Massimo Fini: “La cultura è una enorme fonte di sofferenza”


(Nicola Mirenzi – huffpost) – Quando lo chiamo per dirgli che sarei interessato a incontrarlo mi dice: “Sbrigati, non mi resta molto tempo”. Massimo Fini ha settantasette anni e vive a Milano accerchiato dal nemico. È lo scrittore vivente più compiutamente anti moderno che l’Italia abbia prodotto dalla fine del Novecento in qua, e abita a Porta Nuova, il quartiere in cui la modernità ha impresso negli ultimi quindici anni i segni più luminosi del proprio trionfo. Ci sono dei grattacieli che chiunque sia in pace con il mondo contemporaneo troverebbe di irresistibile bellezza e invece lui detesta: “Quando sono tornato a vivere in questa casa, che era dei miei genitori – dice – quelle porcherie non le avevano ancora costruite”. Metà della sua vita Massimo Fini l’ha dedicata a contestare furiosamente tutto ciò che il mondo civile ritiene intoccabile e sacro – la Ragione, il Progresso, la Democrazia, l’Occidente, il Denaro, la Donna – e l’altra metà a elogiare spudoratamente tutto ciò che il mondo civile ritiene invece intollerabile e abietto – la Guerra, il Mullah Omar, i talebani, il conformismo, Nerone, Milosevic e altre canaglie della storia recente. “Fin da quando sono ragazzo – dice – mi son sentito estraneo alla società in cui ho vissuto. Ho lavorato, ho avuto delle donne, sono stato a tratti anche felice, eppure mai sono riuscito a non provare la sensazione di non appartenere non solo a nessuno degli altri uomini, ma di non appartenere alla vita stessa”.

Come capita spesso con gli antimoderni, leggerli è particolarmente istruttivo per comprendere la vastità dei cambiamenti che attraversano il mondo. La collera con cui si scagliano contro ciò che non è più come prima è un indice che misura la quantità di dolore che una civiltà deve sopportare per far nascere nuove forme di vita, uccidendo quelle precedenti. “La cultura – dice Massimo Fini – è un’enorme fonte di sofferenza. Non è né consolante, né terapeutica. Al contrario, ogni volta che la si accresce moltiplica i problemi, gli interrogativi, le questioni. È un peso enorme da portare”.

Nel salotto di casa sua, Massimo Fini ha incorniciato una prima pagina del Corriere Lombardo. L’articolo di fondo è firmato da Benso Fini, suo padre. “È l’editoriale con cui lasciò il giornale” mi racconta. Il padre di Fini scappò dall’Italia dopo essersi rifiutato di aderire al fascismo e riparò a Parigi dove conobbe una donna russa alla cui famiglia la rivoluzione d’Ottobre aveva fatto perdere tutto. Si chiamava Zinaide Tubiasz e una dozzina d’anni dopo sarebbe diventata la madre di Massimo Fini. “Questo mix di due mondi, di due culture eterogenee fa di me un vero ‘bastardo’ e credo che forse qui ci sia il germe della mia stranezza, della mia diversità, del mio essermi sentito ‘straniero in patria’”.
La sua vita Massimo Fini l’ha raccontata in due libri, uno è Ragazzo l’altro è Una vita. Il suo pensiero l’ha disseminato in numerosi saggi, la maggior parte dei quali sono stati raccolti in un volume di più di mille pagine pubblicato qualche tempo fa col titolo, La modernità di un antimoderno. Mi avverte che c’è un solo argomento di cui non parlerà: il fatto che da sette anni è diventato cieco. Poi, stappa una bottiglia di vino rosso.

Come si può essere reazionari in un Paese come l’Italia che non ha mai conosciuto la rivoluzione?

Il problema è il modello di sviluppo occidentale, non il modo in cui è stato tradotto nel nostro Paese. È un sistema che andrà a sbattere perché l’idea della crescita esponenziale esiste solo in matematica. È contrario alla natura. Non ci rendiamo conto che la velocità a cui andiamo sta accorciando la lunghezza del nostro futuro. A questo mi sono opposto e mi oppongo.

Sì, però tu hai vissuto in Italia, hai scritto in italiano.

Devo ammetterlo, purtroppo.

Perché purtroppo?

Perché ho conosciuto l’Italia degli anni cinquanta e non era la stessa Italia di oggi. L’onestà è stato il valore fondamentale della borghesia, del mondo contadino e anche dell’universo proletario. C’era un codice etico e c’erano dei principi in ogni settore della vita sociale: dalle istituzioni alla cultura. Alcuni casi di cronaca hanno dimostrato che anche nell’arma dei carabinieri c’è ormai chi usa la divisa per i fatti propri.

Cosa detesti della modernità?

Quando ho compiuto quarantacinque anni ho confrontato la mia vita con quella di mio padre, nato nel 1901. Lui ha vissuto la prima guerra mondiale, il fascismo, la seconda guerra mondiale, il tracollo del regime, la guerra civile, il crollo della Monarchia, l’avvento della Repubblica. Sono eventi che lo hanno costretto a delle scelte. Lui e quelli della sua generazione sono stati, in maggiore o minore misura, protagonisti delle loro vite. Quelli della mia generazione e delle generazioni successive al dopoguerra non hanno potuto esserlo. Gli enormi cambiamenti avvenuti nell’arco della nostra esistenza li abbiamo vissuti passivamente, sono passati sopra le nostre teste. Si può dire sì o no al fascismo o alla guerra, non si può dire sì o no alla tecnologia o alla globalizzazione. Non sono eventi, sono processi inarrestabili che si insinuano nelle nostre vite, le avvolgono e le determinano senza che ci si possa far nulla.

Quindi la tua opposizione è sconfitta in partenza?

Esiste la possibilità di una resistenza esistenziale. Negli Stati Uniti, da cui noi prendiamo soltanto il peggio, si sono già sviluppate delle forme di neo-comunitarismo nelle quali si sperimenta un ritorno ragionato a forme di autoproduzione. Si recupera la terra e si ridimensiona drasticamente la dipendenza dall’apparato industriale e finanziario.

Ti rendi conto di quanto sia fragile questa proposta al cospetto della potenza del mondo moderno?

Non tocca a me dare delle soluzioni, non tocca agli intellettuali dire come devono essere le cose del mondo. È un vecchio trucco quello di rimuovere le critiche all’esistente dicendo: ‘E tu cosa proponi di concreto?’. Per caso Orwell dava soluzioni pratiche quando mostrava la falsificazione, le storture, la violenza del mondo totalitario?

Però usava la ragione, che tu invece contesti.

Sulla ragione bisogna intendersi, perché quella che ho contestato è la razionalizzazione del mondo che discende dall’illuminismo. La ragione esisteva anche nell’antica Grecia e aveva una caratteristica che si è del tutto persa: il senso del limite. La ragione che contesto è la ragione astratta che riduce la grandezza della vita a dei procedimenti schematici. La ragione che giudica l’uomo in base all’aderenza o meno a delle formule, anziché guardarlo per quello che è. Questa ragione ha creato il mito della superiorità occidentale, per cui noi crediamo di abitare il migliore dei mondi possibili e valutiamo le altre culture in base alla compatibilità che hanno rispetto alla nostra. È una pretesa violenta, radicata nel cuore della nostra civiltà. L’avete letto qualche volta Claude Levi-Strauss o no? La nostra ragione esige di ricondurre a se stessa i valori e gli ideali di ogni civiltà. Pretendiamo che la donna islamica si tolga il velo e metta la minigonna. Non concepiamo nemmeno l’idea che una donna islamica possa aderire sinceramente alle regole dell’Islam perché quell’adesione esula dalle ragioni che la nostra ragione contempla.

Eppure questo mondo ti ha consentito di essere quello che sei, ti ha consentito di dire anche quello che dici contro di esso.

D’accordo, mi ha consentito di essere contro, e allora? Avrei preferito mille volte vivere come vivono i contadini yemeniti, crescere tra la gente del popolo nell’Ottocento, che vivere in questo mondo.

Quale idea ti sembra ancora bella?

L’idea di coniugare le libertà civili con l’uguaglianza. Rimane l’idea più affascinante venuta fuori nel nostro mondo. In fondo è l’idea del socialismo, ancora oggi avversato in tutto il mondo. Lo dimostra il caso venezuelano, dove un uomo che ha tentato il colpo di stato come Guaidó è rimasto a piede libero. In quale democrazia sarebbe successo?

Ma che c’entra il Venezuela di Maduro con la libertà?

C’entra perché il Venezuela ha tutto il diritto di svilupparsi oppure di non svilupparsi come meglio crede, e c’entra perché il socialismo venezuelano, prima con Chavez ora con Maduro, è un socialismo imperfetto, ma pur sempre una forma di socialismo che in tutti i modi il sistema capitalista cerca di eliminare, così come il comunismo cubano.

Secondo me, in questi regimi tu saresti perseguitato.

In questo caso sarei scappato in esilio, come ha fatto mio padre, oppure mi sarei fatto uccidere, e pazienza. Però non tollero che si ritengano tutti i nostri padri delle carogne perché sono stati fascisti mentre tutti noi saremmo delle persone ammirevoli per il fatto che viviamo in un regime democratico. La democrazia non è un valore in sé. È un insieme di procedure che deve essere riempita di contenuti. Noi siamo riusciti a riempirla soltanto di cose materiali. Al punto che si è da poco formato un governo presieduto da un banchiere – uno dei tanti sacerdoti dell’alta finanza mondiale che ci strangola – ed è stato accolto dall’entusiasmo generale come il salvatore della Patria.

Disapprovi anche l’europeismo?

Al contrario. Son sempre stato per l’Europa unita, neutrale, armata e nucleare. Non per aggredire qualcuno, ma per non dipendere più dagli Stati Uniti. Finché ci sarà l’Europa, finché ci sarà la Merkel – Draghi o non Draghi – questo Paese non precipiterà nel disastro.

Hai bevuto tanto nella vita?

Ho bevuto whiskey in quantità industriale. Non mi piaceva, non mi è mai piaciuto, ma se ne bevevo un bicchiere poi ne infilavo altri dieci. Sono stato un alcolista. Ho scoperto solo dopo che l’alcool copriva delle parti di me la cui origine mi è sconosciuta. Quando ho smesso mi sono ritrovato completamente denudato e infatti è arrivata la depressione.

Di te si dice…

Di me si dicono tre cose. Che sono un misogino, che sono un gran seduttore e che sono un omosessuale. Sono tutt’e tre affermazioni false che però contengono qualcosa di vero.

È vero che detesti le donne?

La donna è una sovrastruttura depositata sopra l’essenza, che è la femmina. Considero la donna la vera protagonista dell’esistenza e però credo che oggi la sovrastruttura abbia soffocato gran parte di quel che c’è sotto. Le donne hanno conquistato (giustamente) dei diritti, ma hanno perduto un patrimonio di sapienze femminili accumulate lungo i secoli. Marciano militarmente in tacco dodici, ma per andare dove; dove diavolo vanno?

Sei stato con tante?

Non tante, ma a Vittorio Feltri è capitato di incontrarmi in più occasioni con delle donne molto belle e accidentalmente diverse le une dalle altre e ha creduto che passassi la vita così, saltando da una all’altra.

E la diceria sull’omosessualità?

Ho avuto un’esperienza omosessuale, non completa; però non si tratta di questo, si tratta del fatto che amo la bellezza femminile almeno quanto amo la bellezza maschile. Quando vedevo ballare Nureyev era esaltante e non potevo non dirmi omosessuale, precisamente di quell’omosessualità che rimane al di qua dell’atto.

Il calcio ti piace per la stessa ragione?

Il calcio è, tra le tante cose, uno sport omosessuale. È fatto di milioni di uomini che amano altri uomini, atleti che sono adorati come delle divinità per quello che il loro corpo riesce a fare in campo. Il calcio è la più grande espressione dell’omosessualità latente delle società europee. In particolare, della società italiana.

La pandemia cosa ha fatto?

Ha accelerato violentemente il processo di anestetizzazione della vita che era già in corso da molto tempo. Abbiamo dimostrato di avere così tanta paura della morte che, per evitarla, siamo stati disposti a rinunciare anche a vivere.

Chi l’ha pagata di più?

Ai ragazzi hanno rubato alcuni anni della migliore età della vita. A noi vecchi hanno rubato, chiudendoci in casa, gli ultimi spiccioli dell’esistenza. Ci hanno detto che prendevano le misure di reclusione per tutelarci. Invece, con la bontà sanguinaria delle buone intenzioni, ci stanno uccidendo.

Per questo mi hai detto di sbrigarmi?

No, l’ho detto per scherzare. Lo dico sempre.

Ci avevo creduto.

Ci credono tutti. Perché alla mia età è molto più indegno vivere che morire.

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