Per un giorno siamo tutti rider

(Gaetano Pedullà – lanotiziagiornale.it) – Nemmeno il tempo di tirarci fuori dalla pandemia e già si torna a parlare di scioperi. Lo so, non ne sentivamo la mancanza, e viste le macerie in cui è ridotto quasi tutto il mondo del lavoro c’era da aspettarsi una maggiore tregua. Un sogno infranto da due manifestazioni nazionali: una degli autisti di bus e tram, tornati alla tradizionale abitudine di astenersi dal lavoro il venerdì, così si fa tutto un ponte fino a lunedì prossimo.

L’altra protesta è invece un debutto: a incrociare gambe, pedali e biciclette sono i rider, cioè quelle persone che dirottiamo con un’App da una parte all’altra delle città per farci portare il cibo a casa. Gli autoferrotranvieri, con tutti i problemi che possono raccontarci, neppure si immaginano che vita grama è quella dei ciclofattorini, spesso immigrati o giovanissimi disposti a tutto per fare due quattrini, ma anche persone che mai avremmo immaginato: cinquantenni esodati, ex dipendenti in mobilità, padri di famiglia senza nessun’altra possibilità di sbarcare il lunario.

Per un giorno tutte queste persone ci chiedono di non ordinare niente alle tante società del settore, per convincerle a concedere condizioni contrattuali più eque ai lavoratori. Aiutiamoli, ma spuntarla non sarà facile, perché quando c’è un’offerta di manodopera praticamente illimitata, le aziende vincono facile. D’altra parte le battaglie che hanno fatto l’epopea del sindacalismo italiano, contro lo sfruttamento dei braccianti al Sud o nelle fabbriche del miracolo industriale al Nord, sono vecchi cimeli abbandonati dai Confederali, mentre giusto qualche sigla degli autonomi fa quello che può. Pure sul fronte della politica non si muove molto.

Al Ministero dello Sviluppo Economico, quando al timone c’erano Di Maio e Patuanelli qualcosa s’è fatto, ma adesso che da quelle parti comanda la Lega i rider sono l’ultimo dei problemi. E dire che la loro è una battaglia simbolo – per la dignità prima che per qualunque altro aspetto – che dovrebbe far scattare la solidarietà generale.

Costringendo i datori di lavoro ad assicurare salari e garanzie fisse se non proporzionali ai forti guadagni delle imprese del food delivery, oppure a pagare forti tasse sugli utili eccedenti un rapporto da stabilire tra risultato, patrimonio e investimenti. Una pressione che solo una vasta opinione pubblica può esercitare, perché i collaboratori a cottimo delle società di delivery o di giganti come Amazon hanno pochissima forza contrattuale. Così questi colossi hanno fatto e continuano a fare guadagni importanti, talvolta pure stellari, sostanzialmente indisturbati finché non avremo preso tutti coscienza che nel mondo del lavoro, come ce lo stanno cambiando, presto o tardi saremo tutti ciclofattorini.

3 replies

  1. “Al Ministero dello Sviluppo Economico, quando al timone c’erano Di Maio e Patuanelli qualcosa s’è fatto”.
    Cioè? Ma esattamente cosa hanno fatto e soprattutto cosa non hanno fatto visto che sono in strada a manifestare?
    Poi, Giorgetti non è lo stesso che faceva il sottosegretario a palazzo Chigi quando al Mise c’era di Di Maio? E mo’ in un mese doveva fare quello che in 3 anni non s’è fatto?
    Gaeta’ ma ai tuoi lettori je la ‘ncarti così?

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  2. Solo due commenti, non molta empatia o compassione… Massimo rispetto per ‘sta carne da cannone. Io il galoppino non potrei farlo. Prima, quando ancora c’era qualcosa in testa, ho fatto due o tre piste come postino: andavo in giro con il sangue negli occhi e sbuffi di zolfo dalle narici per l’evidente incapacita’ degli urbanisti di mettere i numeri delle case dove potessi vederli, e le strade nel posto in cui dovevano trovarsi senno’ mi facevano perdere.

    Poi, incoscentemente, mi imbarcai in un lavoro in cui dovevo guidare il furgone dei terzisti di PostNL fino ad un laddove, e distribuire sacchi di lettere. L’unica patente in mio possesso era quella di scellerato, per tre giorni andavo nel traffico infuso nel terrore di commettere un omicidio stradale, o di combinare un guaio che mi avrebbe dissanguato economiamenten vita natural durante, o di sfasciarmi in un incidente, o polizia, multe, detenzione. Tre giorni perso nel riflesso della luce sugli occhiali, implorando la mappa sul cruscotto di dire qualcosa al TomTom che si ostinava crudelmente a mandarmi da tutt’altra parte. Tre giorni di incubo constante, in autostrada ed in citta’ col cuore a battito d’allodola catturata nella rete del WWF per l’inanellamento, incubo urlabilisso, ad occhi aperti, vero xome il male, fino a quando le Poste fecero sapere al terzista che “chillo luong’ e sicco ‘onn o bulimme vere’ ‘cchiu'”.

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