Interessi di famiglia

20061010 – ROMA – CRO : LA FAMIGLIA BENETTON FOTOGRAFATA AL COMPLETO (TRE GENERAZIONI, 38 COMPONENTI) PER LA PRIMA VOLTA SU VANITY FAIR. La copertina del numero di ” Vanity Fair ” in edicola dall’11 ottobre, che ritrae una parte della famiglia Benetton. ” E’ stata una bella esperienza fare queste foto. Capita di rado di trovarsi proprio tutti insieme, perche’ siamo in tanti e ognuno ha la sua vita, anche se abitiamo vicini ” : sono le parole di Alessandro Benetton che commentano il monumentale servizio di copertina che ” Vanity Fair ” – in edicola da domani – dedica al 40/o anniversario dello storico marchio conosciuto in tutto il mondo. ” Vanity Fair ” ha eccezionalmente radunato le tre generazioni al completo che appaiono per la prima volta tutte insieme: Luciano Benetton ha aperto la sua villa – da sempre preclusa alla stampa e trasformata in un set fotografico d’eccezione – e raccontato, insieme al resto della casata, la storia di una passione familiare. ANSA / PAL

(Giacomo Amadori e Alessandro Rico – Panorama.it) – Sotto le macerie del Ponte Morandi di Genova non sono rimaste solo 43 vite di cui pochi ricordano i nomi, ma anche la credibilità di una schiatta di maestri tessitori che per quasi quarant’anni ha attraversato da protagonista la scena imprenditoriale italiana, ma che oggi è trattata alla stregua di una bottega di magliari.

Il cognome Benetton, secondo gli esperti di onomastica, dovrebbe derivare dalla forma dialettale contratta dell’accrescitivo del nome Benedetto. Benedettoni, dunque. Ma ormai di benedetto c’è ben poco. E a restituire la giusta luce all’immagine offuscata non basterebbe neppure il fotografo di corte, quell’Oliviero Toscani cacciato con disdoro dai suoi mecenati per aver pronunciato la vile infamia: A chi interessa che caschi un ponte. A oltre trenta mesi dal crollo che ha spezzato in due Genova scopriamo che i peggiori giudici dei Benetton sono i Benetton stessi o i loro più fidati collaboratori.

Come raccontano le intercettazioni depositate dalla procura guidata da Franco Cozzi nei vari filoni del procedimento avviato dopo il crollo. Montagne di trascrizioni scodellate nei vari riesami e ore di audio che gli avvocati stanno ascoltando in una stanza dedicata al nono piano del Tribunale del capoluogo ligure.

Chi sono davvero i Benetton? Chi sono gli imperatori delle concessioni autostradali, i giganti del tessile, i magnati che hanno diversificato il loro business acquistando catene come Autogrill o investendo nelle assicurazioni (Generali) e nel credito (Mediobanca)?

Un ritratto autentico lo forniscono, alcune conversazioni registrate dalla Guardia di finanza, discorsi proferiti da membri della famiglia o dagli uomini a loro più vicini (tutti, precisiamo, non indagati), a partire dal top manager Gianni Mion.

Questo settantasettenne padovano dalla chioma candida è il dirigente che ha traghettato gli affari dei Benetton dal mondo concreto delle filande a quello volatile e ingrato dell’alta finanza e dei trasporti, dalle strade ai cieli, approfittando delle privatizzazioni selvagge dei bei tempi dei governi di centrosinistra, alla cui tavola i Benedettoni hanno mangiato a quattro palmenti.

Mion è stato per la famiglia di Ponzano Veneto quello che per gli Agnelli sono stati Cesare Romiti o Vittorio Valletta: per decenni ai vertici della holding Edizione, nella quale ha operato dal 1986 al 2016 e, poi, di nuovo dal 2019 al 2020.

I BENETTON? NON CAPISCONO UN C…

Torniamo alle intercettazioni finite nel fascicolo in mano all’aggiunto Paolo D’Ovidio e ai pm Massimo Terrile e Walter Cotugno. È il 31 dicembre del 2018, da quattro mesi è crollato il viadotto sul Polcevera, gestito da Autostrade per l’Italia (Aspi). Da allora, la politica sta provando a togliere (un esproprio per dirla con uno dei loro amici) alla dinasty trevigiana la gestione della rete viaria a pagamento.

Mion è al telefono con Fabrizio Palen zona, già vicepresidente di Aeroporti di Roma (Adr, altra società della galassia Benetton, che controlla lo scalo di Fiu micino), membro del cda di Mediobanca (di cui Edizione detiene il 2,1 per cento) e presidente dell’Aiscat, l’associazione che riunisce le società concessionarie di autostrade.

Mion sbotta: Noi dobbiamo fare qualcosa su Aspi che bisogna che diamo garanzie, ma non solo garanzie, tanto i Benetton l’hanno capito tutti che non capiscono un cazzo e che siamo degli inetti, no?. Un epitaffio sulla storia dei suoi datori di lavoro.

Poco dopo, soggiunge: […] la prova di inettitudine è certificata da parte dell’azionista di riferimento, no?. È una climax di invettive: Loro, i signori del ponte, si incazzano quando parlano (si parla, ndr) sempre di Benetton, quello scrive la lettera perché non c’entra un cazzo… ma non c’entri un cazzo perché non capisci niente!

Perché allora… i tuoi dividendi li dovevi devolvere in beneficienza perché non ti riguardavano, no? Cioè insomma una figura da cazzo così è…. L’epistola cui fa riferimento Mion è quella spedita da Luciano Benetton, uno dei fondatori del gruppo ed ex senatore repubblicano, a diversi quotidiani nazionali, poche settimane prima: Nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade, aveva cercato di auto assolversi l’imprenditore.

Ma quello che era stato il manager di fiducia della famiglia, al telefono, pur dicendosi de ciso a sparare tutto quello che abbiamo da sparare per salvare dignità, azienda e investimento, riconosce che questi qua, cioè gli stessi Benetton, sono quelli che se lo meritano di meno. Al telefono con Fabio Cerchiai, presidente di Atlantia (la controllante di Aspi), il 3 gennaio 2020, Mion finisce per restituire un desolante ritratto dell’intero management della società: Non son boni […] francamente, insomma la patente di incapaci l’abbiamo già portata a casa, no?.

Però non è solo il Romiti di Edizione a demolire la casata. Persino il rampollo Alessandro, secondogenito di Luciano, pare non avere una buona opinione dei famigliari, soprattutto dei cugini. Con loro, Christian, Franca Bertagnin e Sabrina, Alessandro era entrato in rotta di collisione nel 2016, uscendo dal cda del gruppo.

Il 20 gennaio dell’anno scorso è al telefono con Fabio Corsico, già capo delle relazioni istituzionali di Atlantia. Con lui, Alessandro è costretto ad ammettere: Allora… la prima cosa da dire è che qui è venuto fuori che era tutto un merdaio>> Pardon? <> ripete a scanso di equivoci. E << anche il nostro Castellucci era un bello stronzo>>.

Si riferisce a Giovanni Castellucci,ex a.d. di Aspi e Atlantia, dimessosi un anno dopo la tragedia del Morandi e al quale la società, nel dicembre 2019, aveva sospeso la buonuscita. Il suo errore, per Alessandro Benetton, è stato di prendersi tutte queste responsabilità non essendo in controllo, perché qui emerge che non c’era un controllo.

Corsico ridicolizza anche il piano appena presentato da Aspi per rimettere a posto la rete autostradale: […] quando tu dici “faremo 7 miliardi di investimento nel prossimo anno”, la gente dice scusa un attimo, […] ma siamo matti che voi in un anno fate un investimento che non avete fatto in 20 anni?. L’uomo cuce un bel ritratto dei rampolli della famiglia: […] il problema vero è che la famiglia Benetton era una famiglia di imprenditori… cioè, era Gilberto un imprenditore, Luciano, ma Luciano 20 anni fa… scusami, eh, se parlo così di tuo padre, non Luciano di oggi, e Alessandro che, comunque, nel bene o nel male non è la cabina di regia, tolti questi tre, punto. Il resto sono dei figli di ricchi… cioè la realtà vera è che un gruppo non va avanti coi figli dei ricchi, va avanti con gli imprenditori.

A parere di Corsico, il gruppo ha perso l’essenza dell’imprenditorialità, si compra le Generali, si compra la Nestlé, non gestisce Atlantia. Un’analisi con cui, paradossalmente, Alessandro concorda appieno: […] allora, noi eravamo bravi quando avevamo un po’ meno soldi, un po’ meno o per lo meno pensavamo di avere meno competenze e avevamo una grandissima credibilità… oggi noi ci troviamo che i soldi potenzialmente ci sono… le competenze, abbiamo ascoltato gente dall’interno che ci ha convinto che ne avevamo tante e non ne avevamo un cazzo… e abbiamo zero credibilità… e questo succede, nell’evoluzione dei gruppi, sempre ciclicamente….

E chiude neanche fosse Mogol: Tu ora puoi chiamarli figli dei ricchi, o anche quelli con la pancia piena, quelli che diventano autoreferenziali. L’erede prosegue, illustrando i motivi dei suoi attriti con i cugini: […] quando mi chiedevano, ma perché tu li hai mandati affanculo? […] che cazzo me ne faccio io di un socio che è nato ricco?. Sul dossier Autostrade, Alessandro fa lo scaricabarile: […] non me ne occupo e sono cazzi loro, ci sono i miei cugini. L’imprenditore ritiene ci sia una sola via d’uscita: […] c’è un problema di credibilità compromessa che non è recuperabile… ok? […] per salvare Atlantia noi dovremmo uscire da Aspi…. Ma come si fa a rinunciare alla gallina dalle uova d’oro?

Perché le autostrade fruttano incassi da capogiro. Quel denaro che, sempre stando a Mion, intercettato il 2 febbraio 2020, è l’ossessione dei Benetton: Le manutenzioni, confessava il manager, le abbiamo fatte in calare, più passava il tempo, meno ne facevamo… così distribuiamo più utili e Gilberto e tutta la famiglia erano contenti.

Un concetto ribadito da Carlo Bertazzo, nuovo a.d. di Atlantia, l’8 febbraio 2020. Conversando con il presidente Cerchiai, egli riporta un’opinione che ha ascoltato da almeno due fonti: I Benetton hanno di fatto ingessato la società in quanto volevano solo dividendi, dividendi, dividendi.

Sono proprio i dividendi, a un certo punto, a imbarazzare Ermanno Boffa, consigliere d’amministrazione di Atlan tia e marito di Sabrina Benetton (uscita dal cda pochi giorni fa, per essere stata sottoposta a pressioni di ogni tipo, dopo la tragedia del Morandi).

Nel 2020, al telefono con Mion, Boffa sottolinea che sarebbe devastante se venisse fuori che i Benetton si sono distribuiti 200 milioni di euro nel loro momento peggiore, cioè successivamente alla strage sul Polcevera.

Grazie ai bilanci si può ricostruire l’immenso flusso di denaro che, negli anni, è transitato sui conti correnti degli azionisti delle società della famiglia di Ponzano Veneto. Nel 2010, l’ammontare dei dividendi di Atlantia superava i 516 milioni. Nel 2016, era salito a oltre 775. Il balzo più clamoroso avviene nel 2017, con oltre 2 miliardi e 567 milioni di euro. L’anno della tragedia di Genova, la slot machine di Aspi si ferma a circa 456 milioni. In nove il totale fa quasi 7 miliardi e mezzo. Così, sempre citando Mion, il defunto Gilberto e tutta la famiglia erano contenti.

Dalle telefonate emerge chiaramente come la famiglia veneta e i suoi collaboratori cerchino di interpretare come aruspici ogni palpito o sospiro della politica.

Un esempio lo abbiamo quando Mion parla del prezzo delle azioni dei Benetton che Cassa depositi e prestiti (controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze) avrebbe dovuto acquistare, per prendere il controllo del 51 per cento di Aspi:

Bisogna anche fare la verifica se ci vogliono o non ci vogliono, perché se non ci vogliono, basta che mettiamo a posto le aziende e poi ognuno per sé e Dio per tutti… perché […] non c’è dubbio che è stata la Cassa depositi che ha insufflato tutti sti 5 stelle per un anno e mezzo per cacciarci a calci nel culo.

Ecco perché, tra i bersagli della vis polemica di Mion, figurano i grillini, tifosi sfegatati della revoca delle concessioni: Pensavano che bastasse parlare del ponte e di Benetton e si aumentavano i voti del 15 per cento… non mi sembra che abbiano avuto il 15 per cento in più dei voti e anche lì si conferma che tutto sto battage che hanno montato, anche in termini elettorali, non gli porta assolutamente niente, perché la gente ha capito che è tutta una stronzata.

Ma una ciambella di salvataggio, come molte volte in passato, il gruppo veneto confidava arrivasse dagli ambienti della sinistra. E per questo cercava segnali nelle mosse della ministra, cioè Paola De Micheli, la titolare piddina del dicastero delle Infrastrutture e dei Trasporti nel governo giallorosso.

Mion osserva: Ieri è andata a vedere i lavori da 200 e fischia milioni di investimenti che sta facendo Adr, cioè Aeroporti di Roma. Il manager è speranzoso: Quindi è un messaggio, no?

È un messaggio per dire, beh, le cose stanno accadendo, no? Capito? […] il Pd è lì che si barcamena fra questi scemi dei 5 stelle e poi il fatto che questa qui sia andata in Adr, è un fatto significativo secondo me… perché insomma, voglio dire, non è che t’ha messo lo stigma del lazzarone da tutte le parti… no?.

Ma se i Benetton non capiscono un cazzo, nelle intercettazioni ce n’è anche per manager e tecnici. Per esempio, in un’altra telefonata, Mion umilia l’ex a.d. Castellucci e critica pesantemente Spea engineering Spa, la società del gruppo Atlantia che avrebbe dovuto occuparsi dei controlli strutturali sulla rete autostradale.

È a questa che attribuisce le più gravi responsabilità delle omesse verifiche: […] però non è solo Castellucci francamente, perché la verità è che c’era questa società che si chiama Spea, no? Fatta tutta di ingegneri […] qualcuno a suo tempo degli interni mi aveva detto… “guarda che lì c’è una banda di lazzaroni”.

In uno scambio di vedute con Bertazzo, il 31 dicembre 2019, Mion discute proprio di come far fuori Spea. E, su questo dossier, contesta la gestione di Cerchiai: […] lui deve dire […] “questa società qua, gestita in questo modo, non la voglio!” […] Se non lo dice che cazzo sta a fare? Sta a coprire!.

Non è finita: Si capisce che Cerchiai sta solo a proteggere sé stesso… ma insomma basta!. E ancora: Cerchiai e Castel lucci sono responsabili, direi che sono responsabili in ugual misura! […] Uno perché era pazzo e quell’altro perché è paraculo!. Atlantia è tutto un casino, sospira Alessandro Benetton, dialogando con il manager Corsico: Cerchiai ha fatto tutto fuorché il presidente.

Ma, come specifica il rampollo, egli era assolu tamente contiguo al sistema pur non direttamente coinvolto e consapevole. Insomma, la fotografia dell’impero industriale e finanziario dei Benetton, scattata dai suoi stessi protagonisti, è choccante, come un’istantanea di Toscani. Emblematica la chiosa di Mion: […] diciamo, tutto quello che nei primi dieci anni si è costruito… nei secondi dieci anni si è distrutto.

Un’ultima intercettazione rende bene l’idea di come, nel regno dei Benetton, non si salvino né i sovrani, né i consiglieri. Il 31 dicembre 2019, Mion, Bertazzo e Cerchiai, i vertici delle società del gruppo, organizzano una call a tre.

Poche ore prima, sull’A26, nei pressi di Masone (Genova), dal soffitto di una galleria si è staccato un enorme blocco di cemento. Il problema dei tre sembra quello di evitare di prendersene uno in testa andando in vacanza alla volta di mari esotici e montagne innevate.

Cerchiai è pensieroso: Per andare giù devo fare tutte le gallerie…. Risate. Bertazzo fa riferimento a un censimento del Mit sui tunnel non a norma: Mi son preso paura quando m’ha detto 200 gallerie su 270 in Italia…. Irrompe la battuta di Mion: Devi andare in aereo, devi andare in aereo. Cerchiai sta al gioco: Vado in aereo, difatti, sì. Altra ilarità. Chiude Mion: Eh sì però, se vai in galleria puoi fare tu il monitoraggio. Nuove risate. Cheese… mancava solo Oliviero per una bella foto in posa.

3 replies

  1. vedo poco felice il paragone di Mion con Valletta. Non è quello che diceva che un dirigente non può superare una retribuzione superiore a 20 volte un operaio??? Nel nostro album d’imprenditori abbiamo in primo piano gli Agnelli, i Benetton, i Romiti ecc. A noi gli Elon Musk , i Bill Gate, i Besoz ci fanno un baffo. Povera Italia!!!!!

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    • Certamente è più semplice fare l’imprenditore prendendo per i fondelli lo Stato, cioè fottendo i propri concittadini, che generando e concretando nuove idee rischiando di persona

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  2. Non capirò come son passati dai maglioni di lana a guadagnare miliardi.
    Se io oggi cominciassi a produrre maglioni di lana, sarebbe già un successo non finire in mezzo ad una strada.

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