Nostalgia del piccone sardonico

(Marcello Veneziani) – Nostalgia di Francesco Cossiga a dieci anni dalla sua morte, il 17 agosto del 2010. Sentivi in lui lo spericolato amore per la verità e la passione delusa per la grande politica e gli arcana imperii. Col suo formidabile piccone mise incinta la repubblica italiana, anche se poi non riconobbe la figlia che ne nacque, e con qualche ragione. Visse all’altezza del suo tempo burrascoso, fu l’interprete più efficace del trauma. Si, ci furono Mani pulite, i referendum di Segni, la Lega, la discesa in campo di Berlusconi. Ma in principio fu Cossiga. Che per cinque anni se ne stette a cuccia al Quirinale, rispettoso del mandato istituzionale, rigoroso osservante del ruolo e della norma, per non ripetere le fuoruscite dal protocollo del suo predecessore fumantino Sandro Pertini. Poi, dopo la caduta del Muro e prima che il Pci si suicidasse, Cossiga cominciò a dar di matto. Picchiò duro sui pregiudizi fradici su cui si fondava la Repubblica consociativa e partitocratica. E per due anni colpì, disse la verità, suscitò la voglia di cambiare, cavalcò per primo l’antipolitica, portò la fantasia al potere. Fino a lasciare un’eredità politica che non hanno lasciato né i suoi predecessori né i suoi successori. Cossiga non fu solo un esternatore folle o l’inventore del cazzeggio Istituzionale. Incarnò al massimo grado l’ossequio alla ragion di Stato e al dettame costituzionale e al tempo stesso la ribellione, l’inquietudine, la gravidanza di una nuova repubblica. Cossiga fu traghettatore e non fondatore della seconda repubblica, era un esploratore curioso, non un capo carismatico. Infatti si definiva un Coty e non un de Gaulle, ovvero un precursore, non un leader.

Cossiga è stato un personaggio tragico. Dai tempi di Moro ai tempi del Piccone, Cossiga ha dovuto dare il colpo di grazia a chi più amava: la Dc e i suoi capi, a partire da Mori, la repubblica dei partiti di cui era figlio. Più il Vaticano, i grembiulini, la Gladio, il Mossad, i poteri forti che stavano svendendo il paese, le sue profetiche polemiche contro i giudici scalmanati. Non si riconobbe nelle creature che mise al mondo, compreso l’Udr, il suo Partito e i suoi straccioni di Valmy, come lui battezzò il suo gruppo.

Fu lui a portare il primo comunista alla guida del governo, D’Alema, fu lui a sdoganare la destra postfascista e poi l’antipolitica, ovvero Di Pietro, Bossi e Berlusconi. Lui stesso notò nel suo ultimo libro-intervista con Andrea Cangini – Fotti il potere – il paradosso di D’Alema portato da lui al governo con l’ok dell’America e col compito di far entrare l’Italia in guerra con la Serbia: e d’Alema, primo comunista al potere, fu colui che bombardò con la Nato “l’ultimo regime comunista d’Europa”.

Cossiga si scusò per aver definito fascista la strage di Bologna, convinto della pista straniera. Sdoganò l’Msi; poi criticò la svolta nel vuoto di Fini e la deriva giacobina del rustico Di Pietro, che pure era un suo figliastro: la sua zappa era la versione rurale del piccone. Cossiga infine previde il fallimento di Berlusconi, a cui pure mostrò umana simpatia. A differenza di tanti, Cossiga lo criticò non perché dispotico ma per la sua debolezza.

Cossiga è stato anche il primo presidente della repubblica che ha fatto uso pubblico di sense of humour. I suoi predecessori e successori furono collerici o stucchevoli, noiosi o pomposi, ovvi e tromboni.

Ebbe un’indole anfibia e bipolare, che si potrebbe definire schizofrenia creativa: fu cattolico e amico della massoneria, fu notabile democristiano e guastatore, fu moderato e fu estremista, fu liberale e fu eversivo, fu statista e fu destabilizzatore, fu tragico e fu grottesco, fu protagonista ufficiale e insieme divertito osservatore della scena politica. Fu il maggiore interprete e testimonial della svolta italiana verso una democrazia presidenziale. Quella resta la sua originale eredità. Lui che venerava lo spirito della Costituzione e il compromesso che ne era alla base tra cattolici, liberali e socialcomunisti, fu il primo presidente a metterne in dubbio l’insuperabilità, a contestare la subordinazione delle istituzioni ai partiti, a criticare il primato della mediazione sulla decisione e il ruolo imprecisato del Capo dello Stato di garante della Costituzione. Lui che proveniva dal partito morbido e rassicurante della Dc precorse il cambiamento, cavalcò il clima d’eccitazione e d’incertezza. Aveva il senso dello Stato ma coltivò anche lo stato d’eccezione; capì il travaglio della sovranità politica in una fase in cui i vecchi dei sono tramontati e i nuovi dei non sono sorti. Il suo sogno di riforma oltre l’elezione diretta del Capo dello Stato, fu il sistema uninominale maggioritario e la riforma della giustizia. Pur non essendo d’indole un capo popolo, Cossiga sdoganò il populismo e lo riconobbe come sintomo e risposta alla crisi di legittimità della politica e al dominio delle oligarchie. Da senatore a vita auspicò la soppressione del laticlavio. Cossiga sedette al Senato nello scranno col numero 007, lui che amava giocare con le spie.

Nel tempo di Cossiga picconatore fondai L’Italia settimanale, che guardava a lui per fondare una nuova repubblica. Gli dedicai copertine e appelli. Sperai in lui e lui mi dette un paio di belle interviste fiume, qualche brillante conversazione privata e il privilegio di entrare una volta in Senato senza cravatta, vestito da extraparlamentare o da extracomunitario. Cossiga si divertì a dire la verità, a scandalizzare con sardonico sorriso (l’aggettivo non è casuale per il sassarese).

Alla fine prevalse in lui una stanchezza che non poteva attribuirsi solo al narcisismo frustrato dal ritiro dalla scena. L’esternatore smise di esternare, preferì chiudersi nel silenzio, murandosi nel suo nuraghe interiore. E concluse così quel suo libro intervista: “Io ero già morto ma la gente non se n’era accorta”. E invece dieci anni dopo c’è chi avverte la sua mancanza. Ci vorrebbe un Cossiga…

La Verità 15 agosto 2020

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