Perché voto SI’ al referendum

(di Anna Maria Cangelosi) – Domani e lunedì si voterà per confermare o meno la riforma sulla riduzione del numero dei parlamentari. La modifica degli artt. 56, 57 e 59 della Costituzione comporterebbe la riduzione dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200. Non si tratta di una riforma ampia, come altre bocciate nel passato, ma di una riforma puntuale e circoscritta, facilmente comprensibile e trasparente a differenza di altri referendum in cui il quesito nascondeva questioni più ampie ed eterogenee e, di conseguenza, poco chiare.

Il percorso parlamentare di questa riforma è stato tortuoso ed emblematico dei giochi di palazzo che poco hanno a che vedere con le reali esigenze dei cittadini. Nell’ultima lettura alla Camera dei Deputati la riforma è stata votata da quasi tutto l’arco parlamentare (su 569 presenti, 2 astenuti, 553 voti favorevoli, solo 14 contrari). Poiché nella seconda votazione del Senato non si era raggiunta la maggioranza qualificata dei due terzi, è stato possibile ricorrere allo strumento referendario. E a raccogliere le firme per il referendum sono stati 71 Senatori: 42 di Forza Italia, 10 del Gruppo Misto, 9 della Lega, 5 del Pd, 2 Italia viva, 2 del M5S e 1 Senatore a vita. I numeri sono importanti ma la geografia partitica di più.

Come sempre, nelle consultazioni elettorali di qualsivoglia specie parte il confronto serrato, anche aspro sulle diverse posizioni, tutte legittime in una democrazia vera. E poiché la mia posizione è per il sì al quesito posto dal referendum, vorrei condividere con chi mi legge alcune riflessioni.

Le argomentazioni più comuni a sostegno del no che ho potuto ascoltare sono il problema della rappresentanza e dell’attacco alla Costituzione. Non credo che all’indomani del referendum la qualità della democrazia in Italia cambierà molto, a prescindere dal risultato. D’altra parte la riforma costituzionale è prevista, normata e non costituisce attentato alla democrazia. Sulla questione dei numeri, ricordo che i padri costituenti non li hanno definiti, fissando piuttosto un rapporto costante fra rappresentanti e cittadini.  Il numero attuale non risale quindi al 1948 ma alla riforma costituzionale del ’63. I costituenti avevano immaginato le Regioni che sarebbero diventate effettive solo nel 1970, le istituzioni europee rappresentative non erano ancora nate. La rappresentatività è quindi cresciuta negli anni grazie appunto ad enti locali, regionali ed europei che naturalmente trattano di questioni diverse, questioni che tuttavia, se non avessero organi preposti, dovrebbero necessariamente trovare casa in Parlamento.

La rappresentatività, a mio modesto parere, non è una mera questione numerica ma è completamente minata alla base dai cosiddetti listini bloccati, nelle mani delle segreterie di partito. E se è vero che gli eletti devono curare i rapporti con la base che li esprime, ogni eletto rappresenta l’intero territorio nazionale e nulla osta che possa portare in Parlamento istanze di altri territori: l’assenza di vincolo di mandato serve proprio ad evitare pressioni e ricatti esterni.

La riduzione del numero dei parlamentari determinerà un maggiore carico di lavoro all’interno delle Commissioni. Vero. Ad oggi voglio ricordare che le Commissioni parlamentari, ad eccezione di specifiche trattazioni, possono lavorare con la sola presenza di un terzo o addirittura di un quarto dei componenti. Questo ha determinato un irresponsabile assenteismo che, sommato a quello che si registra oggi in Parlamento, dà la misura di come il buon funzionamento di un’Istituzione si persegua con il richiamo alle regole e con misure stringenti per arginare gestioni immorali della cosa pubblica.

Oggi si parla tanto di lotta ai privilegi e l’argomento viene svilito attraverso l’etichetta di populismo. Il fatto che chi si occupa della cosa pubblica sia retribuito è sacrosanto. La prima forma di governo democratico attestata nella storia, guidata da Pericle nell’antica Grecia, aveva evidenziato che la cura della cosa pubblica affidata a chi, avendo delle rendite legate al ceto sociale, poteva dedicare il suo tempo libero alla politica, determinava un pericoloso squilibrio di rappresentanza, accentrando il potere nelle mani degli aristocratici. Pericle, introducendo la retribuzione delle cariche pubbliche, favorì la partecipazione alla vita politica anche a chi aveva mezzi limitati o umili origini. Quindi nessuno scandalo per il fatto che siano previste delle retribuzioni. Purtroppo la crisi dei partiti, i quali nel tempo hanno sempre meno perseguito il legame con la base a favore di un esercizio di gestione del potere, ha cambiato la percezione sociale di uno strumento legittimo.  La democrazia, quella vera, non deve seguire la via del risparmio, non è questione di un caffè come in maniera sprezzante viene ripetuto ad arte da chi delegittima la posizione del sì. Non bisogna invece trascurare che, nell’immaginario collettivo, il concetto dei privilegi si è ingenerato solo perché l’esercizio della cosa pubblica non viene svolto con disciplina e onore.

Oggi risulta di fondamentale importanza dare un segnale preciso verso una maggiore etica, verso riforme che diano al Parlamento l’efficacia non legata alla quantità ma alla qualità. Un sì critico e ragionato con un obiettivo ben preciso: chiedere una migliore selezione della classe politica che restituisca autorevolezza e dignità al Parlamento e credibilità alla mediazione rappresentativa.

All’indomani del referendum, a prescindere dal risultato, sarà necessaria una riflessione sul numero dei delegati regionali per eleggere il capo dello Stato, sulla modifica della base elettorale da regionale a circoscrizionale, sui regolamenti parlamentari e, appunto, sull’eliminazione delle liste bloccate. Perché non è stato fatto prima? Malgrado oggi si gridi a gran voce che non bisogna fidarsi della politica perché non avvierà una seria riforma elettorale, è bene sapere che non si può predisporre una riforma sui numeri che non è detto che passeranno. Per questo bisogna aspettare l’esito referendario e non il contrario.

Infine, poiché si parla del no come di un voto anti-casta, vorrei sottolineare che il Sole 24 Ore (Confindustria), il gruppo di Repubblica, Stampa, Espresso, Huffington Post (Agnelli -Fca), il Giornale (Berlusconi), Messaggero, Mattino e Gazzettino (Caltagirone), Domani (De Benedetti), Libero (Angelucci) sono a registro unico per il no. Lo capiamo che dietro ad alcuni famosi imprenditori ci sono i poteri economici e finanziari che tengono in scacco il Parlamento, giusto? Allora mi viene il dubbio che se la vera casta è per il no, il mio voto non può essere che sì. Lo dico avendo a cuore la difesa della Costituzione che non è prerogativa solo di chi vota no.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.