Servi si, sovrani mai

(Anna Lombroso per il Simplicissimus) – In fondo ci eravamo già passati altre volte: tanto per dire, un paese letargico, quando il principale partito di opposizione scelse di condurre una campagna elettorale non pronunciando mai il nome del competitor, preferendo la damnatio all’esercizio di critica e progettualità,  decise di scendere in piazza per lanciare l’anatema contro il puttaniere compulsivo, e non contro l’autore di leggi ad personam, l’incarnazione vivente del conflitto di interesse, il golpista che finanziava i G8 come fossero le sue “cene eleganti”.

Con il gusto di galleggiare in superficie che caratterizza ormai la pubblica espressione di indignazione, ecco che la disapprovazione contro i manifestanti del 2 giugno concerne l’ostentazione della militanza No-Mask e la irresponsabile promiscuità, resa paradossale dalla richiesta degli stessi proponenti, in veste di cabarettisti dell’assurdo, rivolta a potenziali fan, di partecipare solo virtualmente  e da quella invece indirizzata alla stampa, accolta con entusiasmo: vedi mai che si facciano scappare l’occasione di immortalare  l’imbecille del selfie senza bavaglio alla pari solo con il presidente di regione che ne vuol fare il must dell’estate 2020.

Così tutti quelli che hanno fatto il loro vessillo della richiesta pressante di cancellare quella vergogna nazionale rappresentata dai decreti sicurezza –  solo quelli di Salvini:  quelli del predecessore erano stati graditi avendo ragionevolmente legittimato il diritto ad aver paura del diverso, ingombrante, molesto e che per giunta pregiudica con l’offesa al decoro la reputazione all’estero –  oggi ne reclamano la doverosa applicazione a scopo sanitario e come ammonimento pedagogico alla responsabilità collettiva, che è stata magistralmente esercitata stando sul divano due mesi e mezzo e lasciando andare ad esporsi a ressa e contaminazione qualche milione di connazionali, selezionati tra martiri e eroi destinati per spirito di servizio a sacrificarsi in nome della pagnotta.

E pure quelli che hanno messo in guardia contro il loro inasprimento reso necessario per fronteggiare l’emergenza sanitaria, quelli che ne hanno criticato la discrezionalità arbitraria adottata contro irriguardosi runner, reclamano con la schiuma alla bocca una feroce coercizione repressiva contro la cialtronaggine dei fascisti attuata a colpi di tosse, possibili goccioline eretiche e sternuti insurrezionalisti, con la stessa determinazione con la quale Confindustria e sindacati allineati hanno chiesto ai primi di marzo di sedare le insane manifestazioni dei lavoratori scesi in sciopero per esigere quei dispositivi di sicurezza “temporanei” e quelle procedure nei luoghi di lavoro o nei mezzi di trasporto,  senza i quali in altri contesti non si poteva portar fuori il cane o approvvigionarsi al supermercato, pena la morte certa.

Così questa declinazione di antifascismo della profilassi chiede a gran voce che lo Stato intervenga per bollare, reprimere e perseguire come non fa da più di 70 anni avendo a disposizione strumenti giuridici acconci a mettere all’indice fenomeni sia nostalgici che sottoposti a restyling.

Eh si, lo Stato perché mica si può chiedere anche questo onere al miglior governo possibile  impegnato prima con le elargizioni del Cura Italia, a stanziare  3,2 miliardi per il Servizio sanitario nazionale, a sostegno con 1,4 miliardi dei fabbisogni delle aziende del settore, sia quelle pubbliche sia quelle private convenzionate, e con  1,65 a incrementare il fondo pluriennale per le future emergenze nazionali, in attesa delle risorse in prestito dall’Ue che ripagheremo con i tagli alla sanità.

Poi  con il Decreto Liquidità, con generosa distribuzione di fondi per l’internazionalizzazione,  all’esportazione e agli investimenti delle imprese, anche in termini di garanzie offerta alle aziende dell’inveterato tradimento.

Infine con il Decreto Rilancio che a fronte di  una caduta dell’8% del Pil crea l’illusione di poter approfittare di un ulteriore indebitamento grazie alla provvisoria sospensione di Maastricht e del Fiscal Compact, che dovremo risarcire con interessi e rinuncia a garanzie, beni comuni e diritti, escludendo dai “benefici” a pronto rimborso quelli che finora sono sopravvissuti ai margini, in una macedonia di lavoretti, di espedienti perlopiù invisibili e sommersi, già alla fame.

Eh si, lo Stato perché mica si può chiedere al Ministero dell’Interno, occupato a una virtuosa conversione dell’ordine pubblico in sorveglianza dei comportamenti di individui indisciplinati, mentre perpetua la vigenza delle ampie misure dle predecessore, comprese le intese con i despoti sanguinari che dovrebbero ripararci dalle invasioni. Mica si può chiedere al Ministero della Giustizia l’applicazione nei luoghi deputati di quelle misure di tutela delle istituzioni e delle sue sedi, officiate nei tribunali della rete e preso com’è da altri contenziosi “interni”.

E nemmeno  al Presidente Mattarella, l’augusta sagoma cartonata che prende vita solo per richiamare a una unità nazionale, continuamente rotta e interrotta da diktat padronali interni e extraterritoriali, e intesa alla criminalizzazione del dissenso, né tantomeno alle autorità di eccezione istituite per scavalcarle le istituzioni, incaricati di dare copertura emergenziale  alla deroga esecutivo-amministrativa monocratica.

Adesso è tornato in auge lo Stato, finora temuto e odiato in veste di Moloch o Leviatano, elemosiniere dei ricchi e esattore dei poveri,  chiamato di volta in volta a punire più che premiare, a legittimare le scelte  dell’Esecutivo, autorizzando perfino la suicida cessione di poteri, competenze e sovranità.

Adesso invece dopo l’evidente fallimento della consegna di interi settori ai privati, dopo l’inadeguatezza, impotenza e incapacità delle articolazioni territoriali, che con impudenza continuano a reclamare ancora maggiore autonomia, perfino i sacerdoti del neoliberismo cominciano a invocare la  necessità di un ruolo più attivo, anche mediante  interventi diretti,  dello Stato in economia, al fine di ridurre le disuguaglianze e di contrastare gli effetti distorsivi della globalizzazione, indispensabile anche per trovare un posto in un mondo multipolare dove è in atto una guerra tra potenze: singoli stati o  blocchi di stati per dividersi mercati, risorse, territori e masse di forza lavoro.

Ci sarebbe da compiacersene se davvero  si superassero gli interessati pregiudizi che uniscono nell’adorazione dello status quo senza alternativa e in un unico fronte il progressismo del bon ton, quella che si compiace di definirsi “sinistra radicale” ormai schierata con le élite liberali nella crociata morale e culturale contro “populismi” e “sovranismi”, termini ineluttabilmente assimilati alla comunicazione e alla propaganda della destra.

Ci sarebbe da compiacersene se quelli che inalberano sui profili le immaginette delle lotte si batte di popolo, curdi, sudamericani, africani, quando torna dall’esilio del suo immaginario qui da noi dall’altro non associasse  l’idea di Stato, di patria e di nazione al fascismo, quelli che pensano che sia una doverosa concessione di identità il temporaneo permesso di soggiorno in cambio  dello sfruttamento nei campi, ma che al tempo stesso considera inevitabile la sua rinuncia per migliaia di quasi un milione di emigranti italiani andati all’estero a cercar fortuna.

Ci sarebbe da compiacersene se non fosse l’ultima spiaggia cui guardare dopo il naufragio di ogni ipotesi di salvezza dalla servitù ideologica e culturale che si è ispirata al vocabolario della meritocrazia e della competizione, che si è accontentata della rivendicazione delle “libertà civili”  disarticolate da quell’edificio di diritti sociali che di credevano inalienabili e conquistati ormai invece manomessi,  che ha legato il benessere di tutti distribuito come una polverina della provvidenza in virtù dello sregolato   movimento dei capitali e delle merci e della tutela degli interessi privati e delle imprese  a condizione dell’abiura alle conquiste e alle garanzie dei  lavoratori, frutti tutti questi  della eclissi del ruolo dello Stato nella regolazione dei processi politici, economici e sociali.

Qualcuno ha pensato che la sovranità di uno Stato potesse essere costituita e difesa dall’energia vitale di una moltitudine di individui liberi e uguali che si uniscono per difendersi e salvaguardarla senza rinunciare alla propria libertà naturale. Adesso l’unica prerogativa concessa e non a tutti è la conservazione del buono stato di salute, certificato da mascherina, tamponi e vaccini.

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