L’inchiesta sull’infrastruttura che dovrebbe collegare la Sicilia alla Calabria si misura con una stagione che ha reso più difficile perseguire la corruzione. Tra nomine politiche, controlli indeboliti e confini sempre più sfumati tra opportunità e legalità, il vero nodo resta la gestione del potere e delle risorse pubbliche. Così i processi sulle nuove mazzette sono stati trasformati in missioni impossibili

(Giovanni Tizian – editorialedomani.it) – A ogni principio di scandalo o inchiesta giudiziaria la domanda è: riusciranno i pm a dimostrare la corruzione ipotizzata? L’inchiesta sul Ponte di Messina che destino avrà? La verità è che i processi sulle nuove mazzette sono stati trasformati in missioni impossibili. Da quando il cash nelle valigette o nelle buste gialle ha assunto la forma di consulenze, nomine, assunzioni di familiari, parenti, amanti, amici, il lavoro degli inquirenti che hanno nel codice penale la loro bussola è diventato molto complicato.

Se a questa nuova ingegneria della corruzione si aggiunge il costante impoverimento degli strumenti per combatterla, la sfida è improba. Merito di tale devastazione è in gran parte di questo governo, che della difesa dei colletti bianchi dalle grinfie della giustizia si è fatto paladino: dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio al depotenziamento del reato di traffico di influenze, fino alle limitazioni delle intercettazioni, anche per la corruzione.

Sono soltanto alcune delle picconate date dall’esecutivo Meloni all’impianto repressivo sulla pubblica amministrazione, dove quasi sempre c’è qualche politico coinvolto. Il governo lo nega, ma è un dato di fatto che molte indagini sulle mazzette iniziavano spesso da un’ipotesi meno grave, qual era l’abuso d’ufficio. La destra ha eliminato il problema alla radice.

L’inchiesta sul Ponte matura, dunque, in questo contesto politico e giuridico. Con una certezza. Al controllo legittimo di un altro potere, la maggioranza non caccia subito la mela marcia o si sforza di colmare l’errore di procedura (come nell’iter per l’approvazione del Ponte), ma colpisce duro quello stesso contropotere costituzionale per indebolirlo e intimidirlo: lo ha fatto con la magistratura ordinaria e con quella contabile, prova a farlo con quella amministrativa, lo fa costantemente con la libera stampa che osa dissentire.

Quando l’avvocato Giacomo Saccomanno dice che l’inchiesta sul Ponte in cui è coinvolto serve a colpire Matteo Salvini, cioè il suo referente politico, traduce in parole semplici il sentimento di ostilità di un intero governo nei confronti della magistratura. Ma la risposta che dovrebbe dare Saccomanno è un’altra: a che titolo era stato nominato nel consiglio di amministrazione della società Stretto di Messina? Perché qui il punto è un altro e prescinde dall’esito giudiziario. Riguarda piuttosto la sfera dell’opportunità e delle scelte politiche.

Ed ecco che seguendo queste direttrici viene il dubbio che l’irresponsabilità è tale in questo paese da aver rimosso qualunque tipo di pudore quando si tratta di poltrone e miliardi pubblici. La lottizzazione sfrenata, che poi è il terreno fertile sul quale si fioriscono le corruzioni varie. È troppo chiedere nomine e scelte fatte non sulla base dell’appartenenza, ma della competenza, soprattutto dove ballano miliardi della collettività? Domande banali, eppure in quest’epoca in cui troppo è stato sdoganato o eticamente depenalizzato (dal turpiloquio al razzismo, al favore, al conflitto di interessi, alle mazzette) vale la pena ribadirlo.

Saccomanno è un penalista, non uno stratega delle infrastrutture. Appartiene ai circoli del potere romano e calabrese, dove la politica, la magistratura (come Miele, la toga indagata) e l’imprenditoria si mescolano pericolosamente. E di certo ha ottenuto quel posto per affiliazione partitica. Che in caso di scandali diventa un boomerang per chi ci mette la faccia. Ma Salvini ormai è primatista di disastri. Al Papeete invocava pieni poteri, ora raccoglie le macerie di un partito finito troppe volte – persino per il suo elettorato – in gravi scandali giudiziari.