La grande bolla del vaccino

(Alessandra Puato – L’Economia – Corriere della Sera) – Ma quanto vale il mercato mondiale dei vaccini anti-Covid? Fino a 60 miliardi di euro quest’anno, stima il Crédit Suisse, per poco più 4 miliardi di vaccinazioni a circa due miliardi di persone. È più del triplo del valore globale dei vaccini tradizionali, che lo scorso anno è stato di almeno 17 miliardi di euro (dati Iqvia a settembre).

Sessanta miliardi è una cifra orientativa, visto che i contenuti dei contratti fra le case farmaceutiche e i governi – nel caso europeo, la Commissione Ue – non sono stati resi pubblici. Per il calcolo si è presupposto infatti un prezzo medio effettivo per dose in base alla legge della domanda e dell’ offerta: fra i 15 e i 25 euro, una ventina di euro in media.

È più delle stime sui prezzi circolate per l’ Ue, che vanno dagli 1,78 euro a dose per AstraZeneca ai 18 euro di Moderna (e 60 dollari, però, per alcune vaccinazioni in Cina). «Ci sono Paesi disposti a pagare di più (come Israele, ndr) – dice Lorenzo Biasio, analista di Crédit Suisse -. Il prezzo oggi lo fa la domanda, perché manca la capacità produttiva. Ci aspettiamo un significativo calo dei prezzi già dal 2022». Ma ne vale la pena, visto che il costo della pandemia «viene stimato in 2-3 trilioni di dollari».

Per l’Ue, secondo altre stime circolate, si è parlato di una spesa di 11 miliardi a fronte di 2,3 miliardi di dosi. All’Italia spettano 202,5 milioni di dosi, per una spesa minima sul miliardo e mezzo. Anche qui: è il triplo dell’intero mercato dei vaccini tradizionali del Paese, che a novembre era di 405 milioni (fonte Iqvia).

Si registra un effetto positivo sull’indotto. «L’impatto delle cure anti-Covid sull’industria farmaceutica in Italia è positivo – dice Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria e ceo di Janssen Italia (J&J, il gruppo di cui fa parte, ha in cantiere fino a 400 milioni di dosi per l’Ue e venderà durante la pandemia il vaccino al prezzo di costo) -. Janssen e AstraZeneca, per esempio, hanno una collaborazione con la Catalent di Anagni per il finishing e l’infialamento. E Menarini ha messo a disposizione gli impianti per gli anticorpi monoclonali con Toscana Life Science. È stato fatto uno sforzo incredibile».

Il lato negativo è che, in generale, l’affare è opaco: contratti secretati, non si sa quando né come avverranno i pagamenti dall’Ue o dagli Stati. E per i grandi produttori è volatile, non continuativo. «Ci sarà un effetto sui ricavi di breve periodo – dice Biasio -. E nelle capitalizzazioni di Borsa dei produttori il valore è stato già incamerato. Vediamo più rischi di ribasso che opportunità di rialzo».

È un business rischioso, basta un calo sensibile d’efficacia o nelle consegne e si ferma tutto, ma è redditizio sul breve periodo. Raduna almeno otto società mondiali.

Tre sono americane: Pfizer (con la tedesca BioNtech, vaccino già in distribuzione), Moderna capitanata dal miliardario francese Stéphane Bancel (vaccino in distribuzione) e Johnson & Johnson-Janssen del ceo Alex Gorsky (vaccino atteso a fine marzo-inizio aprile).

Due sono britanniche: l’AstraZeneca del veterinario Pascal Soriot (con Oxford e l’italiana Irbm, vaccino all’ approvazione Ue) e Gsk, alleata della francese Sanofi (vaccino atteso entro il 2022) guidata dai ceo Emma Walmsley (Gsk) e Paul Hudson (Sanofi).

Poi c’è la tedesca CureVac del neonominato Franz-Werner Haas: in ritardo, si è ora accordata con Bayer per accelerare. In più, Cina e Russia. A Pechino corre la Sinopharm del plenipotenziario Yong Liu (vaccino già in distribuzione): azienda di Stato come Sinovac e CanSino, anch’esse al lavoro.

Dice Blasio: «La Cina, a differenza di altri, ha annunciato l’impegno a distribuire il vaccino nei mercati emergenti. Anche questa è diplomazia».

In Russia, il pallino del vaccino Sputnik IV è in mano a Rdif, il «fondo di Putin» guidato da Kirill Dmitriev che nel 2019 ha firmato con Cdp un accordo di cooperazione. Rdif vi ha investito, il vaccino è in distribuzione. Ancora poco chiara la ripartizione geografica.

In Italia, la Irbm prosegue da Pomezia i lavori nell’alleanza con AstraZeneca. È guidata dall’azionista, presidente e ceo Piero di Lorenzo che ha dichiarato: «Siamo pronti a produrre». La Pfizer guidata dal ceo Albert Bourla – contestato per avere venduto azioni per 5,6 milioni di dollari il giorno dell’annuncio, in novembre, si difese dicendo che era una finestra temporale già decisa – è quella che il vaccino anti-Covid l’ha prodotto per prima. Ora sta affrontando la tempesta per l’inattesa frenata.

«La prossima settimana le consegne torneranno regolari – ha detto il gruppo al Corriere giovedì 21 -. Sono in corso gli interventi per ampliare lo stabilimento di Puurs, in Belgio». Ma lo stesso giorno il commissario all’emergenza Domenico Arcuri ha detto che no, questa settimana ci sarà per l’Italia un calo della fornitura del 20%. Ma quanto ci vuole per produrre un vaccino? «Dai quattro ai sei mesi e impianti sofisticati, non lo si può affidare a chiunque», dice Scaccabarozzi.

I tempi lunghi non erano prevedibili? Pfizer è un esempio dell’indeterminatezza di questo mercato, tra la fretta di arginare la pandemia, i rischi di annunci imprudenti, le possibili speculazioni. E il giudizio della Borsa, che riflette anche altre variabili. Se Moderna nell’ultimo anno è schizzata da 22 dollari a 133, Pfizer dopo il picco a 42,5 dollari l’8 dicembre, giorno del via libera da parte dell’Fda, viaggia ora a 36 (21 gennaio), meno di un anno fa. Non c’ entra il Covid, dicono gli analisti, ma l’ultimo test, fallito, su un farmaco per prevenire il cancro al seno