputare in faccia a Berlusca. Sarà idiota, ma non può non capire questo.

        E’ tutto così assurdo che stento a credere che sia davvero la figlia dia Dalla Chiesa.

        Eppure il fratello Nando ne ha dette di cose su Berlusca.

        Certa gente sembra formattata mentalmente.

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  8. “… nuova edizione dal tema “Il coraggio di dire io”, citazione dal Diariodel filosofo danese Søren Kierkegaard”.

    E io gia’ mi incazzo di brutto…

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