L’assurdità della violenza

(Tommaso Merlo) – La violenza terroristica ha fallito. Volevano piegare l’Occidente, volevano farlo piombare nella paura ed invece dopo ogni attacco tutto riprende come nulla fosse. Ormai è una routine. Cruenti spargimenti di sangue, qualche giorno sui giornali e via. La violenza è controproducente. I terroristi han fallito i loro obiettivi ma l’odio che hanno seminato ne ha generato altro avverso come sempre fa. I loro esponenti son stati catturati o uccisi uno dopo l’altro e il califfato si è polverizzato sotto tonnellate di bombe. Ma non solo. Il terrorismo ha danneggiato il mondo islamico. Isolandolo, impoverendolo e peggiorando la vita della stragrande grande maggioranza di moderati e persone perbene. La violenza è controproducente. Non porta all’affermazione di coloro che la compiono e delle loro tesi, ma alla loro autodistruzione. Vale per questo terrorismo come per tutti quelli del passato. Vale per questa guerra atipica come per quelle con tutti i crismi. Vale per la violenza con chissà quale fine religioso o politico come per la violenza senza senso che oggi infesta la nostra società. Nelle piazze simbolo dove imperversa la violenza camuffata con chissà quale ideale per mano di gruppi di estremisti fuori dalla storia. Nella piazzetta sotto casa dove imperversa la violenza fine a se stessa diventata addirittura svago per mano di qualche lupo solitario divorato dal vuoto esistenziale. Violenza usata per sfogare frustrazioni e fallimenti personali. Deboli. Perché la violenza è roba da deboli. Cede alla violenza chi non ha la forza di stare al gioco, di affermare se stesso e le proprie idee con le regole convenzionali. Cede alla violenza chi non regge la durezza e la tensione degli eventi e si sfoga con calci e pugni o addirittura spargendo sangue e dolore per il mondo. Deboli e illusi. Perché la violenza è controproducente. Sempre. Violenza fisica ma anche violenza verbale. Quella che trabocca sui social come da certi media mainstream. Toni sempre più alti. Odio sempre più viscerale. Risse sempre più cruente e che scadono sempre di più sul personale. Come se il problema non fossero certe idee, ma chi le pensa. Come se il punto non fosse lo sbaglio, ma chi sbaglia. Attacchi contro Tizio e Caio, derisione di Sempronio. Tutti a scaricarsi addosso le proprie frustrazioni illudendosi che servino a cambiare i propri nemici e a generare chissà quali effetti salvifici sulla realtà che ci circonda. Ma la violenza non genera affatto cambiamento. La violenza genera solo l’irrigidimento delle fazioni in campo ed inasprisce lo scontro. Il cambiamento si genera col buon esempio e con la veridicità e validità delle proprie idee che possono eventualmente convincere gli altri. E più le nostre idee sono diffuse pacatamente, più hanno la possibilità di penetrare la società e quindi d’incidere. La violenza non è quindi solo roba da deboli ma anche da perdenti. Violenza fisica, violenza verbale. Con qualche movente o fine a se stessa. Di gruppo o di qualche lupo solitario. Illusoria. Controproducente. Assurda.

2 replies

  1. “La violenza terroristica ha fallito. Volevano piegare l’Occidente, volevano farlo piombare nella paura ed invece dopo ogni attacco tutto riprende come nulla fosse (cit.)”: pensate a come è messo l’Occidente che nemmeno se ne accorge! PS: ma a parte le solite bolsaggini retoriche, che è: l’ItaGlia soffre di una nuova patologia oftalmologica, il mal di congiuntivo?

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  2. Il globalista Merlo farebbe meglio a tacere.
    L’arroganza, la strafottenza e la faccia di tolla fanno mettere le mani avanti a quelli “con il culo sudicio”.
    Eccoli ad aprire bocca, gli immigrazionisti, quelli che alla parola “irregolare” rispondono sempre e solo: “accoglienza! accoglienza!”.
    Quelli che spalancano la porta a chiunque entri di frodo sfondando la finestra: ai ladri, ai filibustieri, ai farabutti e al fecciome vario con l’orticaria per le regole tutte (come del resto i comunisti rivoluzionari). Eccoli falsamente rammaricati, i globalisti, quelli che si impegnano per togliere alla gente un luogo ove sentirsi protetti, decidere del proprio futuro, godere dei propri prodotti e della propria cultura. Per loro (e i loro meschini servi) non serve il futuro, la cultura è un problema e la patria un ostacolo.
    Eccoli, i frutti della loro fantameravigliosa visione: un luogo non luogo, dove nessuno è sicuro di niente, dove il tuo vicino è un’infetto, un competitore e un nemico, ma dove il “politicamente corretto” ti impone di non ammetterlo, per non essere deriso e punito. Un non luogo dove soffrire solo e in silenzio. Un non luogo dove devi accondiscendere o tacere. Dove neanche sai se ti raccontano il vero opure no, ma tanto che importa.
    Un mondo di merda, oserei dire.

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