Contratti fermi. A chi giova

In 10 milioni attendono il rinnovo, il leader di Confindustria non vuole dare più soldi ma alcuni settori sono cresciuti nella pandemia: dal cibo al legno, prime defezioni alla sua linea.

(di Roberto Rotunno – Il Fatto Quotidiano) – È una combo micidiale quella che si sta mettendo di traverso a 10 milioni di lavoratori in attesa del rinnovo del proprio contratto collettivo: l’emergenza Covid e la salita di Carlo Bonomi al vertice della Confindustria. Tante trattative si stanno arenando e quelle che si sbloccano si chiudono con aumenti di stipendio ben al di sotto delle speranze dei sindacati. Alle difficoltà della pandemia, si aggiunge la linea ostinata del nuovo leader di Viale dell’Astronomia, la volontà di firmare contratti a suo dire “rivoluzionari”, che “superino il vecchio scambio tra salario e orario di lavoro”. Insomma, senza incrementi se non strettamente legati all’inflazione. Poco importa se un settore non è come un altro, se non tutte le imprese sono state colpite dal lockdown e alcune sono addirittura cresciute “grazie” alla crisi sanitaria. Il mandato a tutte le associazioni è di concedere il meno possibile.

Una posizione che non è seguita proprio da tutti. Anzi, appare scricchiolante. Nell’industria alimentare, per dire, la presa della “Bonomics” continua ad allentarsi ed è partita una guerra intestina. La scorsa settimana la Confindustria ha deferito ai probiviri la UnionFood, che rappresenta i big del settore ed è “rea” di aver sottoscritto, il 31 luglio, il rinnovo con Flai Cgil, Fai Cisl e Uila; accordo che, malgrado il diktat, riconosce 150 euro di aumento. Quella firma ha innescato un effetto domino: nelle settimane successive all’ammutinamento, singole aziende come Campari, Citterio e Fontanafredda hanno aderito spontaneamente al nuovo contratto. Poi si sono aggiunte Assica (produttori di salumi) e Mineracqua. E ora, sette delle otto associazioni rimaste fuori (tutte tranne Assocarni) hanno chiesto ai tre sindacati un incontro per riprendere le trattative. Si terrà in settimana e potrebbe rappresentare il crollo definitivo dell’editto confindustriale. Non a caso, due settimane fa la Federalimentare ha detto di non essere più in grado di coordinare le tredici associazioni. La produzione di cibo ha subito limitatamente gli effetti delle chiusure. Durante la quarantena, la gran parte dei 400 mila lavoratori sono rimasti in servizio. Ora si aspettano una gratificazione che probabilmente arriverà, perché almeno qui la realtà sta per completare il sorpasso ai danni delle idee di Bonomi.

Per le imprese delle pulizie e multiservizi, il virus è addirittura un’opportunità. Le pubbliche amministrazioni hanno intensificato gli appalti per le sanificazioni. Eppure la negoziazione del contratto – scaduto sette anni fa – non decolla. Le rappresentanze delle imprese avevano condiviso con i sindacati un crono-programma a giugno, con l’obiettivo di firmare prima dell’estate. “Dopo i primi incontri – spiega Cinzia Bernardini della Filcams Cgil – le associazioni datoriali si sono presentate con quindici richieste molto pesanti, come la richiesta di flessibilità estrema”. L’impressione è che Anit Confindustria voglia portarla per le lunghe. Oggi il settore è in mano a giganti multinazionali da 20 mila dipendenti. Mercoledì i lavoratori hanno manifestato in tutta Italia (parliamo di un servizio essenziale). Anche sulle cifre è scontro: i sindacati vogliono 130 euro di aumento, la controparte ne offre 90.La partita più delicata resta quella dei metalmeccanici, con 1,4 milioni di addetti. Gli industriali hanno passato la primavera chiedendo al governo di non chiudere le fabbriche e ai lavoratori di restare operativi per salvare fatturato ed export. Al tavolo, però, la Federmeccanica ha seguito fedelmente il volere di Bonomi, proponendo aumenti ancorati all’inflazione, non più di 40 euro totali nel triennio, mentre Fiom, Fim e Uilm rivendicavano almeno una crescita dell’8% sui minimi. La promessa delle imprese è di coprire il 100% delle tute blu con la contrattazione aziendale, così da garantire a tutti premi legati alla produzione. Anche a volerci credere, per i sindacati sono condizioni improponibili, il 7 ottobre hanno fatto saltare gli incontri proclamando lo sciopero del 5 novembre.

Nel pianeta moda, circa 600 mila lavoratori aspettano il rinnovo. Il gruppo più folto è formato dai 400 mila del tessile e abbigliamento. Ma qui la crisi Covid si è scagliata con violenza. Sistema Moda Italia (Smi) ha chiesto ai sindacati di “tenere in considerazione gli effetti della pandemia”, un avvertimento chiaro. Filctem Cgil, Femca Cisl e UilTec attendono segnali anche da Assocalzaturifici per discutere del rinnovo per gli 80 mila lavoratori del settore scarpe, con il rischio di rompere le relazioni se lo stallo proseguirà. Gli incontri vanno avanti per i settori pelli e occhialeria. “Eccetto i grandi gruppi – dice Sonia Poloni della Filctem – per l’80% sono piccole aziende che rischiano di chiudere”. Non le migliori condizioni per un rinnovo, al netto di Bonomi.

Sul contratto del pubblico impiego è in piedi la corsa alle risorse. Nelle ultime settimane si è mosso molto poco. La sanità privata ha avuto via libera al rinnovo, ma il contratto era fermo da 14 anni. Sul legno-arredo, pochi giorni fa è stato raggiunto l’accordo. Il piccolo settore che riunisce le aziende di penne, pennelli e spazzole (5 mila addetti) ha chiuso con 76 euro di aumento. L’impressione tra i sindacati è che, nei pochi contratti che stanno andando in porto, si stanno ottenendo cifre inferiori di almeno 20 euro rispetto a quelle che si sarebbero portate a casa senza la tempesta del Covid.

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