Molti profili proPal vivono di claque, evitano la complessità e rilanciano una narrazione senza chiaroscuri. E dietro l’etichetta c’è chi si rifà una verginità, alle spalle dei poveri palestinesi

(Gianvito Pipitone – gianvitopipitone.substack.com) – Oggi non parlo di fascisti, ma di persone che fanno professione di fede antifascista. Persone con cui, in teoria, si potrebbe avere molto in comune e con cui, invece, spesso è sorprendentemente difficile dialogare.
Questa riflessione nasce scorrendo i profili su Substack, molti dei quali sventolano fin dalla foto una bandiera palestinese e un payoff che non lascia spazio a interpretazioni. Ammetto che devo quasi mordermi la lingua – metaforicamente, se non altro – per evitare di rispondere, di entrare a gamba tesa su gran parte delle loro posture plastiche e, se mi si consente, preordinate.
Ovviamente evito di farlo sotto i loro profili, dove il confronto sarebbe quantomeno impari e lo shitstorm o l’irrisione sarebbero dietro la porta. L’unico compromesso che mi concedo è uno sfogo sul mio profilo. Esatto: me la canto e me la suono.
Se non si era capito, parlo della questione palestinese, come la si chiamava ai miei tempi. Trovo difficile non notare come molti utenti di area progressista abbiano costruito attorno al proprio profilo una sorta di conventicola chiusa del consenso: una comunità che non ammette repliche, non concede aperture di credito e non tollera un confronto costruttivo e aperto. Ovviamente, si nutre di like e ingrassa dei commenti rapiti dei follower. Tutto, in questi profili, ruota attorno a posizioni ideologiche assunte come verità a priori.
Sì, potrei citare diversi profili, alcuni anche molto seguiti, ma il punto non è fare nomi. Non mi interessa criminalizzare nessuno. Quello che a me interessa è analizzare quella postura.
In certi ambienti non è consentito parlare di Israele senza snocciolare ogni volta un preciso rosario: il “genocidio” di Gaza, il sionismo come ideologia totalizzante, l’intero popolo israeliano descritto come incarnazione contemporanea del nazismo. Con quest’ultimo passaggio che, va detto, spesso rimane implicito.
In questi contesti, non basta condannare i crimini di guerra di Netanyahu, del suo governo e le atrocità commesse durante il massacro di Gaza. Per chi si definisce orgogliosamente “propal” non è sufficiente.
Niente di nuovo, per carità. Negli anni Novanta, quando mi sono formato politicamente, esistevano già le teste calde che non ammettevano né il confronto né, figuriamoci, la sintesi. Per questo, nessuno con un po’ di sale in zucca avrebbe affidato loro l’ultima parola su questioni complesse. Erano considerati fanatici, estremisti, “compagni che sbagliano”, la frangia più intransigente del movimento.
Si sapeva, però, che esprimevano un disagio politico reale. E spesso si perdonava loro una certa dose di idealismo, oltre che di postura ideologica.
Oggi, la verità è che il massacro di Gaza, perpetrato dal governo Netanyahu, non lascia scampo a molte sfumature. Così, nell’era della polarizzazione, la marea si è ingrossata e il confine tra il sostegno alla causa palestinese e il rischio di trasformarsi in ostilità verso gli israeliani in quanto tali, è diventato sottilissimo.
Non solo. Ad assumere un nuovo significato è proprio il termine Propal. Essere propal è diventato un contenitore simbolico in cui confluiscono rabbia, frustrazione e smarrimento. Una bandiera sotto la quale molti cercano di dare un senso al proprio disagio e di sentirsi protagonisti di una battaglia che concentra in sé tutto il dolore del mondo. Quello altrui, ma spesso anche il proprio.
Si finisce così per aderire a una causa giusta che, in alcuni casi, smette di essere sottoposta a qualsiasi verifica critica.
Una domanda, per esempio, diventa quasi impronunciabile: perché la causa palestinese sì, mentre quella ucraina, quella del Darfur o le tante altre guerre dimenticate del pianeta suscitano una mobilitazione infinitamente minore?
Duole dirlo, ma in certi ambienti la patente di propal sembra passare per una semplificazione piuttosto stucchevole: basta sventolare una bandiera palestinese e dichiararsi propal per ottenere il lasciapassare morale di un mondo che preferisce riconoscere soltanto se stesso e chi la pensa allo stesso modo.
Così “propal”, accanto al suo significato originario e del tutto legittimo, quello di sostenitore di uno Stato palestinese, ne assume un altro, quasi per osmosi: antifascista. Ma anche antagonista, contro il sistema e, spesso, contro tutto e tutti.
E pazienza se, nel frattempo, quella stessa causa finisce troppo spesso per chiudere un occhio davanti ai terroristi di Hamas, arrivando talvolta a sfiorare la giustificazione del massacro del 7 ottobre 2023, quando persero la vita per mano dei terroristi più di 1200 persone. Una giustificazione che qualcuno ancora accompagna con un’alzata di spalle, come a dire: se la sono cercata.
La giovinezza, certo, si accompagna perfettamente alla rivoluzione. Chi, della mia generazione, non è cresciuto con il mito del Che Guevara? Da giovani è necessario un po’ di sano idealismo.
Ma oggi ? Siamo sicuri di aver scelto bene i nostri miti ? Oggi non mi sentirei mai di votarmi ad una giusta causa, neppure per sbaglio, senza prendere le distanze nette da tagliagole come Sinwar, Deif o Haniyeh. Senza se e senza ma.
C’è di più. Quell’idealismo non è più solo una questione anagrafica, dei giovani profili antagonisti per definizione. Perché a sostenerlo troviamo spesso comunicatori che si votano a rivoluzioni romantiche: professori, scrittori, intellettuali, guru, buoni e cattivi maestri, rivoluzionari all’acqua di rose. Sarebbe una buona notizia, se non ne nascondesse un’altra. Quale?
A causa del comportamento criminale di un governo che ha ucciso decine di migliaia di palestinesi, alcuni di loro hanno colto l’occasione per rilanciare narrazioni prive di chiaroscuri, incassando consenso con una lettura del mondo ridotta a bianco e nero. Insomma, per farla breve, alle spalle dei poveri palestinesi, ma anche di alcuni giovani propal che ci credono davvero, alcuni si sono rifatti una verginità. Un modo di stare pubblicamente al mondo che è moralmente ineccepibile e che, oltretutto, paga sui social, almeno in termini di follower.
Non mi va nemmeno di concludere con l’ormai inevitabile invito ad “accogliere la complessità”.
Mi limito a una considerazione più semplice. Così come sarebbe assurdo giudicare tutti gli arabi attraverso Hamas, consiglierei a questi divulgatori di evitare di mettere all’indice tutti gli israeliani con classificazioni sommarie. Semplicemente perché esistono israeliani che contestano Netanyahu, ne denunciano le nefandezze e lo detestano profondamente. Ne abbiamo avuto un segnale alle ultime elezioni. Ecco, piuttosto che soffiare sul fuoco contro tutti gli israeliani, bisognerà parlare con loro: almeno con quelli lucidi e democratici, con chi, dall’altra parte, continua a difendere la dignità della convivenza.
Perché, quando questo disastro sarà finito e si tornerà a discutere seriamente di diritti, sicurezza e convivenza, saranno palestinesi e israeliani a dover costruire insieme un futuro diverso.
Un futuro che, piaccia o no, continua a chiamarsi due popoli e due Stati.
L’alternativa è nota: odio, vendetta e guerra senza fine. Ossia quello che abbiamo avuto negli ultimi 80 anni.
Ora, e concludo, se il movimento Propal vuole davvero genuinamente smarcarsi dal rischio di fare, anche involontariamente, il gioco di Netanyahu e Trump, forse questo è il momento giusto per dimostrarlo, proprio ora che entrambi i dinosauri appaiono più vulnerabili sul piano politico. Non sfruttare quella debolezza per rilanciare una prospettiva che tenga conto della complessità sarebbe l’ennesima occasione perduta.
” ..perché la causa palestinese sì, mentre quella ucraina, quella del Darfur o le tante altre guerre dimenticate del pianeta suscitano una mobilitazione infinitamente minore?”
Mi sono fermato qui. Faccio così quando mi ribolle il sangue nelle vene.
Che domanda è? La risposta è già inserita nella tua domanda: ” le altre tante guerre”.
Guerra è quando ci sono almeno due eserciti contrapposti . Gaza è una città ed è stata polverizzata coi civili dentro .
Civili, cioè donne bambini anziani, scuole ospedali .. tutto raso al suolo.
È una guerra o un genocidio pianificato?
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Auguro a Pipitone che la distanza da tagliagole come Sinwar, Deif o Haniyeh (chiunque essi siano) sia la minore possibile…
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neanche un piccolo dubbio che il 7 Ottobre sia stato pianificato per poter giustificare la mattanza dei palestinesi con annesso esproprio del loro territorio
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Sopravviveremo a questa distinzione essenziale ? A me non frega se un palestinese è più o meno progressista ,conservatore, laico, credente i altro , ma il fatto che è vittima sacrificale del nostro mondo abbietto.
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“arrivando talvolta a sfiorare la giustificazione del massacro del 7 ottobre 2023, quando persero la vita per mano dei terroristi più di 1200 persone.”
Più che giustificazione, magari, si chiede VERITÀ.
Tipo che “il boia” era stato avvertito, ma ha avvicinato il rave al confine, opportunamente sguarnito, facendo arrivare i soccorsi ORE DOPO… e ha ucciso VOLUTAMENTE il 40% dei famosi 1200, secondo la direttiva Hannibal (meglio morti che ostaggi).
Suona peggio, eh?
Che so… VOLUTO, magari…
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Non solo, molti dei 1.200 israeliani uccisi non erano civili disarmati , erano delle forze di sicurezza, soldati o civili armati dei kibbutz.
E intanto hanno arrestato alcuni italiani tra cui una consigliera comunale perché rei di avere aiutato i palestinesi a raccogliere le olive, sarà un tentativo di genocidare le olive arabe?
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