Stati generali: tre minuti con limitazioni e deroghe

(Giuseppe Di Maio) – Molte cose buone, molte altre dannose, tante inutili. La semplice ripartizione tra, “temi e agenda politica; organizzazione; e principi e regole;” (spesso sovrapponibili tra loro perché non ci può essere una divisione netta tra le cose necessarie a fare politica), ha prodotto un guazzabuglio dentro cui sarà arduo leggere per qualsiasi “facilitatore”, così si chiamano, a cui stia a cuore la composizione di un verbale onesto della lunga assemblea tra gli attivisti delle province di Verona e Vicenza.

La manìa di chiamare con altri nomi le questioni che riguardano già da un paio di secoli la storia della politica, fa pensare che ci sia davvero una novità nella democrazia. Invece troppo spesso questa smania di nuovismo porta a veri e propri equivoci e a terribili cantonate. L’ideologia, ad esempio, che negli altri partiti è scaduta a narrazione prevalente, qui da noi si chiama “tema identitario”. E il tema identitario, di per sé, non è né di destra né di sinistra, ma soprattutto non indica il senso dell’azione politica, l’idea di paese che vorremmo costruire. Pensate quando i temi identitari sono più di uno, e nessuno che si prenda la briga di metterli insieme per indicare quale divisione della ricchezza si propone attraverso questi, e a vantaggio e a danno di chi. Insomma, “i sord’”, a chi vanno? Sì, devo dire che c’è stato chi ha sollevato il problema di dove sta andando il M5S, ma è stata una voce solitaria.

Io mi sono iscritto per parlare dell’aspetto organizzativo. Ho dunque perorato la causa della trasformazione in partito, ma quasi nessuno era a favore di questa tesi. Così come nessuno ha trattato il tema che Rousseau non fosse idoneo a selezionare una classe dirigente. Né a qualcuno è venuto in mente che un portavoce deve rappresentare nelle istituzioni la “voce” che viene preparata da qualche parte. Che ci vuole un laboratorio territoriale, una cellula di base, in cui la discussione e la pratica politica possano produrre questa voce. Ma molti hanno lamentato la sparizione dei meetup, e hanno elucubrato su fantasiose strutture territoriali e centrali. Credo che Gramsci avesse già fatto per noi questo lavoro, e ancor oggi non mi pare superato. Al contrario, la mia idea che Rousseau possa diventare proprietà del Movimento e poi del popolo italiano, ha sfondato una porta aperta: molti già sollecitano la trasformazione open source della piattaforma.

Oltre alla questione della comunicazione e dell’occupazione dei canali di Stato, nella stessa sezione si è parlato molto del limite dei due mandati. Su quest’ultima faccenda io non ho le idee chiare; non si possono avere sempre. Creare una classe politica di mestiere che si svincola progressivamente dal mandato della base è un rischio reale. Ma è ancora più reale la fatica di reperire gente onesta e capace in un serbatoio che si va esaurendo. Gli italiani sono un popolo di furbi e l’onestà non andrà facilmente di moda, perciò aver trovato un Di Maio, un Bonafede e una Raggi e poi buttarli via perché scaduti, è uno spreco terribile. Ma sarebbe ancora più ingiusto e di cattivo gusto procedere con delle deroghe speciali. Non vi dico a questo punto quali idee sono sorte a proposito (in buona fede s’intende) per non perdere i preziosi know-how acquisiti nei ministeri e nei palazzi comunali. La DC e i suoi notabili di partito non più eletti ci avrebbero fatto un baffo.

Ma il problema più grosso si è mostrato nella terza sessione. In questa si è evoluta una discussione sulla dirigenza. E la maggior parte è stata contraria a un leader unico. C’è stata persino una votazione ad hoc, forse sollecitata dai vertici, senza alcun commento associato a questa o a quella preferenza. Per conto mio, ansioso come sono di sapere in quale direzione il Movimento intenda procedere con la divisione della ricchezza, e non vedendo l’ora che statuisca un’ideologia precisa, un leader è il rappresentante e il custode della linea. Di una linea ideologica certa , non delle ammucchiate identitarie che salvaguardino tutte le anime e le contraddizioni dell’organizzazione. Perciò mi è sembrata una votazione contro un Tizio e a favore dei tanti Caio. Ma se è così il M5S ha imboccato la strada della decadenza. La strada delle animelle che sparlano di meritocrazia, scambiando un programma di giustizia sociale con i meriti acquisiti tra gli attivisti, che ambiscono ad avere le “meritate” preferenze durante le parlamentarie e a poter finalmente rappresentare da stipendiati il popolo italiano.

E allora ho paura. Ho paura che quando questa stagione sarà passata, del M5S e dei suoi sogni non resterà niente. Niente nella legislazione, niente nella società, poco nella storia. E non sarà stata solo colpa della mancata comunicazione. Sarà stata colpa della mancanza di idee vere, di aver scambiato le chat sui socials come massima espressione della democrazia, e l’acquisto di un monopattino per sovvertimento dell’ordine sociale.

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