Parla l’intellettuale di destra: “Adesso il governo potrà avereposizioni nazional-europeiste e meno atlantico-occidentali”

Marcello Veneziani

(di Concetto Vecchio – repubblica.it) – ROMA – Marcello Veneziani, intellettuale di destra, lei Trump non l’ha mai amato.

«Non l’ho mai amato come personaggio in sé. Rappresenta un mondo che non è il mio. Basti vedere la setta che gli sta intorno nella sala ovale, anche se in campagna elettorale l’avevo seguito inizialmente con un certo sostegno per le cose che diceva contro la cultura woke e per le promesse di pace e ritirata degli Usa dagli scenari mondiali».

Come spiega la disfatta?

«La ragione principale è che il mondo conservatore gli ha voltato le spalle spaventato».

Cosa ha atterrito i moderati?

«Avevano votato per Trump perché prometteva più America e meno mondo, quindi meno guerre e più economia, e lui ha fatto esattamente il contrario: ha messo i dazi, ha fatto la guerra all’Iran, ha minacciato mezzo mondo, e avallato la politica dissennata di Netanyahu».

Quanto ha contato il mancato equilibrio dell’uomo?

«Eviterei di entrare nella sua testa, e di esprimere giudizi psicopatologici. Ha un ego sconfinato, con tratti umani sgradevoli».

Lei che aspettative aveva?

«Era il momento di finire la guerra in Ucraina e di liberarsi dall’America arbitro del mondo. Era l’occasione per lasciare l’Europa al suo destino, mettendo fine a quell’invadenza per cui noi siamo sempre i collaboratori domestici degli Stati Uniti».

Giorgia Meloni aveva scommesso tutto su Trump.

«Ma per realpolitik più che altro. Credo che avesse avuto un maggiore feeling con Biden nonostante fosse democratico. Trump se l’è fatto piacere».

Meloni veramente ha pensato a lungo di fare da tramite tra l’America e l’Europa.

«Ma l’assist migliore che gli ha dato Trump è stato quando l’ha attaccata. C’è stato un periodo in cui sosteneva la sua candidatura a Nobel della pace, ma questo lo avrebbero fatto probabilmente anche altri presidenti del Consiglio, per la regola che l’Italia non è mai ostile al presidente americano in carica».

Cosa deve fare Meloni ora?

«Sta mantenendo la sua linea di realismo politico. Non esprime commenti. Accetta la realtà così com’è. Però sotto sotto credo che l’indebolimento di Trump non le dispiaccia».

Addirittura?

«Sì, perché le permette di assumere una posizione più nazional-europeista e meno atlantico occidentale».

Che giudizio dà di questi quattro anni di melonismo?

«Guardi, sono piuttosto freddo e ormai distaccato sul piano politico».

Lei è tra i pochi intellettuali di destra che non è entrato nel totonomi.

«Mi sono sottratto volontariamente».

Perché?

«Perché a una certa età si valuta come vivere al meglio gli ultimi anni della propria vita, e io ho preferito concentrarmi sulla mia attività di scrittore».

Ma adesso può cambiare molto. Cosa si aspetta dalla destra, nel rapporto con l’Europa e col mondo?

«Mi aspetto solo navigazione a vista. Cosa attendersi da un fantasma chiamato destra? Il che vale anche per la sinistra. Sono etichette che non hanno più senso. Prevarrà sempre più una visione tattica più che strategica, fondata sulle opportunità più che sulla geopolitica».

I giornali della destra dopo il crollo di Trump attaccano i candidati democratici musulmani.

«Io ho sempre distinto tra la minoranza fanaticamente motivata e ostile nei confronti dell’Occidente, rispetto alla maggioranza, un mondo che magari non ci ama, ma da qui a considerarlo in guerra con noi ce ne corre».

Perché allora soffiare sul fuoco delle ostilità?

«I fenomeni di ostilità che abbiamo avuto risalgono a due matrici: flussi migratori incontrollati o minoranze di terroristi. Non c’è mai stato uno Stato islamico che abbia deciso di aprire le ostilità nei confronti dell’Italia o dell’Europa. Per me il pericolo islamico esiste, ma come ne esistono altri, forse anche maggiori».

L’ultimo suo libro si chiama “Homo Alien. La sostituzione dell’umano in nove tappe” (Marsilio). Vede nel tecnocapitalismo uno dei pericoli?

«Figure come Musk, Thiel, o lo stesso Trump incarnano una visione inquietante del futuro, soprattutto di chi dovrà gestirlo. E questa deriva un po’ suprematista esprime una volontà di potenza e un sovraumanismo quasi caricaturali: quello che Nietzsche chiamava “le scimmie di Zarathustra”. Ecco vedo in giro le scimmie di Zarathustra e questo mi preoccupa molto».