(Alessio Mannino – lafionda.org) – “Sono l’unica leader italiana che ha sangue ebraico, siamo andati con mio padre a cercare i parenti a Leopoli, ma dal punto di vista giuridico questo ddl non sta in piedi”. Se mai a qualcuno fosse rimasto mezzo dubbio sull’intelligenza di Elly Schlein, dopo questa dichiarazione speriamo se lo sia tolto. Non parlo di intelligenza politica, ma di intelligenza tout court. L’analisi semantica della frase, del resto, lo dimostra infallibilmente.

L’enormità sta subito nelle prime parole. La segretaria del Partito Democratico sembra tutta giuliva nel sottolineare di essere l’unica leader ad avere antenati ebrei (fra l’altro a Leopoli, cioè in Ucraina, il che non guasta, per chi ha votato tutti i pacchetti di aiuti a Zelensky). L’intenzione, evidente, è rivendicare un’appartenenza, sia pur parziale, all’ebraismo in quanto caratteristica positiva. Il che, in sé e per sé, non rileva: ognuno ha il proprio albero genealogico, fine. Ma nel farlo utilizza un’espressione, “sangue ebraico”, che dovrebbe far sobbalzare sulla sedia le tollerantissime comunità ebraiche di qualunque luogo e orientamento, visto che, come ognun sa, non esiste un gene, una razza ebraica. Questa era esattamente la tesi dei nazisti fatta propria, in sostanza, anche dai fascisti italiani, quanto meno a partire dal Manifesto della Razza del 1938. Niente male, per chi si professa anti-razzista, ricorrere a terminologie razziste.

Si dirà che le sarà scappato, che l’inconscio a volte fa brutti scherzi. Ma una leader, per giunta nel momento stesso in cui si autoqualifica come tale, non può fare di questi scivoloni. Perché, sotto il profilo logico, sarebbe come, per un liberal-democratico, sbandierare ai quattro venti di voler difendere la libertà d’opinione o religione per chiunque, universalmente, e poi affermare che chi non è liberale e democratico deve diventarlo, con le buone o con le cattive. Cioè rivelandosi, in pratica, un fascista (che è quanto normalmente avviene, fra parentesi, nel nostro liberalissimo e democraticissimo Occidente con i popoli e culture altre, almeno stando a sentire i suoi paladini sempre pronti alla crociata).

La seconda buccia di cane allegramente pestata dalla geniale Schlein è nell’aggettivo “giuridico”. È sotto questo aspetto, infatti, che motiva la strombazzata svolta, che staremo a vedere quanto svolta sarà, sull’ignobile ddl antisemitismo proposto dal centrodestra (e condiviso da parte del centrosinistra, destra Pd inclusa). Qui il ragionamento si fa politico, e perciò, lo diciamo subito, opinabile. Si può essere contrari o favorevoli, a una legge che adotta una definizione di odio anti-ebraico estensiva al punto da rischiare di far intasare i tribunali con denunce contro chi, invece, legittimamente critica, in modo anche aspro, Israele e le sue malefatte, specialmente quelle compiute sulla pelle dei palestinesi. Quel che non è opinabile è riconoscere che il piano di discussione non è giuridico, non riguarda il codice, le pandette e i cavilli giurisprudenziali, ma è, appunto, politico. Arcipolitico. Perché la libertà di espressione non può e non deve essere affare di giudici e avvocati, i quali dovrebbero occuparsi, al massimo, di reati quali ingiuria, diffamazione e calunnia. La libertà di dire quel che si pensa è la precondizione stessa del fare politica in una società che si pretende libera (e difatti, dal codice penale andrebbero divelti tutti i reati d’opinione, senza eccezione, come la legge Mancino). È, insomma, la cosa più politica che ci sia.

Ora, è chiaro che la poverella, dovendo districarsi giornalmente in quel ginepraio di correnti l’un contro l’altra armata che è il Pd, è costretta a dosare mediante bilancino ogni uscita, che per altro distilla col contagocce. Senza contare la pressione che patisce, povera stella, per la nettezza (ci vuol poco) che caratterizza le posizioni di Giuseppe Conte e dei 5 Stelle, anche su Israele. Si capisce, pertanto, come mai l’improvvida cerchi di ridimensionare il no al ddl anti-israelismo a una questione da legulei. Ma questi, con rispetto parlando, son casi suoi.

Quel che a noi preme è rimarcare la pochezza davvero demenziale di chi ancora, nonostante tutto, nonostante compromessi, giravolte, ambiguità, nonostante una scoperta, acclarata, perfetta funzionalità al sistema di potere interno e internazionale, passa per “opposizione”. Un’opposizione che non sa neppure non dico avere una linea, ma neppure usare parole appropriate per mascherare di non averla. D’Alema, al confronto, era Bismarck. Ma come Bismarck e tutti gli epigoni di Bismark, con la loro realpolitik lanciata senza freni fino a mangiarsi il senso stesso della propria parte politica, anche un sofisticatissimo buggeratore. D’altronde, se oggi gli eredi di gran parte del Pci e della sinistra Dc si ritrovano una nullità come la Schlein alla loro guida, lo si deve proprio a fini dicitori come D’Alema. “Non c’è via di scampo, quasi quasi mi faccio uno shampoo” (Gaber).