Terremoto, 4 anni di lockdown

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – Ci sono posti nel nostro paese dove nel silenzio generale si è costretti da anni a subire il ricatto empio di dover scegliere tra salario e salute, come quello posto otto mesi fa a milioni di cittadini e guardato con sovrana e sufficiente superiorità da chi credendo di trovarsi nel mezzo di una apocalisse sanitaria ha pensato di essersi meritati i loro servizi essenziali, per garantirsi la salvezza tra le mura domestiche, mentre  altri meritavano di “rischiare” per essere promossi a martiri.

Ci sono posti nel nostro paese dove gli arresti sanitari erano una pena paradossalmente raddoppiata per chi una casa non l’aveva più. Di questi tempi scrivere sulla ricerca di Google e di siti di pensosi osservatori o organi di informazione online  la parola “terremoto” produce un inventario interminabile di scritti che la usano per definire l’emergenza in corso, per sottolineare come si stia vivendo un cigno nero imprevedibile e ingovernabile come un sisma, un dies irae scatenato da divinità che puniscono alla cieca, incontrastabili se non con la preghiera, qualche sacrificio umano  e molte rinunce.

Ma un senso comune c’è. I terremoti da noi molto più che in altri contesti antropizzati hanno conseguenze disastrose per via di tragici errori costruttivi, della speculazione frutto di una bulimia costruttiva a basso costo, con materiali scadenti e tecniche insicure,  anche perché in anni di trascuratezza, messa in sicurezza e manutenzione sono venute meno per investire risorse e professionalità sulle Grandi Opere invece che sulla salvaguardia e sui controlli che dovrebbero tutelarla.  

Allo stesso modo succede nel caso di un’epidemia i cui effetti sono anche moltiplicati dall’inquinamento, dalla circolazione incessante di persone e cariche patologiche, che diventa presto cruenta perché è stato smantellato l’intero sistema di prevenzione e profilassi, assistenza e cura, facendo venir meno la potenza di contrasto del primo avamposto, quello della medicina di base, e non intervenendo nelle situazioni davvero a rischio, luoghi di lavoro, mezzi di trasporto.

Quindi chi volesse sapere come stanno le zone colpite dal sisma del Centro Italia, non si fermi a “terremoto”, ma renda più circoscritta l’indagine se vuol vedere cosa succede adesso in quelle geografie e nel verificarsi della coincidenza tra i due “cigni neri”  in uno stagno molto affollato di disastri.

Avrebbe così la conferma di una caratteristica delle crisi, quella di  indurre nuove disuguaglianze che premono pesantemente su quelle antiche: non risultano infatti notizie e dati sulla condizione dei pochi avamposti sanitari presenti nella zona, così, come ha detto una signora intervistata in occasione di un raro servizio giornalistico, i sopravvissuti rimasti là “sono più invisibili del Covid”, sani o “positivi” che siano.

 “Per noi quattro anni di lockdown… 24.08.2016-24.08.2020”, era la scritta che campeggiava su un lenzuolo appeso fuori  Grisciano, frazione di Accumoli  in occasione del quarto anniversario.  

Altro che distanziamento sociale: una turpe rimozione della tragedia e del lutto, un disonorevole  oblio, sono caduti sui morti e sui vivi che avevano deciso di resistere e che dovrebbero suscitare vergogna i quelli che hanno fatto vanto della loro “resilienza” per essere rimasti a casa a proteggere l’unico diritto concesso, la sopravvivenza, di fronte alla cattiva imitazione di vita permessa a migliaia di persone in 138 comuni, conferiti nei   moduli di poliuretano espanso, le Sae, nelle casette provvisorie il cui numero non è dato sapere, mentre conosciamo le irriguardose modalità con le quali sono state assegnate, beneficati dal  Cas, percepito dalle famiglie a cui il terremoto ha distrutto casa. 

Cas, si chiama con questo acronimo il Contributo di autonoma sistemazione, l’elemosina il cui regime è ora sottoposto all’occhiuta indagine della Protezione Civile, organizzazione vanta   tra i suoi valori fondativi la trasparenza, che vuole sospenderlo o almeno regolarlo per via del sospetto che ne abbia goduto qualche  immeritevole profittatore, che magari ha qualche muro in piedi o sta dai parenti più fortunati.

Andando un po’ indietro nell’indagine si scopre poi che  a differenza delle fabbriche di armi non convertite alla produzione di mascherine,   i cantieri, pubblici e privati, della ricostruzione post sisma 2016 non  sono stati annoverati tra le attività essenziali oggetto del Dpcm di marzo recante «Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID19» che ne ha di fatto stabilito la sospensione superando la direttiva con la quale il neo commissario Giovanni Legnini aveva illustrato le misure di carattere generale entro le quali le imprese impegnate sul “cratere sismico” del Centro Italia potevano o meno continuare a lavorare.

Mentre una visita ai notiziari di luglio rivela che il cosiddetto “pacchetto sisma”, inserito nel Decreto rilancio e recante le semplificazioni e richieste a sostegno dell’economia dell’Appennino terremotato, viene bocciato. 

Alcuni notabili locali in forza alla maggioranza governativa tranquillizzano la popolazione e a ferragosto viene approvato  un secondo decreto mirante  ad applicare alcune disposizioni contenute nel decreto- legge 16 luglio 2020, n. 76 con“Misure urgenti per la semplificazione e l’innovazione digitale” e riguardanti le linee guida per  classificazione degli edifici e i controlli in materia affidati a professionisti, le misure delle detrazioni per le spese sostenute per le polizze assicurative, le regole per il credito di imposta, ma che in sostanza eliminano il criterio della premialità.  

Si tratta di adempimenti utili ma marginale, che hanno soprattutto l’intento di far credere che gli ostacoli alla ricostruzione siano quelli frapposti dalla burocrazia o, peggio, dalle caratteristiche antropologiche delle popolazioni parassitarie che si approfittano della situazione. Che a quello di alludeva quando si giustificavano ritardi e inazione, quando le assegnazioni degli alloggi “temporanei” venivano effettuate in piazza con la riffa.

Il governo benevolmente offerto nuove e feconde opportunità grazie all’estensione degli incentivi  di Resto al Sud e prevedendo proprio un anno fa una serie di interventi per accelerare la ricostruzione ed evitare lo spopolamento, attraverso agevolazioni gestite da Invitalia, ente del quale è Ad il Commissario straordinario Arcuri  in favore degli imprenditori under 46, rivolgendole ai giovani che vogliono avviare un’impresa con finanziamenti che arrivino ad un massimo di 200.000 euro e che coprano il 100% delle spese.

Arcuri è impegnato in ben altre faccende pur continuando a percepire il suo gettone nel mirino della Corte dei Conti, e sarà per quello che sul sito dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa S.p.A., società per azioni italiana partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia, non c’è traccia di startup di aspiranti tycoon: con tutte probabilità sono emigrati, sono senza lavoro ma anche senza casa, hanno ridotto le loro aspirazioni mettendole a disposizione delle cooperative e imprese che a distanza di 4 anni aspettano ancora le linee guida per la raccolta delle macerie, tanto che in ritardo è soprattutto quelle dei materiali del patrimonio pubblico.

Si sa solo che in un incontro con associazioni di industriali e imprenditori la sottosegretario al Mise Alessia Morani si sarebbe fatta interprete della volontà del governo di stanziare 5 miliardiper generare uno sviluppo dell’area coprendo “il fabbisogno  di nuove tecnologie, connessioni e infrastrutture”.

Per carità poteva andar peggio. In attesa del digitale post terremoto poteva succedere che fosse ancora sulla poltrona di Commissaria straordinaria la attuale ministra alle Infrastrutture, quella che ha animato le giornate della kermesse di Villa Pamphili con il suo progetto di 130 grandi opere infrastrutturali che non contemplano case, scuole, strutture sanitarie nel cratere del sisma, così come non sarebbero annoverate nel Mes e men che mai nelle risorse del Recovery Found.

E dire che ci siamo riempiti la bocca con la reputazione riconquistata grazie al modello Genova, il caso di successo – tempo un anno – che dovrebbe persuaderci della bontà delle ricette “straordinarie e eccezionali” che devono essere messe in pratica per fronteggiare un’emergenza.  Quando lo stato di avanzamento della ricostruzione pubblica è in forte ritardo, come si legge sul sito del Commissario Straordinario legnini: a fronte di 2,1 miliardi di euro impegnati, le risorse effettivamente erogate ammontano a circa 200 milioni di euro, circa 10% del totale.  E se  in questi quattro anni sono stati ultimati solo 86 lavori sulle opere pubbliche e altri 85 sono in corso (le scuole concluse sono per ora 17 e ci sono 6 cantieri in esecuzione)… mentre in compenso sono state ripristinate 100 Chiese, con altri 45 cantieri aperti, che fanno sperare in un aiuto dal cielo.

È di poche settimane fa il terzo rapporto sulla ricostruzione redatto dall’Osservatorio Sisma della Fillea Cgil e di Legambiente il cui incipit è la denuncia che “la ricostruzione sarà inferiore alle aspettative”. Che fa capire che il virus che ha colpito i residenti è la sfiducia, tanto che la richiesta di finanziamento pubblico per danni più o meno gravi, dal 2016 al giugno 2020, ammonta a solo 13.947, sulle 80.340 stimate, di cui poco più di 5mila sono state accettate e 8mila sono ancora in lavorazione.  

Ogni tanto si dice che questo Paese avrebbe bisogno di un New Deal per la messa in sicurezza e la salvaguardia del territorio la cui manutenzione sarebbe un motore di occupazione qualificata e stabile.

E stiamo freschi: a fine 2019 erano poco meno di 5.500 i lavoratori edili impegnati nella ricostruzione  con 822 imprese registrate, un dato che dimostrerebbe  “che la percentuale di operai specializzati è inferiore alla media nazionale nonostante la complessità delle opere e dei cantieri”, ma che indica soprattutto che ci sia un “preoccupante grado di irregolarità nell’impiego della manodopera”, e fa sospettare un infiltrazione riconoscibile del caporalato e delle organizzazioni criminali, confermata al 28 febbraio 2020 da  78 interdittive antimafia, che riguardano quasi il 10% delle imprese coinvolte.

Per contrastare le irregolarità, la normativa sulla ricostruzione prevede l’applicazione obbligatoria di uno strumento fondamentale a garanzia della trasparenza: il Documento Unico di Regolarità Contributiva, che certifica  l’incidenza della manodopera impiegata per un intervento, rispetto all’importo delle opere.  

Al 20 settembre erano stati rilasciati 436 Durc, relativi a lavori per 45 milioni con un’incidenza di manodopera del 34%, a significare che gran parte dei lavori sono irregolari, un dato confermato anche da numero di domande per gli indennizzi Covid da parte delle aziende,  che peraltro non hanno anticipato la Cig ai lavoratori.

Il cratere del sisma è una terra abbandonata nelle mani dei predoni, se gli abitanti via via sono stati sempre più incoraggiati a lasciarla trasformandosi nelle comparse pendolari del parto tematico del turismo religioso e nella mangiatoia dei norcini di palazzo, se i loro bisogni vengono accantonati, se ricordare il loro martirio scombina la gerarchia di esposizione al rischio e alle disgrazie disegnata dalla gestione dell’emergenza, come succede per Taranto, dove accade nei posti dove il ricatto e l’indifferenza hanno condannato al silenzio le vittime.  

2 replies

  1. Se l’informazione tramite tutti i suoi canali facesse il proprio dovere, stando dalla parte dei cittadini, senza guardare da chi e come è composto il governo, in tutte le situazioni di emergenza e non solo denuncerebbero subito e tutti i giorni le situazioni come quelle che Lei oggi denuncia, se tutta l’informazione non chinerebbe la testa davanti ai loro padroni ma con le loro inchieste e verità li accuserebbero tutti i giorni fin quando ogni grave e grande problema non venga risolto a favore dei cittadini, quali anche voi siete.

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