In dieci anni gli azionisti di Autostrade si sono messi in tasca 6 miliardi di dividendi

(Sergio Rizzo – la Repubblica) – Un affare pazzesco, quello delle concessioni autostradali. Fra il 2009 e il 2018 gli azionisti di Autostrade per l’Italia si sono messi in tasca 6 miliardi di dividendi. Di cui 518 milioni nel solo 2018, l’anno del crollo del viadotto a Genova.

Una pioggia di denaro andata ai soci, ma a scapito degli investimenti. Nello stesso decennio Aspi ha speso per la rete il 28% in meno di quanto promesso.

Mancano all’appello 3 miliardi e 559 milioni, somma simile a quella spesa dal gruppo Benetton nel 1999 (attualizzata a oggi) per assicurarsi il controllo della concessionaria autostradale pubblica.

E nonostante nel medesimo arco di tempo le tariffe siano esplose: +27,3%. Il doppio dell’inflazione. Numeri e circostanze che dovrebbero avere il loro peso nella trattativa per risolvere il pasticcio della concessione del gruppo controllato dalla famiglia Benetton. Che però diventa sempre più grosso. Ricapitoliamo.

Dopo due anni dal crollo di Genova, trascorsi inutilmente, si arriva a una specie di accordo. La Cassa depositi e prestiti subentrerà gradualmente ad Atlantia dei Benetton nel capitale di Aspi, acquistando inizialmente il 33%. Ma non c’è niente di firmato. L’annuncio dell’accordo serve soprattutto a placare le polemiche: inevitabili, perché non avendo affrontato per due anni la faccenda si è dovuto riconsegnare il ponte appena ricostruito ad Aspi, ancora titolare di una concessione efficace.

La vera partita comincia qui, e si capisce subito che non sarà facile. La Cassa dovrebbe mettere dei soldi per un aumento di capitale destinato agli investimenti. Cioè i contribuenti, dopo aver già ampiamente ripagato le autostrade, dovrebbero pure sborsare altri soldi per pagare gli investimenti che i soci privati di Autostrade non hanno fatto. Il che fa nascere ovvie perplessità su tutto.

Ancora più accentuate dalla lettera spedita da Atlantia il 4 agosto, il primo giorno dell’apertura del viadotto ricostruito, con cui si cambiano tutte le carte in tavola. Non più la cessione diretta e graduale della partecipazione alla Cassa e ad altri investitori di suo gradimento, come proposto qualche settimana prima, bensì la vendita del proprio 88% di Autostrade sul mercato.

Vendita alla quale, è scritto nella lettera, «potrà partecipare Cassa depositi e prestiti» Uno scenario completamente diverso, nel quale la Cassa non avrebbe voce in capitolo sul prezzo delle azioni. Quindi siamo allo stallo, in una sfida dove il tempo gioca chiaramente a favore di Atlantia e dei Benetton, grazie pure all’incertezza della situazione politica.

L’ultima novità è la mossa della Fondazione Cassa di risparmio di Torino, terzo azionista di Atlantia con quasi il 5%, che si è schierata a sostegno della vendita delle azioni Aspi sul mercato. Una mossa singolare, se si considera che la Fondazione Crt è anche azionista della Cassa.

Ma mica poi tanto, se invece si guarda alla sua governance. Presidente della Fondazione è infatti Giovanni Quaglia, che contemporaneamente presiede l’autostrada Torino- Piacenza e la società che deve completare la Asti-Cuneo. Entrambe fanno capo al gruppo Gavio, il secondo concessionario autostradale sotto l’ala dell’Aiscat, la lobby dei concessionari da 17 anni nelle mani di Fabrizio Palenzona.

E il gruppo Gavio è protagonista di una vicenda recente che mostra tutta la forza di persuasione di quel mondo nei confronti della controparte pubblica.

Mentre il governo tuonava contro Aspi e i concessionari, il ministero delle Infrastrutture validava infatti senza fare una piega i nuovi piani finanziari per la Torino-Savona e la Asti-Cuneo aggirando anche il necessario visto dell’Ue e riconoscendo a Gavio un valore di subentro, cioè la somma che l’eventuale nuovo concessionario dovrebbe pagare al vecchio come indennizzo, pari a un miliardo 232 milioni.

Uno sproposito già messo in luce dalla Corte dei conti e che secondo l’autorità dei trasporti potrebbe avere un effetto «del tutto simile a una proroga della concessione… scoraggiando «l’ingresso di nuovi operatori».

2 replies

  1. Adesso la menano con lo stretto di Messina e il tunnel, nulla in contrario per carità, fanno un consorzio di privati, raccolgono i finanziamenti e se lo fanno.
    Sai in quanti gli danno i soldi?
    Zero.

    "Mi piace"

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