(di Marcello Veneziani) – Almeno sul piano della comunicazione e dell’immagine, è andato bene a Giorgia Meloni lo scontro con Donald Trump. Non c’è dubbio, ne è uscita alla grande, nonostante sia partita ammaccata e ha dato vita a un’imprevista settimana tricolore. Primo, perché scontrarsi con Trump, considerato psicopatico, ti dà punteggio a prescindere, è sempre un titolo a favore. Secondo, perché lui era l’aggressore e lei la vittima, conciliante in origine; per giunta lui così grande e grosso, lei così piccola e donna. Terzo, perché lei ne è uscita come una che non si nasconde, parla in faccia ai super-potenti, difende la sovranità nazionale e la dignità italiana e sua personale, non si lascia intimorire. Evviva. Da tempo nutriamo sfiducia nell’azione reale del governo Meloni al di là dei proclami; ma quando una vicenda si conclude a suo favore bisogna avere l’onestà di riconoscerlo e pure di gioire. E lo dico in particolare agli oppositori antigovernativi che invece si ostinano a non vedere ciò che vedono gli italiani: non hanno saputo stringersi compatti intorno alla premier italiana contro il bullismo. Aveva ragione la Meloni nella sua replica a Trump a dire che apparire al suo fianco non le fa guadagnare popolarità ma al contrario gliela fa perdere, come stava accadendo quando si è schierata con lui e con Netanyahu. E che fosse partita al suo fianco non era una colpa, ma una giusta scelta; ma dopo le disastrose scelte e minacce di Trump, era più che giusto ritirarsi.

Questo, almeno, è stato l’esito apparente dello scontro tra i due, e in mancanza di altre versioni, non ritenendo credibile la versione di Trump, ci atteniamo all’apparenza. Non sappiamo se fosse vero o meno il malevolo retroscena che ha raccontato Trump, sulla Meloni che gli chiede di farsi ritrarre insieme per mostrare al mondo che è stato superato il conflitto tra due personalità forti, dotate di carattere, come aveva spiegato la Meloni. Ma detta da uno come Trump, così poco attendibile e così pieno del suo Ego esagerato, nessuno gli ha creduto o ha dato peso alla sua indiscrezione. Quindi godiamoci, una volta almeno, sul piano della comunicazione e dell’immagine, l’Italian pride meloniano. Questo piccolo episodio mi ha ricordato una pagina del libro Cuore, quando un piccolo e povero patriota, imbarcato clandestinamente su un piroscafo, e nascosto pietosamente dai viaggiatori, sentì che sparlavano dell’Italia e allora proruppe dicendo: “non voglio elemosine da chi insulta la mia patria” . Quello scatto di fierezza patriottica rendeva fieri a loro volta i lettori accorati dell’opera di Edmondo de Amicis di quel tempo. La Meloni sembra rinverdire questa pagina “edificante” di orgoglio italiano. Evviva, ancora evviva.

Qualcuno dirà: ma poi oltre le apparenze, come vanno realmente le cose, ci abbiamo davvero guadagnato o no, ci saranno conseguenze per quello scontro? Ma la politica, cari amici, è fatta ormai in larga parte di apparenze, è il regno della superficie, di ciò che viene inscenato. Non c’è sostanza di fatti o contenuto di idee, tutto si risolve in faccine, twittate e whatsappate, e nei titoli ossequiosi dei tg e dei media. Il politico è un fingitore, parafrasando Pessoa… Contano i sondaggi e le percezioni, mica la realtà e la verità dei fatti. Accontentatevi, gente, di ciò che accade in superficie, pattinate pure voi sul ghiaccio, senza pensare se poi si dovesse rompere. La Meloni esce bene da uno scontro col Bullo, il Pitbull, il Gran Cagnone americano, e dunque viva l’Italia e viva la Meloni.

Quando si vogliono un po’ eccitare gli spalti, qualche bandiera sventolata e qualche scia di frecce tricolori, cori alpini e inno nazionale ci stanno sempre bene. È anche un modo, per restare nella metafora sportiva, per mandare il pallone in tribuna e guadagnare tempo e respiro in momenti di difficoltà. Un po’ più ridicolo il patriottismo di certi ormai attempati attendenti e servitori di lungo corso della politica nostrana, che indossando ancora, pur da ministri in carica, la livrea pluridecennale della Casa, proclamano con grottesca fierezza: non siamo servi di nessuno…

A dir la verità sarebbe bello dar ragione alla Meloni e dire che non solo lei ma anche l’Italia “non ha mai implorato nessuno”. Noi coltiviamo da una vita l’amor patrio ma dobbiamo purtroppo ammettere che troppe volte, invece, l’Italia, o meglio gli italiani, hanno implorato davanti agli stranieri, ai dominatori, ai padroni e ai potenti di turno, e non solo per salvarsi la pelle. Già in tempi antichi, nel settimo secolo, il re dei longobardi Liutprando notava che gli italiani hanno una specialità: non sono mai servi di un solo padrone ma sempre di due, in modo da destreggiarsi ricorrendo ora all’uno ora all’altro, giostrando e barcamenandosi come poi faranno tra due forni, esercitando l’arte della diplomazia o proteggendosi dietro le spalle dell’uno dalle minacce dell’altro. In questo doppio gioco siamo riusciti a sopravvivere alle dominazioni e campare a lungo, ma abbiamo tardato secoli per diventare uno stato e una nazione e per conquistare una dignità politica. La nostra duttile intelligenza che sconfina nella furbizia e rasenta la viltà per opportunismo personale…

Tornando invece ai nostri giorni, al di là dello spettacolare duello tra Meloni e Trump, resta il problema dei rapporti tesi con gli Stati Uniti, la difficoltà di ricucire e il timore di un’eventuale ritorsione di Trump; resta il problema della nostra collocazione internazionale, e di un’Italia che passa dalla padella americana alla brace union-europeista e zelenskiana (già, la versione aggiornata del teorema di Liutprando). E restano i problemi sostanziali, energetici, strategici, militari per il nostro Paese.

In realtà viviamo un’epoca in cui le collocazioni politiche sono davvero imbarazzanti. Se la sinistra al potere è Sanchez con i suoi mille scandali, a partire dal Venerato Zapatero, o il fallimento britannico di Sturmer e dei laburisti, la destra al potere fra Trump e Netanyahu ti fa passare la voglia di definirti conservatore. E la salvezza non è certo nel centro dei Macron, Merz e delle Von Der Leyen, o peggio nei leggendari “tecnici”. O nei prodotti dell’IA, come Silvia Salis.

Insomma, in questo scenario abbiamo solo un’alternativa: o superare le etichette e le superfici e guardare solo la realtà ma questa posizione ti porta ad allontanarti dai governi e dalla politica e starne alla larga, fuori o contro; oppure accontentarsi dell’apparenza, della superficie, e agitare le bandierine, sperando che la realtà non ci faccia risvegliare troppo bruscamente. Battiam battiam le mani, Viva l’Italia.