A Tele-Meloni da quattro anni cercavano solo un pretesto per mettere in ginocchio Sigfrido Ranucci e forse l’hanno trovato.

L’obiettivo finale? Rimuovere “Report” dal palinsesto e accompagnare il conduttore, poco gentilmente, all’uscita di viale Mazzini.

L’occasione si è presentata, ghiotta, quando il giornalista, ospite della trasmissione “È sempre Cartabianca”, ha rilasciato alcune dichiarazioni sul ministro della Giustizia, Carlo Nordio, e il caso Cipriani-Minetti.

Era il 28 aprile e Sigfrido, disse: “Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Carlo Nordio nel ranch di Giuseppe Cipriani in Uruguay. Una pista che stiamo verificando”. Poco dopo, il Guardasigilli intervenne in diretta per smentire la notizia.

Nonostante le scuse del giornalista, Cipriani jr ha querelato “Report”, la Rai e Ranucci. Una causa che si aggiunge a quella da 250 milioni di dollari intentata a New York contro “il Fatto quotidiano”, e all’altra, a Roma, per altri 5 milioni, sempre contro il quotidiano di Travaglio che per primo ha scoperchiato il caso Minetti.

Più dei servizi di “Report”, a inguaiare Ranucci è stata l’affermazione su Nordio dalla Berlinguer. Una frase che un giornalista esperto come Ranucci avrebbe potuto articolare con più cautela. 

La RAI, che aspettava solo un pretesto per andare alla carica contro Ranucci, ha deciso di negare la tutela legale al giornalista, nonostante il regolamento di Viale Mazzini sia netto, prevedendo una copertura per dipendenti e collaboratori “in conseguenza di atti e/o fatti occorsi in costanza del rapporto contrattuale con Rai e direttamente connessi con l’espletamento delle attività e degli incarichi ad essi affidati”.

Ranucci era sì a Mediaset, ma aveva chiesto e ottenuto l’autorizzazione dei vertici della Rai. E ha parlato da giornalista, al punto da aver dato, con i condizionali del caso, una notizia, anche se poi si è rivelata infondata.

L’ordine di negare l’assistenza legale a Ranucci sarebbe arrivato direttamente dall’Ad, Giampaolo Rossi, e il timido capo dell’ufficio legale della tv pubblica, Francesco Spadafora, avrebbe eseguito.

Spadafora non ha avuto il coraggio di alzare uno scudo sul capoccione di Sigfrido: il rampante avvocato è stato in passato diffidato da Maurizio Gasparri con un’interrogazione in Commissione di vigilanza Rai, per “gravi errori e responsabilità”, legati al caso dei dossier di Gian Gaetano Bellavia.

Gasparri accusava Spadafora di “eccessiva cedevolezza” verso il metodo “Report”. E questa volta, non ha voluto prestare il fianco a nuove accuse.

Ranucci, però, dopo essere sopravvissuto 36 anni in Rai, non ha intenzione di mollare proprio adesso. Con una mail di fuoco inviata al Cda ha informato i vertici del servizio pubblico che non ha intenzione di “implorare”, parafrasando la risposta di Giorgia Meloni a Trump, e ha fatto sapere di aver nominato un suo legale di fiducia: “Questo fatto non ha precedenti”.

Il presupposto della revoca della tutela legale è che, avendo pronunciato le parole contro Nordio a Mediaset, Ranucci non abbia agito nell’esercizio delle sue funzioni di giornalista e dirigente Rai.

Ma, come ha specificato lui stesso nella mail al cda: “I fatti che mi vengono contestati, pur detti in altra emittente, sono stati riportati nella mia funzione di conduttore di Report […]. In tale funzione avrei diritto come dice chiaramente il contratto, io e i miei eredi, alla tutela legale. Non sono abituato a “implorare” e mi difenderò da solo. Tuttavia, in qualità di dipendente e dirigente Rai credo di avere diritto alle motivazioni che hanno portato alla decisione di non tutelare me e la mia famiglia”.