S’allarga l’inchiesta sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

(Antonio e. Piedimonte – la Stampa) – «La Campania è solo la punta dell’ iceberg», aveva detto a mezza voce un avvocato appena saputo dell’ emissione dei 52 ordini di custodia cautelare nei confronti di agenti e dirigenti della polizia penitenziaria per la “mattanza” di Santa Maria Capua Vetere. E a quasi una settimana dagli arresti, oltre a sconvolgere l’ opinione pubblica, l’ inchiesta “tsunami” continua a riservare sorprese e sembra aver acceso i riflettori su altri scenari inquietanti.

La clamorosa vicenda casertana – per la quale ieri è stata sollecitata la creazione di una Commissione parlamentare d’ inchiesta – ha fatto emergere l’ esistenza di vecchie indagini apparentemente “dimenticate” e, come riferisce il garante nazionale dei detenuti, sta alimentando nuove denunce in tutta Italia.

Il carcere di Santa Maria Capua Vetere nei prossimi giorni sarà oggetto di un’ ispezione guidata dal dirigente Gianfranco De Gesu, dallo scorso novembre a capo della “Direzione generale dei detenuti”.

Obiettivo: cercare di capire come ha fatto la situazione a degenerare sino a diventare uno scandalo senza precedenti. La rivolta – su cui circola un video che mostra alcuni detenuti brandire oggetti contundenti – seguita dai “malumori” espressi dagli agenti per la linea “morbida” adottata dal comandante Gaetano Manganelli, parole fissate nelle chat e poi finite nei fascicoli della Procura insieme a telefonate, testimonianze e alle immagini delle telecamere. Ma non solo. «Ho dovuto bloccare i colleghi (…) li stavano facendo scendere dal medico. Dobbiamo temporeggiare qualche giorno così, non avranno più segni…», si legge in una trascrizione finita nell’ ordinanza del gip Sergio Enea.

Dunque, niente assistenza sanitaria ai detenuti feriti. E mentre il ministro della Giustizia Marta Cartabia annuncia un incontro (mercoledì) con le rappresentanze dell’ amministrazione penitenziaria, si alza la voce del deputato di Più Europa radicali Riccardo Magi: «A ottobre feci un’ interpellanza al ministro della Giustizia Bonafede ottenendo una risposta abbastanza sconcertante da parte del sottosegretario Vittorio Ferraresi. Si parlava di una “doverosa azione di ripristino della legalità e agibilità».

Sull’ altro fronte i sindacati di categoria danno voce agli agenti coinvolti: «C’ è amarezza e sensazione di smarrimento. Tutti garantiscono la corretta esecuzione delle misure detentive», dice Giuseppe Moretti, presidente dell’ Uspp, sollecitando una profonda riforma. Niente gogna, è parola d’ ordine, ma l’ invito a non generalizzare arriva proprio a ridosso della diffusione di ulteriori notizie spiacevoli: sono stati rinviati a giudizio tre agenti e un ispettore accusati di atti di violenza nei confronti di un detenuto nel carcere di Monza nell’ agosto del 2019.

Ancora più grave il caso del 36enne tunisino Chouchane Hafedh, uno dei 9 detenuti morti nella rivolta del carcere di Modena, per il quale l’ avvocato Luca Sebastiani ha annunciato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’ uomo (contro l’ archiviazione): «Alla luce dei fatti di Santa Maria Capua Vetere non comprendiamo perché non siano state disposte nuove indagini sui decessi».

E in effetti è ancora da chiarire sino in fondo cosa accadde nel marzo del 2020, quando in una settantina di carceri da Nord a Sud esplose la violenta dei detenuti, innescata dal divieto di colloquio coi familiari (per evitare il contagio da Covid). Il tragico bilancio fu di 13 morti, quattro dei quali registrati durante il trasporto in altri istituti.

Quasi tutti giovani e tossicodipendenti che avrebbero ingerito metadone e psicofarmaci saccheggiati dalle infermerie, una spiegazione che non ha mai convinto i familiari e nemmeno quelle Procure che stanno indagando sull’ ipotesi di “omicidio colposo” e “morte in conseguenza di altro reato”.

A Milano un detenuto si è già opposto all’ archiviazione di un fascicolo su un presunto pestaggio subito. Si tratta di un 32enne italiano. A seguito di «un diverbio con un agente», sarebbe stato «immobilizzato» da lui e altri, «cinque o sei» in tutto, e colpito con «calci e pugni». La Procura milanese, però, ha deciso di chiedere l’ archiviazione del fascicolo. Il difensore fa notare che gli inquirenti «avrebbero dovuto cercare altri riscontri» sentendo il compagno di cella e gli altri detenuti. Per il 30 settembre è fissata udienza davanti al gip che dovrà decidere se archiviare o, come chiede l’ avvocato, disporre nuove indagini con le audizioni di testi.

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