Sognate cappuccino e cornetto? Dovete aspettare almeno fino al 18 maggio

(Paolo Russo – la Stampa) – Tirato per la giacca dai governatori veneti ed emiliani, pronti a far ripartire le loro imprese già il 27 aprile, strattonato dagli industriali che le fabbriche vorrebbero riaprirle ovunque, confuso dal bisbiglio di qualche scienziato pronto ad accendere in anticipo il semaforo verde della ripartenza, alla fine il premier Giuseppe Conte ha deciso: fino al 4 maggio non riparte proprio un bel nulla. Il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli intanto non esclude l’ ipotesi della riapertura per regioni: «Nelle zone con un numero inferiore di persone positive è più facile valutare la catena dei contatti».

A convincere il presidente del Consiglio a frenare alla fine è stata la moral suasion del ministro della Salute, Roberto Speranza e della maggioranza del comitato scientifico, capitanata dal presidente dell’ Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro. Con troppi tasselli ancora mancanti il rischio di avviare la fase 2 «senza rete» sarebbe stato troppo alto, gli è stato fatto capire.

Manca ancora la App che con il tracciamento dei possibili contagiati può far spegnere sul nascere i nuovi focolai e lo stesso Speranza ha pronto un piano di cinquemila assunzioni di medici e infermieri per potenziare i dipartimenti di igiene delle Asl, che avranno un ruolo cruciale nel controllare sul territorio l’ infezione.

Proprio quello che è venuto a mancare nella fase uno dell’ emergenza, dove la risposta l’ hanno dovuta dare quasi solo gli ospedali. E poi bisogna dare tempo alla task force di Colao per stendere il suo piano, che Conte ha chiesto di poter vedere in anticipo rispetto alla data prefissata del 25 aprile. Ma le linee portanti ci sono già. Le ipotesi Prima partiranno le industrie, senza fare troppe eccezioni, ma rispettando rigorosamente le norme di sicurezza già messe nere su bianco dai protocolli sottoscritti da sindacati e imprese.

Quindi riprogrammazione delle filiere produttive in funzione del distanziamento sociale, chiusura dei reparti non indispensabili e delle mense, mascherine per tutti e turni di lavoro più flessibili per evitare rischiosi assembramenti. Anche e soprattutto nella fase di trasporto da e per il lavoro. E qui arriva la fase due del piano.

I picchi di traffico, che uno studio Inail individua tra le 7.20 e le 8 e dopo le 18, dovranno essere evitati allungando gli orari di lavoro, con più turni brevi, che possono ricomprendere anche i sabati e le domeniche. Poi porte riservate solo alle uscite e alla salita su bus e metro, posti a sedere alternati e limite massimo di persone consentito sui mezzi pubblici con l’ utilizzo di “contapersone” o il ritorno ai vecchi controllori. E via anche i tornelli della metro che rischiano di creare altri assembramenti.

Il secondo step Fatte ripartire le fabbriche sarebbe poi la volta di attività commerciali, bar, ristoranti e forse stabilimenti balneari. Ma per queste riaperture, rimarcano al Ministero della Salute, bisognerà attendere altri 15 giorni, in modo da poter valutare l’ impatto delle prime riaperture industriali sull’ epidemia. Insomma, per andare in spiaggia, fare shopping e chiedere il menù bisognerà attendere il 18 maggio. Se i contagi non faranno le bizze.

Il bollettino Per ora quelli diramati dalla Protezione civile restano stabili.

Scendono, ma di poco i nuovi casi, che sono ora 3.047, circa 450 in meno del giorno prima, con un trend di crescita sceso all’ 1,7%. Calano anche i decessi, 443 contro i 482 di sabato. Ma quel che più conta si alleggerisce ancora il peso sulle terapie intensive, dove si liberano altre 98 postazioni, mentre i guariti marciano sempre al ritmo di oltre duemila al giorno. Superano la soglia degli 80mila i positivi al Covid con sintomi lievi o asintomatici e in quarantena domestica.

Per chi di loro non è nelle condizioni abitative da evitare rischi di contagio intra-familiare la Protezione civile è pronta ad offrire una sistemazione in hotel, mentre le unità sanitarie territoriali anti-Covid, istituite però solo nella metà delle regioni, dovranno garantire loro cure e controllo dei parametri vitali.

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