Vi ricordate il procuratore di Arezzo Rossi, che indagava su banca Etruria…

(Giuseppe Salvaggiulo – la Stampa) – Dai cascami del crac di Banca Etruria e delle polemiche sul ruolo di Pierluigi Boschi, padre dell’ex ministra Maria Elena, riemerge con un colpo di scena un caso inedito nella storia della magistratura italiana: la defenestrazione del procuratore di Arezzo Roberto Rossi, reo di aver indagato sulla banca cara alla più renziana tra i renziani mentre era consulente di Renzi a Palazzo Chigi.

Sconfitto al Tar, Rossi ha vinto il primo round in Consiglio di Stato e ora chiede di essere reintegrato. Rossi è un magistrato toscano. Nel 2013 (governo Letta) viene nominato consulente del Dipartimento per gli affari giuridici di Palazzo Chigi, guidato da un collega, Carlo Deodato, conosciuto tempo prima a Grosseto. Incarico di un anno per dare pareri via mail su testi di legge in materia penale, senza interloquire con premier e ministri. Il Csm autorizza.

Nel 2015, dopo che Renzi ha sostituito Letta, l’incarico viene rinnovato per un altro anno. Nel frattempo, nel 2014, Rossi è stato nominato dal Csm all’unanimità procuratore di Arezzo. E sulla scorta delle ispezioni di Bankitalia ha avviato l’inchiesta su Banca Etruria. A fine 2015 cessa la consulenza con Palazzo Chigi.

PROTESTA DEI RISPARMIATORI DAVANTI BANCA ETRURIA 5

Dopo tre mesi apre una nuova indagine su Etruria, coinvolgendo i membri del Cda compreso papà Boschi. L’accusa di conflitto di interessi finisce al Csm e viene archiviata dopo aver ascoltato tutti i magistrati coinvolti, gli avvocati e il prefetto. Anche la Procura generale della Cassazione non ravvisa illeciti disciplinari.

Nel 2018 Rossi, come da prassi, chiede la riconferma come procuratore. Generalmente disposta dal Csm in automatico, senza nemmeno discutere. Tanto più se, come per Rossi, sia il Consiglio giudiziario a livello locale, sia la commissione dello stesso Csm (per due volte) sia il ministro Bonafede hanno dato l’ok.

Ma al momento di chiudere la pratica in plenum il Csm ci ripensa, avanzando dubbi su «indipendenza e imparzialità» di Rossi. E Bonafede ritira il suo ok, esprimendo critiche su «credibilità, autorevolezza e indipendenza» in riferimento alla gestione delle indagini su Etruria. Alla fine il Csm vota la «non riconferma».

La delibera, scritta da Piercamillo Davigo, sottolinea che la consulenza con Palazzo Chigi da gratuita era diventata retribuita (con compenso «prima irrisorio, poi raddoppiato»); che era «inopportuna» perché Rossi si era autoassegnato «fascicoli connotati da particolare delicatezza proprio in relazione al committente (Etruria e Renzi, ndr) dell’incarico medesimo»; che il procuratore non aveva informato con trasparenza il Csm, inducendo «nell’opinione pubblica il sospetto» di comportamenti «compiacenti» con il giglio magico renziano e con ciò «compromettendo il requisito dell’indipendenza da impropri condizionamenti».

Oltre allo spettro di Maria Elena Boschi, sul caso Rossi aleggia quello di Luca Palamara. Entrambi appartengono alla corrente Unicost. Egemone sia nel 2014, quando il Csm aveva nominato Rossi procuratore, sia nel 2018, quando si apprestava a confermalo. Perdente nel 2019, dopo l’esplosione dello scandalo Palamara, quando lo ha bocciato. Fatto sta che negli ultimi mesi, mentre il Csm pubblica il bando per il suo successore, Rossi, degradato a sostituto procuratore, fa ricorso lamentando «una distorsione mediatica» che ha alimentato l’idea di «un conflitto di interessi inesistente».

Rivendica le cinque indagini su Banca Etruria, più numerose e rapide che per gli altri crac bancari, di cui alcune già sfociate in condanne. E quanto a papà Boschi, di averlo mandato a processo per bancarotta nel filone sulle consulenze (un altro è stato recentemente archiviato). Sconfitto in primo grado al Tar, ora Rossi ha ottenuto dal Consiglio di Stato una vittoria, sia pure parziale in via cautelare.

L’udienza di merito è fissata nel 2021. Ma nel frattempo chi deve fare il procuratore di Arezzo e gestire i processi su Banca Etruria? Secondo fonti giudiziarie, Rossi avrebbe già scritto alla Procura generale, invocando un immediato (e clamoroso) reintegro. Questione delicata, non esistono precedenti. Interpellato, Rossi non ha voluto confermare né commentare.

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