Tutte le bufale pro Berlusconi raccontate finora

(di Antonella Mascali e Valeria Pacelli) – Da una settimana giornali e tv si occupano del caso dell’audio di Amedeo Franco, giudice relatore della sentenza di Cassazione che nel 2013 ha condannato Silvio Berlusconi a 4 anni per frode fiscale nell’ambito del processo sui diritti tv di Mediaset. Davanti all’ex premier, dopo aver anche lui firmato quel verdetto, Franco parla di “porcheria” e “condanna a priori”. Le sue parole sono state registrate e poi depositate dalla difesa di Berlusconi nell’integrazione al ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’Uomo. Tanto è bastato ad una certa stampa per gridare al complotto. “Le carte del golpe”, ha titolato nei giorni scorsi Il Giornale, diretto da Alessandro Sallustri.

L’audio del giudice Franco è stato pubblicato direttamente in casa Mediaset dalla trasmissione di Nicola Porro Quarta Repubblica (Rete 4), che anche lunedì ha dedicato un’oretta del programma al caso per introdurre un altro “scoop”. Ossia il video di tre testimoni, i quali riferiscono di parole offensive contro Berlusconi pronunciate dal giudice Antonio Esposito (presidente del collegio feriale di Cassazione, che parla di “grave diffamazione” e annuncia querele anche contro la trasmissione). E così le tre testimonianze, con l’audio del giudice e altro ancora, come una sentenza civile che poco c’entra con il processo Mediaset, per alcuni sono le prove per dimostrare che quello che ha giudicato Berlusconi è stato un “plotone di esecuzione”, per usare le parole di Franco. Tanto prove però non sono. Ecco perché.

I testimoni e l’hotel di ischia

Partiamo dunque dall’ultimo “scoop”. Si tratta della testimonianza di tre dipendenti di un albergo di Lacco Ameno sull’isola d’Ischia, di proprietà della famiglia del senatore di Forza Italia Domenico De Siano, dove il giudice Esposito in passato ha trascorso alcuni giorni di vacanza. “Esposito spesso chiedeva di chi fosse la struttura alberghiera ed io rispondevo di De Siano (…). La sua risposta in napoletano era: ‘Ah sta con quella chiavica di Berlusconi’”. In un’altra occasione, “(…) nell’incontrarmi (…) affermava che prima o poi avrebbero arrestato sia il mio datore di lavoro che il Berlusconi”, racconta uno dei testimoni. Esposito ha sempre negato di aver pronunciato quelle frasi. Piccolo particolare, i verbali dei tre lavoratori sono stati raccolti nell’aprile 2014 attraverso le indagini difensive di un legale di Berlusconi e sono stati allegati al ricorso a Strasburgo. Come ha rivelato Il Fatto, poi, su quei verbali è stata aperta un’indagine della procura di Napoli, nata proprio dopo un esposto di Esposito, il quale, tra le altre cose, ha chiesto anche di accertare se nei confronti dei tre testimoni “sia ravvisabile l’ipotesi di false informazioni al pubblico ministero”. Richiesta ribadita anche in un’integrazione di memoria presentata qualche giorno fa a Napoli. Sul procedimento incombe la prescrizione.

La sezione feriale e la prescrizione

Da giorni si discute anche della prescrizione e sul perché il processo sia stato affidato alla sezione feriale della Cassazione. Che la prescrizione scattasse il primo agosto 2013 non è una data inventata, bensì è quella riportata sul frontespizio del fascicolo della III sezione penale della Cassazione, quella del giudice Franco, che il 9 luglio 2013 invia il fascicolo alla sezione feriale con la scritta tutta maiuscola “URGENTISSIMO”.

Nei giorni scorsi un altro giudice di quel collegio, Claudio D’Isa, ha fugato ogni dubbio: “Le tabelle stabiliscono le assegnazioni, in automatico. Non c’è discrezionalità. Chi parla di una scelta di giudici fatta apposta per far condannare Berlusconi, dice un falso eclatante”.

La decisione del tribunale civile

Il tormentone dei berluscones è che ci sia una sentenza del tribunale civile di Milano, mandata a Strasburgo ad aprile, che “ha demolito”, “raso al suolo” la condanna di Berlusconi. Non è affatto così. Quella sentenza, del giudice Damiano Spera, decima sezione civile del tribunale di Milano, non parla del processo Mediaset ma di un altro: Mediatrade, da cui Berlusconi esce in udienza preliminare con un proscioglimento poi confermato dalla Cassazione nel 2012, mentre per il filone romano ne esce definitivamente nel 2013. Mediatrade è il processo che ha esaminato le compravendite di diritti cinematografici, per l’accusa fittizie, attraverso il produttore Frank Agrama, dal 2000 al 2005. Invece, il processo Mediaset sopravvissuto alla prescrizione, riguardava fatti fino al 1999, con dichiarazioni fraudolente 2002-2003, da qui la condanna definitiva di Berlusconi per frode fiscale da 7 milioni e 300 mila.

Il verdetto di Franco nel 2014

Chi vuol far passare Berlusconi per una vittima di un complotto politico-giudiziario sostiene che, tra le varie prove, c’è una sentenza del 2014 della terza sezione penale della Cassazione, relatore proprio Amedeo Franco. È una sentenza in cui si stabilisce che, in caso di dimissioni dalla carica di amministratore delegato, prima della compilazione della dichiarazione dei redditi, un soggetto non possa essere perseguito se privo di cariche societarie al momento dei fatti, come Berlusconi. Ma il processo Mediaset è tutt’altra cosa, come evidenziato dalla stessa Cassazione costretta, dalle polemiche già all’epoca, a emettere un comunicato tecnico per specificarlo. In sostanza, si tratta di due fattispecie diverse. Il processo Mediaset è caratterizzato dalle cosiddette frodi carosello. Per Berlusconi non era una questione di cariche societarie. Secondo i giudici di merito di Milano, confortati dalla Cassazione, è stato Berlusconi, anche da presidente del Consiglio, “a perpetuare il meccanismo dei costi gonfiati, durante la compravendita dei diritti Tv, per costituire fondi neri all’estero di cui era l’unico beneficiario”. Per non parlare della prescrizione, accorciata grazie a una delle leggi ad personam, la ex Cirielli, che ha cancellato dal processo il falso in bilancio e l’appropriazione indebita. Dei 368 milioni occultati al fisco negli anni ne “sopravvivono” per la condanna soltanto 7,3.

L’intervista al mattino, Esposito assolto

“Mai visto in 35 anni un giudice che anticipa le motivazioni di una sentenza”, ha detto in tv l’avvocato Gian Domenico Caiazza a proposito di un’intervista del 2013 a Il Mattino del giudice Esposito dal titolo “Berlusconi condannato perché sapeva non perché non poteva non sapere”, come se il giudice avesse anticipato le motivazioni. La procura generale della Cassazione lo sottopose a un processo disciplinare di “violazione del dovere generale di riserbo”, ma Esposito ne è uscito con un’assoluzione, a dicembre 2014, della sezione disciplinare del Csm. Nelle motivazioni si legge che in quella intervista non disse nulla di più di quanto già risultasse dal dispositivo della sentenza e per di più l’intervista, rilasciata al giornalista Antonio Manzo, fu manipolata: “L’alterazione emerge in tutta la sua gravità se si considera che il testo era stato trasmesso via fax al dott. Esposito per una verifica preliminare” ma “non conteneva la domanda relativa al motivo della condanna” di Berlusconi.

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