Combattiamo tra di noi, ma non contro il covid

(di Pino Corrias – Il Fatto Quotidiano) – Doveva accadere. E dunque accade che invece di fare la guerra al virus, abbiamo cominciato a farcela tra noi. Da settimane stiamo tutti parlando, anzi strillando, come se il contagio non fosse molto semplicemente, molto umanamente, colpa nostra, ma dipendesse dal destino, dalla sfortuna, dalla politica, dal governo. Specialmente dal governo: “Era annunciatissima, prevedibilissima la seconda ondata!” scrivono i professionisti da divano, puntando il dito dell’accusa. Anche se i più svelti a farlo sono gli stessi, proprio gli stessi, che fino a quindici giorni fa dicevano il contrario. A cominciare dai giornali della destra cialtrona: “Basta con la dittatura sanitaria!”, “Siamo al Covid terrorismo!”, “Riaprite gli stadi!”, “Lasciateci lavorare”, “Libertà! Libertà!”. Che poi sono le frasi urlate nei cortei di queste notti, al netto dei sassi, dei saccheggi e delle molotov accese dai neofascisti e dagli ultras in crisi di astinenza da stadio.

Dal pulpito di Confindustria oggi ascoltiamo la stessa musica: “Il governo si è fatto cogliere impreparato su scuola, trasporti, sanità, locali pubblici” si lamentano. Dimenticandosi di tutte le spallate date al governo in questi mesi dal presidente Carlo Bonomi “per accelerare la ripresa concentrando i soldi sulle imprese”, altro che trasporti e sanità. E i contro-appelli degli industriali a febbraio e marzo, specialmente nelle aree più industrializzate del Veneto, Lombardia, Piemonte, per non chiudere nulla, lavorare, lavorare, lavorare, fino a quando le strade dei capannoni hanno coinciso con quelle attraversate dai camion dell’esercito che trasportavano le bare.

Tutti veloci, quanto lo sono i borseggiatori, a scaricare le proprie responsabilità e a illuminare quelle altrui per dichiarare, finalmente, guerra al bersaglio grosso. Come se non fossimo stati noi tutti piccoli cittadini – i nostri figli, i nostri parenti, i nostri amici, i nostri vicini di casa – a esserci infettati a vicenda, negli abbracci e nella dimenticanza, salendo in ascensore o scendendo in metropolitana, in ufficio o al bar. A cominciare da questa estate, davanti al mare, nelle piazze, ai mercati della festa, tutti con così tanta voglia che l’onda nera del contagio fosse passata per sempre da aver creduto che sarebbe bastato pensarlo per renderlo vero. Il virus è mutato, il virus si è indebolito, il virus va scomparendo: via le cautele, basta con le mascherine, con le restrizioni, lasciateci vivere: l’assedio era diventato un fantasma e finalmente il fantasma si stava dissolvendo.

E invece stava proprio accadendo il contrario. E cioè che muovendoci tutti, muovevamo anche la pandemia, nostra compagna di viaggio dalla Lombardia alla Sardegna, da Venezia alla Versilia, dalle Dolomiti al Salento. Siamo tutti andati e tornati con il virus in valigia in un collettivo e spensierato free delivery che ci ha spinto nella trappola di oggi.

Guardate le cento foto che avete (che abbiamo) archiviato a luglio, agosto, settembre nelle nostre memorie portatili. In ognuna c’è una cena, un compleanno, una festa all’ora dell’aperitivo, un tramonto sul lungomare. Moltiplicatele per gli spostamenti che avete (che abbiamo) fatto e troverete il danno che insieme abbiamo allestito.

La rabbia che ha acceso gli scontri nelle nostre città è esattamente figlia di quella frustrazione per una colpa che non vogliamo ammettere, insieme con il baratro economico che di nuovo si spalanca.

Viviamo nella bambagia dell’Occidente, insofferenti all’altruismo e ai sacrifici, persuasi che il danno, la malattia, addirittura la morte, siano eventualità remote. Interferenze da cancellare con tutte le procedure della modernità e le endorfine dei consumi. Meno che mai ci sfiora il sospetto che sia proprio la nostra vita a riprodurre e moltiplicare il Covid. Per questo andiamo costantemente a caccia di un colpevole. Per assolvere noi stessi e farci così tanta guerra tra noi, da dimenticarci del nostro nemico comune, il virus, che ci divide anziché unirci.

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