Di Battista: “L’obbedienza agli Usa non è una virtù: vuol dire essere succubi del capitalismo finanziario”

(Alessandro Di Battista – tpi.it) – «Segui il denaro e troverai Cosa nostra» diceva Falcone. Oggi, nell’era del capitalismo finanziario, basta tenere d’occhio le principali società di investimento del pianeta per comprendere le ragioni che risiedono dietro molte scelte politiche scellerate. BlackRock è la più grande società di investimento del mondo. Non si può definire propriamente una banca sebbene gestisca un patrimonio di 8000 miliardi di dollari, non è uno Stato nonostante sia decisamente più influente della gran parte delle nazioni del pianeta. BlackRock è BlackRock e la gran parte dei capi di Stato si mettono sull’attenti al suo cospetto.

Il ceo di BlackRock è Laurence Douglas Fink, per gli amici come Draghi, Larry. Anche Larry, lo scorso 16 aprile, si è unito al coro di beatificazione del SuperMario nazionale. Sulle colonne di Repubblica prima ha descritto Draghi come “un leader forte, determinato, un uomo di grande integrità sul piano umano e compassionevole”, poi si è lanciato in una difesa, evidentemente corporativista, della globalizzazione capace, a detta sua, di “sollevare sempre più gente dalla povertà”. Il fatto che mai nella storia dell’umanità vi sia stata una tale disuguaglianza socio-economica tra pochi ricchissimi individui ed una moltitudine di derelitti ai quali, quotidianamente si aggiunge chi, un tempo, povero non era, evidentemente per Larry ha poca importanza. Un incidente di percorso o un danno collaterale, come quelli prodotti dai vaccini o dai missili intelligenti.

A tal proposito è interessante osservare dove BlackRock e gli altri colossi della finanza hanno deciso di investire. BlackRock possiede il 7,25% di Pfizer e questo lo rende il secondo azionista principale. Il primo è Vanguard Group, altro colosso degli investimenti che detiene l’8,06% del pacchetto azionario. Il terzo investitore in Pfizer è State Street Corporation, altra società di servizi finanziari nordamericana. I colossi della finanza hanno investito nelle case farmaceutiche più importanti al mondo. Non solo Pfizer sia chiaro. BlackRock è il secondo maggiore investitore di Moderna, altro gigante farmaceutico che ha sviluppato uno dei vaccini autorizzati dall’Ema e Vanguard Group possiede il 4,71% delle azioni. E sempre Vanguard Group e BlackRock sono i due principali azionisti di Johnson & Johnson, altra multinazionale farmaceutica con sede in New Jersey che ha disegnato l’unico vaccino monodose che, seppure tra innumerevoli polemiche, si sta somministrando in Europa. Nel Vecchio continente, ad oggi, nessun paese – salvo la Gran Bretagna (in joint venture con la Svezia), che, tra l’altro, non fa più parte dell’Unione europea – ha sviluppato un vaccino anti-covid. L’Europa si sta vaccinando soprattutto con vaccini americani prodotti da case farmaceutiche sostenute finanziariamente dalle principali società di investment management statunitensi. Si chiama egemonia finanziaria, l’unica egemonia che esiste nell’epoca in cui stiamo vivendo, un’epoca caratterizzata da una debolezza politica senza precedenti.

BlackRock, Vanguard Group, Wellington e le altre società di investimento americane non comprano soltanto azioni delle case farmaceutiche. Anche l’industria bellica si appoggia su di loro. E sono i consiglieri di amministrazioni delle grandi imprese di armamenti ad esultare quando ascoltano i capi di Stato inneggiare ad una nuova guerra fredda, indicare nuovi nemici, imporre nuovi blocchi come se la Conferenza di Jalta si fosse tenuta lo scorso anno. BlackRock, Vanguard e State Street Corporation sono i tre principali azionisti di Lockheed Martin Corporation, l’azienda che produce più armi al mondo. E lo stesso vale per la Boeing, azienda conosciuta soprattutto per il 747 ma che ha il core business nella fabbricazione di sistemi d’arma. I caccia F18, gli elicotteri Apache e i missili Patriot sono prodotti made in Boeing. Ebbene Vanguard e BlackRock, ancora loro, figurano tra i suoi principali azionisti.

Obiettivamente, e lo dico senza alcuna malizia complottista, le case farmaceutiche hanno fatto affari d’oro grazie al covid. L’industria bellica ed i finanziatori che hanno deciso di investire in essa, per crescere, hanno bisogno di una sola cosa: la guerra. Di piccoli e non per questo meno sanguinari conflitti il pianeta terra ne è pieno. Sono guerre dimenticate dalla stampa mondiale ma ben presenti nei CDA delle industrie degli armamenti. Ciononostante il settore per continuare a svilupparsi ha bisogno di una grande guerra mondiale, una guerra fredda, una guerra mediatica, una guerra infinita. Senza aver identificato Cina e Russia come i nuovi pericoli per la sicurezza mondiale sarebbe molto più difficile far digerire alle pubbliche opinioni, ancor di più in un momento in cui la pandemia ha peggiorato le condizioni di vita di centinaia di milioni di cittadini, una nuova corsa agli armamenti.

Ed ecco che i cinesi, con i quali i principali detrattori di Pechino – a sfavor di telecamera – fanno affari d’oro, sono tornati a mangiare i bambini, gli iraniani sono tutti terroristi, quei disgraziati dei palestinesi sono un pericolo per la sopravvivenza di Israele e Putin è un assassino. Chi scrive non ha alcuna particolare simpatia né per la Cina né per Putin. Amo l’Europa e vederla così succube di Washington in un momento in cui gli Stati Uniti d’America, visto tutto quel che hanno combinato in casa propria e all’estero negli ultimi decenni, non dovrebbero rappresentare un modello sociale, politico e culturale per i cittadini europei, beh fa male al cuore. E fa male al cuore constatare che sia l’ignavia dei politici europei, italiani in primis, a confermare l’ormai decennale stato di sudditanza.

Biden, da padrone non del mondo, ma dell’Europa è sbarcato nel Vecchio continente e ha imposto la sua linea: che guerra fredda sia. E si tratta di una linea che conviene a tutti, fuorché all’Europa. Conviene a Biden, un nemico fa sempre comodo per la propria stabilizzazione politica. Conviene alle lobbies delle armi che potranno tornare ad un livello di influenza perduto negli ultimi 10 anni. Conviene alla Cina che sotto attacco saprà dare il meglio di sé e conviene a Putin il quale avrà stappato una bottiglia della sua miglior vodka quando ha ascoltato Biden dargli del killer. Un attacco così scomposto da parte del rivale del secolo è oro colato per chi intende rafforzarsi internamente. Non solo, la nuova guerra fredda non farà altro che avvicinare la Russia alla Cina, ovvero uno dei paese più armati al mondo ad un paese che, nel giro di dieci anni, potrebbe diventare la principale forza economica del pianeta.

Un capolavoro per tutti tranne che per gli europei. Schiacciati, succubi, costretti ad accettare imposizioni economiche, guerre di invasione mascherate da missioni di pace, infrastrutture ed accordi energetici meno convenienti ma politicamente più corretti e basi militari straniere. In Europa, soprattutto in Germania ed Italia, continuano a scarrozzare militari americani. Non solo, in Italia, paese nel nel quale, per ben due volte il popolo italiano si espresso contro il nucleare, nelle basi nordamericane sono stoccate non si sa bene quante bombe atomiche. Come potrà mai essere indipendente l’Europa se i marines pestano il suo suolo? Come potrà mai essere autonoma la politica europea se nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite non esiste un seggio permanente dedicato all’UE (sia chiaro, in attesa che l’ingiustizia dei membri permanenti con diritto di veto finisca per sempre)?

Oggi chi si oppone a questa stupita e dannosissima guerra fredda 2.0 viene definito filo-cinese. Siamo alle solite. Chi non si piega ai diktat di Washington o chi si indigna per la pavidità europea riceve squallide etichette. Successe già a chi si oppose alla guerra in Afghanistan. Allora chi non benediceva le sante bombe occidentali veniva definito un amico dei talebani. Gli stessi talebani con i quali oggi, l’amministrazione USA sta trattando per raggiungere un accordo di pace e lasciare il Paese. Mai come oggi, l’obbedienza a Washington (che fa legittimamente i propri interessi e che, in molti casi, non coincidono con quelli europei) non è più una virtù. Eppure i politici nostrani fanno a gare a chi si definisce più atlantista del re. Il turbo atlantismo, l’illogica sottomissione, l’insensata servitù, nulla hanno a che fare con l’europeismo. Iper atlantismo ed europeismo, più si avvicina la guerra fredda contemporanea, più diventano termini politicamente antitetici. La gran parte dei politici europei cita Spinelli, Adenauer e De Gasperi ma si comporta come un Nando Mericoni* qualsiasi. Con un aggravante. Lui, almeno, faceva ridere.

* Nando Mericoni è il personaggio interpretato da Alberto Sordi in “Un americano a Roma”

7 replies

  1. Condivido pienamente tutto il contenuto.Abbiamo bisogno di grandi menti politiche indipendenti a guidare l’Europa,invece ci ritroviamo degli omminicchi e dei quacquaraquà miranti solo a piccoli interessi personali meschini.

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  2. previo accordi e piani ci hanno salvati dai crucchi, semo legati a doppio filo, avemo li debbiti de guera, utopia il solo pensare ad una parvenza di autonomia, possiamo forse solo immaginare se erano i russi. Qual’ era il male minore? Anche se c’ ero non contavo. Dobbiamo seguire bovinamente gli ordini dello zio Sam, in saecula saeculorum. Possiamo solo vendicarci mettendo lassativo nel parmigiano. Yankee go home, ehmm, no, welcome, la mia casa è tua casa, pifferaio, al mio quattro….in marcia topi

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  3. Concetti che sarebbero da scolpire nella pietra, per quanto sono sacrosanti. Peccato che i bellissimi (e ampiamente condivisibili) discorsi del Dibba sui massimi sistemi si fermino sempre un passo prima di affrontare quel gradino che distingue la realtà da un piano che, altrimenti, è destinato a rimanere puramente teorico (incidentalmente, ciò evita anche ogni rischio di inciampo).

    Emanciparsi dalla sfera di influenza americana, e neppure con lo scopo di entrare a far parte di un’altro club (quale che sia), ma addirittura con quello di arrivare a crearne uno proprio, che sia in grado di rivestire un’importanza almeno paragonabile a quella degli altri già presenti sullo scacchiere internazionale: non vedo come non si potrebbe essere d’accordo, ma quello di Di Battista non è un ragionamento, ma solo un elenco di premesse; il ragionamento comincerebbe nel momento in cui lo stesso sappia indicare quale dovrebbe essere il punto di partenza per, almeno, riuscire ad avviare un processo del genere, ma qua è dove casca sempre l’asino.

    Gli attuali rapporti di forza geopolitici, infatti, non discendono dal Diritto Divino e non sono neppure calati magicamente un giorno dal cielo, ma sono frutto di un processo che, semplificando, potremmo chiamare Storia. Questo non li rende affatto immutabili, ma se si vuole cambiare davvero la Storia, le idee non sono che la precondizione, dopodiché da qualche parte bisogna pur cominciare a muoversi, ma la verità è che nè l’Europa (anche se fosse davvero unita, cosa molto al di là da venire) nè tantomeno l’Italia hanno la forza di potersi imporre a livello globale, per tutta una serie di elementi che vanno dalla mancanza di materie prime e risorse, alla debolezza militare, passando per la scarsa coesione di popoli con culture e tradizioni molto differenti.

    A mio avviso (anche se ciò non implica che questa soluzione sia da me auspicata), per modificare l’assetto geopolitico globale c’è un passaggio obbligato, ed è quella guerra a cui lo stesso Di Battista si oppone, che è come pretendere che il cane ubbidisca al padrone senza addestrarlo e senza che il padrone sia tale (per non parlare del fatto che gli altri attori certamente non se ne resterebbero immobili ad osservare).

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    • JONNY ! Tutto vero quello che dici : purtroppo c’e la constatazione del tuo ultimo inciso che ci lascia la bocca amara per confermarne la veridicita’ ! ‘

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      • Già, cosa fare? Un passo alla volta e con un premier più adatto alla bisogna. Così si potrà uscire dalla morsa del velleitarismo immobilista. Nessuno avrebbe scommesso sulla possibilità di ottenere per l’Italia i più alti Recovery Found dell’Ue, eppure Conte c’è riuscito grazie alle sue, non scontate a priori, capacità di mediazione rispetto alle autocrazie ultra-rigoriste di Bruxelles. Dunque il primo passo è l’uscita, previo astensionismo, dei 5S dal governo Draghi disteso come un tappeto ai voleri di Biden. E poi lavorare ai fianchi la dirigenza dell’Unione perché si sfili progressivamente dall’abbraccio mortale dell’Impero. Non per rifugiarsi sotto l’ala di un altro potere geopolitico ma per percorrere la strada di un protagonismo europeo indipendente dagli attuali maggiorenti del pianeta. Un passo alla volta e con una guida, a partire dal nostro paese, più confacente ai reali bisogni non solo italiani.
        Ps. Se si tratta di “guerra” politica diplomatica, sarà lo stesso Dibba a volerla.

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