Governo, le renne di Babbo Natale

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Il passaggio dalle prediche edificanti all’omelia urbi et orbi, dallo status di ruspante pretonzolo col santino di Padre Pio infilato tra i codici, le pandette e i sermoni,  a quello di moralista à la Montaigne, è stato brusco.

Ormai il Presidente del Consiglio rivela la sua vera indole pedagogica e maieutica raccomandando (ma quella ormai è una mania) agli italiani le buone pratiche per convertire in opportunità etiche gli effetti della pandemia, come quelli che si beano delle restrizioni avendo scoperto l’arcadia e la decrescita felice nelle città deserte con le serrande tirate giù e gli esercizi falliti.

“Il Natale, evangelizza dal pulpito che ha condiviso in questo frangente con il segretario della Cgil Landini in veste di chierichetto,  non lo dobbiamo identificare solo con lo shopping, fare regali e dare un impulso all’economia. Natale, a prescindere dalla fede religiosa, è senz’altro anche un momento di raccoglimento spirituale. Il raccoglimento spirituale, farlo con tante persone non viene bene“.

Per parte nostra dovremmo raccomandare di far pace col cervello: per anni l’unico diritto rimasto inalterato e inviolabile era quello a consumare secondo rituali officiati principalmente nell’arco di tempo da Natale alla Befana. Poi è diventato un dovere in modo da contribuire al bilancio e allo sviluppo del Sistema  Paese. Adesso viene retrocesso a pratica criticabile, anche perché dà vita a pericolosi assembramenti che minano il distanziamento sociale, tanto che viene consigliato dopo la Dad e lo smartworking, l’acquisto agile online con carta di credito e possibile bonus risarcitorio.

Lo stesso vale per i nonni, un tempo lodati in quanto custodi, come i sacri Lari, dei fondamenti sani dell’Italia, di quei risparmi che costituivano il tesoretto nazionale, e che fornivano ancora la “sussistenza” a figli e nipoti, pagavano master, mezzi di trasporto, Erasmus, mutui, concedevano la casetta al paesello da trasformare il B&B, accudivano bambini, ammaestravano adolescenti riottosi, facevano da autisti e accompagnatori in palestra, a flauto, a arrampicata, si ritiravano generosamente nella cameretta in fondo della casa comprata con antica e oculata parsimonia, per rendere meno faticosa la convivenza.

Adesso come insegnano Toti, Lagarde, Fornero devono aggiungere il sacrificio di diventare invisibili in modo da esonerare degli obblighi della coscienza, possibilmente conferendosi in strutture idonee che collaborano a rafforzare le rendite e i patrimoni laici o ecclesiastici, comunque privati, diventando provvidenziali focolai che ne affrettino la dolorosa ma socialmente utile dipartita precoce.   

Intanto comincino a starsene al chiuso, soli, isolati, per il loro bene eh, si industrino per trasformarsi in nativi digitali ordinando su Glovo e Amazon, saldando le fatture su PayPal e provvedendo a regalie natalizie con doviziosi bonifici online in modo che giovani congiunti finalmente liberi dalle responsabilità figliali e dinastiche possano festeggiare in numero di 6 e pure dedicarsi a attività contemplative e spirituali con la panza piena grazie a loro.

E infatti qualcuno del Pd in vena di rinnovo della rottamazioni si aggiunge all’invito al solitario romitaggio presidenziale: “Cenone di Natale solo tra i familiari di primo grado” e un virologo, tal Fabrizio Pregliasco sulla Stampa lancia un monito: “Gli italiani devono rassegnarsi a un Natale in famiglia, ma nel senso più stretto del termine, senza nemmeno poter avere i nonni a tavola”.  

E dire che in tanto ve l’avevamo detto che il Covid non sarà frutto avvelenato di un complotto ma ha assunto la forma di una macchinazione tossica per produrre quelle divisioni che aiutano gli imperi, per spezzare antichi patti affettivi, sociali, generazionali, per creare disuguaglianze ancora più profonde tra superiori economicamente e moralmente e inferiori immeritevoli di cure e prerogative che erano state conquistate dal tutti e per tutti. E che la continua proposta della solitudine, dell’isolamento, del distanziamento dagli altri è opinabile che rappresenti la salvezza dal contagio, ma è certo che crei danni insanabili, oltre a quello “civile” di creare diffidenza, sfiducia negli altri e di consolidare l’indole punitiva di poteri che declinano le loro responsabilità addossandole a una cittadinanza puerile, sconsiderata e scioperata.

Lo hanno ripetuto esperti del settore inascoltati forse perché si esprimono da studi, ambulatori, corsie e non dagli studi televisivi a cominciare da 700 psicologi e psichiatri che già nella primavera scorsa denunciavano gli effetti collaterali di una “ospedalizzazione domestica” imposta a una popolazione sana, riferendo del  sostanziale aumento delle violenze dentro le mura di casa,  l’aumento delle nuove dipendenze e dell’uso di sostanze, con conseguente crescita della criminalità connessa,  dell’impossibilità  di regolare l’ansia in bambini e adolescenti, obbligati a modalità di didattica a distanza e così privati del contatto con amici e docenti,  e in soggetti con preesistenti problematiche mentali.

Lanciavano già dai primi mesi l’allarme per l’inevitabile aumento nella popolazione di “stati affettivi negativi”, di ansia generalizzata, di incertezza per il futuro per via della perdita di sicurezze e garanzie, oltre che di una progettualità  lavorativa, fattori, evidenziavano “che contribuiscono ad un preoccupante aumento del rischio di suicidio”.

Associazioni di medici francesi (di quelli italiani ho parlato ieri qui: https://ilsimplicissimus2.com/2020/11/14/medico-cura-te-stesso/ ) hanno presentato ricorsi al tribunale di Strasburgo contro i loro Ordini professionali colpevoli di inadempienze rispetto alla missione e alla deontologia per non aver vigilato e informato sui danni dell’isolamento, sulle cifre e i dati provenienti dai registri di Stato, sulle ricadute ambientali, sui risvolti piscologici e psicosomatici dell’allarme generato e della condizione di paura alimentata in questi mesi.

Voci isolate rispetto ai denunciatori delle movide che hanno spinto come branchi di lupi feroci i giovinastri dalle periferie ai Navigli monopolio di creativi, art director, giovani manager, dei convogli di malaccorti meridionali che tornavano a casa, di dissipati lavoratori che si assiepano sui mezzi invece di ricorrere a provvidi monopattini per raggiungere fabbriche e posti di lavoro uscendo dai loro squallidi e meritati appartamentini di remoti hinterland.

Che non hanno giustamente voce o ascolto per via di una scriteriata incoscienza e di un istinto a fare “massa” informe, rozza e primordiale che va penalizzata, anzi criminalizzata perché potrebbe sfociare in ribellismo insurrezionale.

Eh si, è risaputo che il piacere della solitudine coltivata tra pochi eletti per stirpe o selezione di affinità e interessi riguarda una scrematura della società, quella acculturata, quella che ha ricevuto o si è comprata l’accesso e l’uso di piaceri esclusivi in case comode e calde o opportunamente refrigerate, tanto spaziose da assicurare la necessaria privacy proibita al popolino che deve essere scrutato, controllato, vigilato e sanzionato anche nei comportamenti più personali, nelle inclinazioni, negli affetti.

E si sa che la discriminazione nell’accesso ai servizi e ai diritti,  all’assistenza, all’istruzione funziona con maggiore efficacia se quelli che non li meritano sono isolati, per coercizione o per sfiducia, diffidenza e sospetto, se lo sfruttamento non viene percepito perché il padrone o il manager è una entità immateriale che ti concede di sceglierti il tragitto in moto per recare la pizza a domicilio, se diventa una opportunità per le donne che grazie a un nuovo cottimo possono alternare lavoro e lavori domestici non riconosciuti come tale.

Ormai non solo gli anziani sono un peso, larghi strati di popolazione sono diventati improduttivi, perché non rendono e non consumano, perdendo così il diritto a esistere, a volersi bene, a guardarsi negli occhi, a baciarsi e fare l’amore, ormai attività a rischio anche quella. Non hanno lasciato loro nemmeno la letterina a Babbo Natale, che di regalini ne hanno avuti fin troppi, gli ingrati.       

11 replies

    • Paola carissima, se la Lombroso ti piace per il suono delle sue parole, ti consiglio Emily Dickinson… è meravigliosa e sono certa che la conosci e la ami già.
      Il significato di questi articoli farraginosi, però, mi chiedo come ti trovi concorde…anche perché ti confesso che, le poche volte in cui ho retto la lettura, non ho capito DOVE voleva andare a parare.
      Mi sembrano sterili lamentele rivolte al destino cinico e baro, spesso, purtroppo, identificato con Giuseppe Conte, come fanno i soliti pennivendoli a noi ben noti, ma abilmente celati dietro il velame de li versi strani.
      Conoscendoti, mi perplimo. 😘

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      • Cara Anail, e invece non amo per niente la poesia, non mi muove nulla. Io sono una da prosa, da romanzo lunghissimo, più è lungo meglio è. Riguardo ai dissipati lavoratori, non era alla forma che facevo i complimenti, ma al concetto espresso, era come dire quanto sei rossa, quanto sei di sinistra.
        Riguardo a Conte si, lei lo considera parte del sistema, e come sai non sono d’accordo.
        Ma la sua chiave di lettura la trovo interessante: non è precistituita, non è “a prescindere”, è certamente ideologica, ma mai pennivendola e non credo che il suo punto di partenza sia lontano dal tuo (mi sembra eh).
        Lei è insoddisfatta, le soluzioni sono secondo lei sempre a discapito dei soliti, vuole andare solo là.
        Mi sorprende che ad amarla ci siamo solo io ed Ennio. Ti assicuro che lo trovo un mistero.

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      • Perché ci vedi cose che gli altri, io compresa, non vedono… Anzi, mi ha fatto anche arrabbiare molto, se hai letto il mio commento più sotto. Non lo so, non mi sembra sinistra… mi sembra veterocomunismo o pauperismo per dirla alla B (!!!), giusto per gridare al cielo… ma magari sono io che interpreto male, perché ho letto poco di lei. Il fatto è che le poche volte che l’ho seguita, mi ha portato in posti sgradevoli e non la volevo neanche come compagna, non ne condividevo il senso, né il modo.
        Riguardo alla poesia, lo sai che sono come te? Incredibile… anch’io non la amo, con l’eccezione di Emily, appunto. Amo invece la prosa, ma assaporo alcuni autori come se fosse poesia… mi piace il “suono” di certe frasi, il contenuto perfetto, i recessi del significato, la precisione delle parole usate come pennellate di un pittore…è poesia nella prosa, che tu credo condivida.
        Non negarlo, l’ho sentito…quello intendevo e la tua risposta, il significato che hai colto, non palese, lo conferma…

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      • Si assolutamente, in questo momento sono distrutta. Ho appena terminato un romanzo di Domenico Starnone, avrei voluto che non finisse mai, e lui fa proprio quell’uso là delle parole.

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  1. Sì sì, tanta psicologia perché, poverini, ci viene imposto di cercare di salvare la salute, e la pelle, nostra ed altrui. Tanti anni di pace e prosperità, per la verità declinanti nel ventennio del pregiudicato e seguito, hanno fatto dimenticare cosa sono le privazioni, la paura, lo smarrimento, quelli veri dei tempi di guerra

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  2. Costei ha, purtroppo per lei, perso completamente la trebisonda. Ma cosa vuole? Io sono vecchio, sto attento, cerco di non ammalarmi per non rompere i cxxni a nessuno e non ci tengo a schiattare soffocato. Dovrò rinunciare alla panzate della vigilia, a pranzi e cene di Natale e Capodanno? Per questa volta faremo così. Non sa rinunciare anche lei senza tanti ricami? La malattia non ha colore politico, le cure ( che possono essere gratuite oppure molto costose) neppure. Che va cercando? Non ha ancora capito che è una GUERRA. Leggo che sono già decedute 45.000 persone: il 10% in più del normale, triste conteggio dei decessi. Andate su internet a vedere quante persone scompaiono ogni anno per malattia, incidenti, criminalità. Il governo ostacolato anche dai soliti bastian contrari, cerca di ridurre il numero dei morti e c’è chi tira fuori il mugugno.

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    • Sono molto d’accordo. Io vivo in semiquarantena per scelta e non dall’era Covid. Certo, ora, asmatica 65enne, con genitori di 88 e 93, sto attenta il doppio, ma mi devo sentir dire che faccio parte della “scrematura acculturata”?
      Forse sì, ma non ho né ricevuto, né mi sono comprata, se non tramite il duro lavoro, i piaceri e le comodità di vivere in 2 più il gatto in una casa grande.
      Ebbene SÌ… E QUINDI?
      Magari avrei voluto avere dei figli, ma quelli io non li ho potuti comprare.
      Magari leggo, vedo la TV, scrivo su questo blog, non mi annoio mai perché sto bene con me stessa anche in beata solitudine, perché ho imparato a pensare e non ho mai apprezzato il luccicume, il lusso, le esigenze superflue e le uscite a prescindere o le frequentazioni a caxxo, per riempire col rumore ciò che mancava dentro o intorno.
      È una colpa?
      Pensa, mi tolgo dai co§lioni prima che me lo imponga uno come Toti, ma mi devo sentire DIVERSA e PRIVILEGIATA perché non siamo in otto in una casa minuscola?
      Gliel’ha forse imposto qualcuno di fare tanti figli in 50 mq? O è colpa mia, che non ne ho avuto?
      La prima è una scelta, la seconda NO.
      Eppure siamo responsabili NOI se il lockdown non ci spaventa più della morte per soffocamento in una terapia intensiva.
      Facciamo così: diventiamo tutti ignoranti e giulivi, togliamoci anche le mascherine, dittatura sanitaria, inveiamo contro il cielo, anzi Conte, che ci priva del cenone, dell’atmosfera natalizia e financo di Babbo Natale.
      Oppure cospargiamoci il capo di cenere nelle nostre belle case comode e silenziose.
      Perché un colpevole bisogna trovarlo… e magari, se non è Conte, siamo NOI.

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