Il vertice di FdI ha recitato il suo rosario fatto di anti-islamismo, filo-americanismo e sostegno incondizionato a Israele. Ma nella base del partito ci sono anche “putiniani”, “filo-palestinesi” e nemici del liberismo

(estr. di Franco Cardini – ilfattoquotidiano.it) – […] Fenix 26. All’ombra di questo titolo suggestivo si è tenuto all’Eur di Roma, tra il 16 e il 20 settembre, la festa della Gioventù Nazionale, oggi organismo giovanile dei “Fratelli d’Italia” dotato di una indipendenza istituzionale.
[…] C’è un messaggio per certi versi fin troppo palese (ma che proprio per questo può apparire ingannevole) e per altri addirittura – involontariamente? – ironico nel fatto che questo evento, che ha riempito il Laghetto dell’Eur di dibattiti, stand e concerti sotto l’insegna “Il tempo del coraggio” abbia scelto come scenario proprio il quartiere architettonicamente e urbanisticamente prestigioso che il regime aveva concepito, alla fine degli anni Trenta, come monumento marmoreo a se stesso. Non perché quella scenografia dica alcunché di necessario sulle idee dei ragazzi che vi hanno partecipato: ché anzi il rischio maggiore, discorrendo di queste cose, è quello dell’anacronismo, dell’analogia forzata, del ricalco meccanico di un passato su un presente che ha regole, istituzioni e limiti costituzionali del tutto diversi. Ma perché la questione vera, quella che merita di essere posta senza infingimenti, riguarda non la memoria dei luoghi bensì la fisionomia culturale di una “destra giovanile” alcuni settori della quale con la memoria del fascismo mantengono una memoria ambigua e non del tutto adeguatamente storicizzata: il che costituisce ancor oggi un problema per se stessa e per chiunque voglia esserne a qualunque titolo interlocutore.
A un panel dell’evento, tenutosi nella serata del 17 scorso, ho preso parte anch’io, sia pure in una situazione “di fortuna” e con l’aiuto di un mezzo audiovisivo abbastanza rozzo. La situazione lo imponeva: ma non volevo tirarmi indietro. So bene perché mi chiamano, in questi casi: nell’ovvia e fatale dinamica intellettuale ed esistenziale dell’esistere che mi ha condotto ai miei attuali ottantasei anni ho più volte mutato idea su cose, persone e avvenimenti, ma posso con la massima modestia sinceramente vantarmi di non aver mai “cambiato Idea”. Ero fino dall’adolescenza affascinato da due cose: un cattolicesimo tradizionalista ed europeista trasmessomi dal mio Maestro Attilio Mordini, germanista e terziario francescano, e un socialismo di marca non marxista bensì soreliana e sindacalistico-rivoluzionaria che avevo ereditato da parte della mia famiglia ed esponente della quale era il fiorentino Berto Ricci, animatore della bella rivista L’Universale e membro di quel gruppo della sinistra “fascista-frondista” che, come Drieu la Rochelle in Francia e i fratelli Strasser in Germania, sognavano la convergenza tra il socialismo e i movimenti a carattere nazionale e sociale. Oggi, lontano da quel bagaglio di miti e di utopie, continuo a sperare nel futuro di un’Europa che riesca a darsi finalmente vere istituzioni politiche all’insegna di un confederativismo coerente con il suo complesso passato e con l’eredità delle “patrie” in essa viventi e che come tale possa giocare un ruolo importante su una via – fino a oggi intentata – della mediazione tra il blocco “capitalistico-occidentalista” che è ancora (fino a quando?) soggetto all’egemonia statunitense e il nuovo mondo delle potenze alternative che senz’aver fino a oggi trovato una loro chiave d’espressione politica, si vanno raccogliendo attorno al gruppo ancora magmatico qualificato dall’acronimo BRICS.
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Sapevo benissimo che le mie parole sarebbero state sgradite da molti. Ma so altresì che posizioni del genere sono molto presenti, specie al livello giovanile, nella base dei Fratelli d’Italia, che tuttavia, nelle loro espressioni di vertice e in gran parte dei loro quadri, restano aderenti a un invecchiato e disseccato liberismo e fedeli all’atlantismo ormai agli sgoccioli (follie trumpiste a parte). Eppure quei dirigenti dovranno pur affrontare una buona volta i tantissimi loro seguaci tanto indocili da proclamarsi magari (orrore!) “putiniani” oppure (raccapriccio!) “filopalestinesi”.
Che una tradizione politica abbia bisogno di dibattere, e di dibattere davvero, è cosa sacrosanta; e va riconosciuto che Fenix un tentativo di confronto lo mette in scena, con panel che ospitano un rappresentante del Congresso mondiale uiguro accanto a un deputato di Italia Viva, o con quel faccia a faccia dal titolo eloquente – “Senza filtri, senza infiltrati” – tra Giovanni Donzelli e Francesco Cancellato, direttore di quella Fanpage che nel giugno del 2024, con l’inchiesta “Gioventù meloniana”, aveva documentato saluti romani, cori nostalgici e frasi antisemite dentro l’organizzazione. Il punto, però, è che il dibattito così concepito somiglia più a una liturgia dell’apertura che a una pratica del dissenso: le voci convocate sono selezionate, addomesticate, funzionali al racconto che di sé il movimento vuole offrire; e restano ai margini, o del tutto assenti, proprio quelle che segnerebbero una divergenza interna reale. Eppure le vicende della cosiddetta “estrema destra” italiana ed europea sono state spesso attraversate da crisi febbrili di crescita e di mutamento. Vale la pena, a questo proposito, tornare con la memoria per esempio a un’altra stagione di gioventù di destra, quella dei Campi Hobbit che tra il 1977 e il 1981 raccolsero i ragazzi orbitanti intorno al Movimento Sociale eppure sensibili al richiamo Nouvelle Droite francese di Alain de Benoist, in Italia rappresentato da Marco Tarchi, che proponeva un’operazione culturalmente ambiziosa e politicamente eretica, intessuta di suggestioni antiliberali e anti-borghesi, di diffidenza verso l’Occidente mercantile e atlantico, di attenzione ai popoli e alle differenze contro l’omologazione. Era, a suo modo, un pensiero incendiario; e proprio per questo fu presto sospinto ai margini del partito.
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Di quella tensione movimentista sopravvivono oggi soltanto frammenti. Anzi, assistiamo a un rovesciamento abbastanza malinconico: una dirigenza che recita compunta il suo rosario fatto di anti-islamismo, filoamericanismo e sostegno pressoché incondizionato a Israele. È il rovesciamento puntuale di quella vecchia sensibilità terzomondista e anti-atlantica: là dove i padri diffidavano dell’America e del liberalismo, i figli ne hanno fatto la propria bussola. Contrariamente a quel che di solito si dice, certi ex-giovani che coltivavano impulsi incendiari da vecchi si sono fatti pompieri. È la parabola di chi rivendica il coraggio della rottura e poi si accomoda, con zelo persino maggiore degli antichi conservatori, nella conservazione dell’esistente. Sono lontani i tempi della “Lettera ai fratelli in camicia nera” nel 1936, firmata da Palmiro Togliatti e da altri esponenti comunisti, che prospettava – sia pure a sua volta tra ambiguità e contraddizioni – differenti e non impossibili soluzioni di convergenza.
Ecco perché il vero coraggio, per una gioventù che coraggiosa pur si proclama, non consisterebbe nel ripetere con maggior foga le parole d’ordine del proprio ceto dirigente, bensì nell’ospitare davvero – non per finta, non “senza infiltrati” ma con qualche autentico eretico in sala – le voci che quel ceto mettono in imbarazzo; giacché una tradizione politica si misura non da come celebra i propri padri nobili, ma da quanto sa tollerare i propri figli scomodi.