La resa incondizionata della scienza al capitalismo

(Francesco Erspamer) – “Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Io credo che la scienza non possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, e ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando coll’andar del tempo avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità”. Così il Galileo di Brecht nell’ultimo monologo, aggiunto nel 1947 nella seconda edizione del dramma, dopo che le bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki gli avevano tolto ogni dubbio sulla resa incondizionata della scienza al capitalismo. In quello stesso anno, dopo essere stato costretto a testimoniare davanti alla famigerata Commissione per le attività antiamericane, abbandonò per sempre gli Stati Uniti per tornare in Europa. Da allora la situazione è peggiorata, in maniera accelerata a partire dagli anni ottanta e novanta. In pochi decenni il liberismo edonista ha anestetizzato i popoli, rendendoli così disperatamente attaccati alla vita e alle proprie abitudini da essere disposti, per conservarle, a piegarsi a qualsiasi sopruso e a fabbricarsi le illusioni necessarie per giustificare la propria ignavia. Di ordigni nucleari ce ne sono di più adesso che ai tempi di Brecht, e più distruttivi: ma chi ci pensa più? Agli italiani neanche importa che sul loro territorio ce ne siano decine, sotto il diretto controllo del presidente americano, a trent’anni dalla fine dell’Unione Sovietica ossia della ragione che le aveva rese (dicevano) necessarie. Alle anime belle basta non pensarci; del resto riescono anche a non vedere l’implacabile scadimento dell’ambiente e della qualità dell’esistenza. In questo senso il Covid ha confermato le più ottimistiche previsioni delle multinazionali e della destra più becera al loro servizio: una significativa parte della gente ho ormai perso qualsiasi contatto con la realtà e vive esclusivamente di virtualità e di aspettative indotte. Ovvio che si possa fare a meno delle religioni e in particolare di quel comunista del papa; sono bastati i media a convincere decine di milioni di italiani che l’epidemia fosse una montatura e più in generale che qualunque ostacolo al banale conformismo dei riti consumistici e alle proprie pulsioni egoistiche non possa che essere un complotto, perché come dice il documento fondativo del paese oggi dominante, gli unici diritti inalienabili sono individualistici e riguardano la conquista della felicità privata, la difesa a ogni condizione della propria vita e naturalmente la libertà personale di affermarsi sugli altri. Doveri sociali, neanche uno, e comunque sono considerati degli oneri fastidiosi, sgraditi, ingiusti.

Quando una catastrofe ambientale o nucleare, ancora adesso evitabile ma a quel punto non più, annienterà la nostra specie, moriranno anche loro, però con la boccuccia aperta in una smorfia di indicibile stupore, senza aver capito nulla e prendendosela con le stelle come il Don Ferrante manzoniano e gli eroi di Metastasio. Ovvio: sono quello che sono, inutile aspettarsi scintille di intelligenza o di coscienza in cervelli educati da Mediaset e sui social. Ma gli altri? Ce ne sono tanti eppure non fanno che subire, quasi che la cosa non li riguardasse o non ci fosse niente da fare. Svegliatevi. Non sono solo gli scienziati ad avere responsabilità: sono tutte le persone di buona volontà, intendendo con questa espressione coloro che mettono la collettività prima di sé stessi, lo Stato prima dei privati, il dovere prima del piacere, anzi, che considerano l’adempimento dei loro doveri nei confronti della famiglia, degli amici, delle comunità, del paese, degli autentici piaceri. Ma serve coraggio: che non è un optional, come crede (perché gli fa comodo) un altro personaggio dei Promessi sposi, il vile don Abbondio, e vi ripetono giornalisti e conduttori televisivi, ben più vili di lui; al contrario, il coraggio è il presupposto della civiltà, oltre che della democrazia e dell’eguaglianza. A maggior ragione oggi, in piena deriva individualista, mentre il qualunquismo, la superficialità e il consumismo ebete stanno infittendo la millenaria nebbia di superstizioni denunciata da Brecht.

8 replies

  1. F. Erspamar lucida analisi, ottimo articolo. La “gente” vive metadonizzata.. In Democrazia, la SOCIETA’ CIVILE , critica, informata, attiva e’ come l’aria : INDISPENSABILE.

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  2. FRANCESCO ERSPAMER
    Le uniche alternative che sono concesse a chi provi a opporsi al liberismo sono la supina accettazione (ma si preferisce parlare di “pragmatica” accettazione) della sua ideologia e stile di vita (individualismo, avidità, edonismo, consumismo compulsivo, appiattimento sul presente, gossip) però in modo appena più moderato e compassionevole nei confronti delle sue vittime, oppure una cupa visione apocalittica e la conseguente rassegnazione e graduale autodistruzione. Ancora peggio è che queste due alternative sembrano avere intrappolato chi appunto vorrebbe resistere al neocapitalismo e all’americanizzazione dell’Italia e del pianeta. Invece tertium datur: c’è un’altra opzione.
    Gramsci la chiamava ottimismo della volontà. Che è cosa ben diversa dall’ottimismo della ragione tipico appunto degli americani ma già ridicolizzato da Voltaire nel Candide attraverso il personaggio del dottor Pangloss, convinto di vivere nel migliore dei mondi possibili.
    No, non viviamo nel migliore dei mondi possibili, e neanche nel migliore dei mondi che sono esistiti; e non è affatto detto che si riesca a fermare la deriva che già oggi costringe miliardi di persone a vivere nello squallore e che in pochi decenni potrebbe rendere la Terra inabitabile.
    La ragione non può che essere pessimista. Lo stesso non dobbiamo arrenderci senza combattere; perché la lotta, contrariamente a quello che i liberisti e i loro media vogliono farvi credere, è un pungolo ed è una gratificazione, in sé, ossia a prescindere dai risultati. Fare gruppo è piacevole, come discutere con altri che condividano le nostre aspirazioni, come sognare collettivamente una società più giusta e egualitaria, e a quel punto non importa che la vedremo realizzata (io certamente non la vedrò) perché saremo riusciti a sciogliere la nostra limitata e misera esistenza personale in un impegno comune, dunque in una dimensione che ci trascende.
    Che fare dunque?
    Smetterla di occuparsi di gossip, ossia di reagire meccanicamente, come il cane di Pavlov, alle sollecitazioni mediatiche, spacciate per distrarci, per tenerci sulla difensiva, sempre in ritardo, sempre sconfitti perché anche quando faticosamente si riesca a impedire un sopruso o a punire un prepotente, già il gioco è cambiato e altri soprusi sono stati perpetrati, altri prepotenti sono diventati celebrity.
    Piuttosto occorre organizzarsi: territorialmente, da militanti, con grande disciplina e determinazione e soprattutto ideologicamente.
    Non stiamo perdendo perché non abbiamo forza; stiamo perdendo perché non abbiamo ideali, perché non sappiamo chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare e perché.
    Darei per scontato che per i prossimi dieci o vent’anni saranno comunque i Draghi a dominare, con i loro condoni agli evasori fiscali e i loro favori alle multinazionali; che i Descalzi saranno sempre assolti; che a imporsi saranno sempre i Beppe Sala, gli Alberti Gerli, le Lucie Bergonzoni, le Valentine Vezzali; a rispecchiare la peggior classe imprenditoriale che mai sia esistita, ormai capace solo di moltiplicare il denaro di chi ne ha tanto, al prezzo di distruzioni ambientali e culturali irreversibili.
    Il pessimismo della ragione deve impedirci di illuderci, di masturbarci intellettualmente con assurde speranze di una rapida redenzione che peraltro non meritiamo.
    E deve ricordarci che siamo in questa situazione per la protratta imbecillità di un paio di generazioni di italiani, frastornate dalle nuove tecnologie al punto da accettare di venire private di reali diritti e concrete esperienze sociali in cambio di qualche giocattolo di plastica con cui accedere gratis a pornografia e altra virtualità.
    Vogliamo lasciare ai nostri figli e nipoti solo macerie? Molti giovani e giovanissimi non desiderano altro ma la colpa del vuoto in cui stanno crescendo è nostra. A me non piace questa inerzia e non accetto questa responsabilità. Mi sento vivo solo quando penso al modo di riscattarmi e anche vendicarmi, ossia imporre la giustizia a un sistema che non sa cosa sia. Però non istericamente, come un tipico americano del Texas o della Georgia che compra al supermercato un fucile semiautomatico per ammazzare le prime dieci persone che incontra. Così vogliono farci diventare. Invece dobbiamo diventare coscienti, disciplinati, rigorosi, solidali, informati, scaltri, tenaci, preparati—soprattutto preparati, nel senso di competenti o addirittura colti e nel senso di addestrati.
    C’è di che riempire di ottimismo (della volontà) i prossimi anni e decenni: per costruire lentamente ma implacabilmente un partito. Perché dovrà essere di parte, non di tutti, anzi apertamente ostile a molti, gli egoisti, gli ignavi, i codardi, i leccapiedi, gli arrivisti, gli stronzi. A me pare un progetto interessante. Ma in ogni caso: se non questo, cosa?

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  3. Non siamo più si tempi in cui Newton andava al mercato a comprare un prisma per studiare la natura della luce
    Adesso non si fa scienza senza tecnologie, costosissime. Quindi ci vogliono tanti, tanti soldi. E chi ci mette tanti soldi ci vuole guadagnare assai di più.

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    • Eh già… Alla fine, anche la ricerca è a scopo di lucro. Forse non sarà lo scopo primario, ma si deve assolutamente fare in modo che ne sia il secondario.

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  4. …non a caso i compositori erano spesso poveri e i “venditori” (soprattutto odierni) delle loro musiche , pieni di soldi.

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