La satira, lo sfottò fascistoide e il senso delle lasagne

Da Charlie Hebdo al caso Floyd

(di Daniele Luttazzi – Il Fatto Quotidiano) – Se sei un nero, guardi all’America in un modo un po’ diverso. Guardi all’America come a uno zio che ti ha pagato il college, ma ti ha molestato. – Chris RockLe proteste anti-razziste che stanno animando le piazze del mondo dopo l’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto a Minneapolis hanno smosso le coscienze, e imposto una maggior consapevolezza dei dispositivi sociali che creano e promuovono disuguaglianze. Fra le conseguenze, la rimozione dalle piattaforme BBC e Netflix della serie comica “Little Britain” (2003-2006), nei cui sketch venivano perculate minoranze etniche (addirittura con scenette in blackface), persone disabili, e travestiti, perché “i tempi sono cambiati”. I due autori/interpreti della serie, David Walliams e Matt Lucas, si sono detti dispiaciuti (“Era sbagliato”). Lucas ha aggiunto: “Oggi non farei quello show. Urterebbe il pubblico. Facevamo un tipo di comicità più crudele di quella che facciamo oggi”. Era davvero solo comicità crudele? Erano davvero solo altri tempi? Nell’Inghilterra d’inizio millennio, quella serie sfogava sulle minoranze la rabbia del ceto medio per l’arretramento sociale causato da anni di liberismo thatcheriano, e infatti ebbe successo; ma già allora c’era chi trovava repellente il suo razzismo (“considerare l’altro inferiore a te perché è diverso da te”). Parlare solo di “cattivo gusto”, come si fa spesso in questi casi, è però inadeguato alla bisogna, perché de gustibus non est disputandum, quindi c’è chi ne approfitta per sdoganare le proprie pratiche disumane, lucrandoci su da impunito. Uno strumento utile per giudicare la prassi divertente è il gradiente A) satira > B) cinismo > C) fare il cazzaro > D) fare lo stronzo > E) sfottò fascistoide. Un comico può scivolare dalla satira (colpire il carnefice) in direzione dello sfottò fascistoide (colpire le vittime vere di un carnefice vero), attraverso uno dei tre momenti psicologici che li separano: cinismo (mostro insensibilità al dolore altrui), fare il cazzaro (banalizzo il dolore altrui), fare lo stronzo (scherzo sul dolore altrui). Nel 2016, l’autore di una famigerata vignetta pubblicata da Charlie Hebdo (Fig. 1) sghignazzò da cinico e/o cazzaro e/o stronzo (decidete voi), sul terremoto che devastò L’Aquila e i paesi vicini, con centinaia di morti. Chi s’indignò per quella vignettaccia aveva tutte le ragioni; ma non bisognava invocare la censura, come fecero alcuni: libero lui di fare la testa di cazzo, liberi noi di dargli della testa di cazzo. La satira è un giudizio innanzitutto su chi la fa. Questo mio commento suscitò reazioni, obiezioni e domande che rivelavano una certa confusione pubblica sulla satira e sui suoi fondamentali. Esaminiamole una per una.

“La satira non è giudicabile”. Sbagliato. La satira è un punto di vista. In quanto tale, è opinabile. Lo è inevitabilmente. La satira nasce con Aristofane come giudizio sui fatti, assumendo nelle sue commedie la forma di un processo o di una gara o di una decisione: l’esito della vicenda esprimeva il giudizio negativo di Aristofane su questo o quel personaggio. Ogni atto satirico è l’esito di una decisione/giudizio dell’autore, e rivela la sua cultura e la sua ideologia. Per lo stesso motivo, possiamo condividere il giudizio negativo di Aristofane sul demagogo Cleone, e non condividere quello su Socrate: è un giudizio sul contenuto satirico, e dipende dalla nostra cultura e dalla nostra ideologia.

“La satira può essere giudicata solamente dalle intenzioni dell’autore”. Sbagliato. Il risultato non sempre corrisponde alle intenzioni. Soprattutto, non puoi attribuire all’autore un’intenzione che non ha espresso. Questo è un errore di ragionamento piuttosto comune, ma in Italia non si insegna a riconoscerlo, a differenza di quanto accade nel mondo anglosassone, dove venne individuato negli anni ’30: si chiama fallacia intenzionale ed è, come altre cose non più accettabili, un retaggio del Romanticismo.

“Il vignettista francese non ce l’aveva certo con le vittime”. Altra fallacia intenzionale. Come un risultato artistico può non corrispondere alle intenzioni dell’artista, così un satirico può scivolare dalla satira verso lo sfottò fascistoide, facendo il cinico, il cazzaro, lo stronzo.

“La vignetta denunciava il malaffare italiano”. Altra fallacia intenzionale. Non si può attribuire alla vignetta un bersaglio che nella vignetta non c’è. E quelli di Charlie Hebdo sapevano che si trattava di una vignetta immonda, infatti l’hanno pubblicata nella pagina delle “vignette impubblicabili”: una vecchia furbata, che però non bastò a frenare la giusta indignazione. La toppa peggiore del buco fu la vignetta riparatoria (Fig. 2) che tirava in ballo la mafia. Riferimento che non c’è nella prima vignetta. Charlie Hebdo sbagliò. Succede.

“Tu mi hai insegnato l’irriverenza. La satira deforma, informa e fa quel cazzo che le pare. L’hai detto tu”. Hai imparato l’irriverenza, ma non il corollario, l’assumersi la responsabilità dei propri atti satirici. La satira fa quel cazzo che le pare e non può essere censurata, ma questo non significa che sia infallibile, o immune da critiche. Può diffamare o fare apologia di reato, per esempio, e allora interviene la legge. Oppure può diventare un’altra cosa e farsi beffa di vittime, e allora interviene la riprovazione sociale. In quella vignettaccia c’è solo sghignazzo. Atroce perché fatto sui morti. Se ti piace questo genere di cose, questo dice molto di te. La vignettaccia contiene un errore tecnico e una perversione ideologica. Mauro Biani, sul manifesto, riassunse l’errore tecnico con questa battuta: “C’è un francese, un italiano e un tedesco. Viene il terremoto. L’italiano pasta, il francese senza bidet, il tedesco freddo.” Pascalino Miele, invece, evidenziò la perversione ideologica con un esempio di possibile vignettaccia sulle stragi in Francia: una foto dei cadaveri al Bataclan con la didascalia “Fois gras”. (In questo caso sarebbe sfottò fascistoide, perché si schiera implicitamente con i terroristi carnefici.) Fu ben diversa la vignetta che Charlie Hebdo pubblicò dopo quella strage (Fig. 3): lo sfottò grottesco (di quelli che suscitano la “risata verde”, ne parleremo) era contro i terroristi, non contro le vittime. Questa vignetta abbraccia le vittime in un Noi che invece manca nella vignettaccia sulle lasagne: chi parlò a quel proposito di razzismo non aveva torto.

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