I Migliorissimi

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Non bastando quella dell’Innominabile, un’altra catastrofe letteraria sta per abbattersi sulle librerie italiane (e di riflesso sulla foresta amazzonica): quella di Beppe Sala, lubrificata a edicole unificate dai giornaloni. Il Corriere l’ha affidata alla lingua vellutata di Aldo Cazzullo, Repubblica l’ha fatta turibolare da tal Enrico Letta (giovane pubblicista di belle speranze soltanto omonimo dell’ex presidente del Consiglio), La Stampa ne ha pubblicato il brano più pregnante dal titolo “Non dobbiamo più temere di governare” (sottinteso: sono i cittadini a dover temere di essere governati da noi). Ne emerge un Sala di estrema sinistra, che votava già Pci e mai tradì “gli antenati del Pd” (infatti fu scelto in Pirelli come manager dal ramo trotzkista della famiglia, dove alla grisaglia del cumenda preferiva l’eskimo, e poi come city manager e commissario di Expo da Letizia Moratti, celebre reincarnazione di Anna Kuliscioff), insomma il filosofo anzi il teologo di “una sinistra spirituale” (parole sue) che ora “parla a chi continua a cercare in politica la formula magica per unire il sogno con la realtà”, a mezzadria fra Moro, Dossetti e Prodi (parola di Letta jr.).

Nessun accenno, ci mancherebbe, ai buchi e alle retate di Expo2015. Né a quella quisquilia della condanna a 6 mesi per falso in atto pubblico. Né alle vaccate dette e fatte sul Coronavirus, quando invitava i milanesi ad ammassarsi negli apericena, contribuendo alla diffusione del virus, come se non bastassero quegli altri geni di Fontana&Gallera. Altrimenti non potrebbe distribuire patenti di competenza al governo. Che sì, per carità, fa quel che può, ma ora ci vuole un bel rimpasto per “mettere in campo i migliori”, “persone che abbiano una storia alle spalle, che abbiano gestito organizzazioni complesse”. Tipo lui. Chi ha letto qualche libro sa che il governo dei migliori si chiama da parecchi millenni aristocrazia ed è lievemente incompatibile con la democrazia. Ma noi, gente semplice, quando sentiamo “governo dei migliori”, ci domandiamo subito chi sarebbero costoro e chi dovrebbe deciderli. Nel 2011, quando B. ci fece la grazia di defungere politicamente, speravamo di votare. Ma un anziano monarca seduto al Quirinale decise che non fosse il caso di farci scegliere chi dovesse governarci: temeva che scegliessimo i peggiori. E ci pensò lui: dal suo cilindro uscirono Monti, Fornero, Passera e altri migliori che in un anno e mezzo riuscirono a far rimpiangere i peggiori. Tant’è che nel 2013 il M5S passò da 0 al 25,5%, pareggiando col Pd: Re Giorgio dovette farsi rieleggere per ricacciarli indietro e piazzare Letta jr., B., Alfano e altri migliorissimi.

Poi vennero l’Innominabile&famiglia con Verdini incorporato. Che si convinsero di essere talmente migliori da non accorgersi che gli elettori li schifavano come peggiori, almeno finché non lo scoprirono dalle urne del 2018. Lì vinsero i peggiorissimi, che espressero un premier degno di loro: quello che ci ha portati fuori dalla pandemia e gode di vasti consensi (diversamente dal migliore Macron, praticamente estinto), ma è ovviamente inviso ai migliori. Che passano i giorni ad architettare governi dei migliori. Non c’è solo Sala: c’è pure Calenda, cioè la prova vivente del fatto che “democrazia significa governo degli incolti, mentre aristocrazia significa governo dei maleducati” (G. K. Chesterton). L’altra sera quell’anima in pena di Carletto, che vanta più ospitate in tv che voti, parlando del governo scuoteva la capa e il doppio mento con l’aria di chi la sa lunga: eh no, signora mia, così non va, “ci vuole un governo dei migliori”. Via Conte, “troppo trasformista”: meglio uno lineare come Calenda, che stava in Confindustria, in Ferrari, in Italia Futura con Montezemolo, nella Lista Monti, nei governi Renzi e Gentiloni, nel Pd da renziano e poi da antirenziano e ora è in Azione (di cui è fondatore e unico esponente).

E i ministri migliori? Risatina di sufficienza, come a dire: ci ho la fila sotto casa, basta chiedere. Anzitutto Giorgetti, quello che due anni fa aveva già capito tutto della sanità pubblica (“Ma chi ci va più dal medico di base?”). Poi Zaia (che però fa il presidente del Veneto, sta per essere rieletto e non parrebbe proprio interessato). Ma anche Bonaccini (appena rieletto presidente dell’Emilia-Romagna e dunque anche lui ansioso di entrare nel governo Calenda che, ove mai nascesse, crollerebbe in giornata). E altri due nomi che ti vengono in mente appena pensi ai migliori: il meloniano Crosetto, passato da sottosegretario alla Difesa alla presidenza Aiad (aziende del ramo difesa); e la forzista Gelmini che, non paga di aver tentato di abbattere la scuola pubblica riuscendoci solo in parte, sta ancora cercando i neutrini nel tunnel Gran Sasso-Cern. Chi dovrebbe sostenere in Parlamento questo governo dei migliori, né Sala né Calenda lo spiegano, anche perché in Parlamento non siede né l’uno né l’altro. Però ne parlano, col mignolino alzato all’ora del tè. E tutti gli vanno dietro, più per noia che per convinzione. Poi, quando si arriverà al dunque e si vedranno le carte, si scoprirà che i migliori sono dei peggiori che non ne hanno mai azzeccata una e nessuno si filerebbe se non si spacciassero per migliori. Con una sola eccezione, come diceva Montanelli: “L’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto è il bordello”.

11 replies

  1. “L’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto è il bordello”
    valeva la pena di arrivare in fondo solo per questo

    per il resto leggere di Sala, Calenda, i due Cazzari e la coatta è come assistere all’ennesima reclame in tv, la maggior parte delle volte tolgo l’audio.

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  2. Calenda è, senza volergli fare torto, il classico signor Nessuno, ovviamente dagli ottimi natali… Non si capisce come mai di 60 milioni di italiani a tenere banco in tv tutte le sere ci debba essere proprio lui. Dove ha messo bocca o mano ha fatto disastri: Ilva docet…
    Da lì si capisce che la nostra democrazia, dove sei costretto ad ascoltare ad ora di cena sempre e solo le solite voci, peraltro cacofoniche, e quei brutti volti ingrugniti, non debba essere una cosa seria.
    Sala è un altro campione della casa che si sente così forte (cioè spalleggiato da Cairo & friends) che è riuscito pure a fare l’endorsement a Vittorio Colao al governo… ieri sera la Gruber ne ha fatto un elogio sperticato: “la sua bravura di sindaco”… ma non si capisce perché!
    Che cosa ha fatto di così straordinario da meritarsi una simile incensatura? Poche ore e Travaglio stamane ce lo ha spiegato…

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  3. “… mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo e quaquaraquà.”
    A quale categoria appartengono i nostri eroi Sala e Calenda?
    Non cedo ci siano dubbi che sia l’ultima.

    Quaquaraquà: termine fonosimbolico della lingua siciliana che riproduce il verso dell’anatra, ormai in uso comune nella lingua italiana.
    In entrambe significa persona molto loquace ma priva di capacità effettive e per ciò poco affidabile.

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  4. Travaglio è un grande giornalista per il semplice fatto che quello che scrive corrisponde perfettamente alla realtà. In più ci mette la sua ironia che non dà scampo a nessuno. La sua capacità di ridicolizzare i politici è incredibile, ti fa ridere e allo stesso tempo ti mette tristezza.

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  5. Travaglio è un grande giornalista per il semplice fatto che tutto ciò che scrive corrisponde perfettamente alla realtà. In più la sua capacità di ridicolizzare i politici è incredibile. Riesce a farti ridere e nello stesso tempo ti mette tristezza, perché ti fa capire la pochezza morale e intellettuale di questi soggetti.

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    • “parlando del governo scuoteva la capa e il doppio mento con l’aria di chi la sa lunga”

      … ma nulla era peggio del cane poggiato sul lunotto posteriore dalla testa ciondolante, che a prescindere la muoveva sempre e a cazzo e non si riusciva mai a capire se dicesse si o no
      ma piroettava con moto perpetuo … solitamente trattavasi di una bestiola di pelouche con occhio girandolato e testa vuota con contrappeso a livello giogaia che dava a tutto l’insieme un aspetto kitsch

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