
(Tommaso Merlo) – Avremo presto anche noi qualche Abdul El-Sayed, il primo musulmano ad entrare tra i 100 senatori di un paese di 340 milioni di persone. L’islamofobia furibonda di Trump non è servita a nulla come del resto i milioni di Elon Musk, le trame della lobby sionista e le moine del mainstream. Come successo con Mandami a New York, ha vinto il candidato migliore con idee migliori e tutto il resto è finito in secondo piano. Abdul è l’emblema di una nuova società frutto dei flussi migratori desiderosa di costruire un nuovo mondo. Figli e nipoti di immigrati, le nuove classi proletarie che hanno lavorato sodo per offrire ai loro figli le opportunità che loro non hanno avuto. Tipo mangiare regolarmente e bene, tipo studiare, tipo lavorare senza piegare la schiena e magari lanciarsi pure in politica come Abdul. La reazione del trumpismo al loquace e brillante medico di origini egiziane è stata davvero brutale, le nuove destre suprematiste fanno fatica ad accettare gli immigrati anche se rilegati in qualche settore usurante, figuriamoci vederli nei palazzi del potere a giocarsela alla pari. Non cioè usati come in passato in qualche spot, ma protagonisti. Per fermare Abdul hanno puntato sulla religione, la nuova frontiera razzista delle destre. Lo hanno additato addirittura come terrorista e solo in quanto musulmano, quello che fanno da decenni i sionisti in Palestina e che casualmente sta diventando di moda un pò ovunque. Spregiudicato bigottismo politico che per brama di potere si spinge a calpestare perfino il cristianesimo che non sa neanche cosa sia. Come Trump, un messia del demonio narcisistico idolatrato da orde di fascio evangelici ed invasati sionisti intenti ad insanguinare il mondo in nome di chissà chi. Abdul si è difeso dicendo di essere orgogliosamente americano, è cioè un cittadino di un paese laico e fondato sul pluralismo religioso. Un paradosso, discendenti di immigrati che difendono i valori occidentali mentre destre becere li calpestano speculando su odio e paura per raccattare voti. La risposta elettorale degli americani a certe meschine cacce all’uomo è stata chiara, basta cazzate e fermate piuttosto il carovita, dateci assistenza sanitaria e smettete di buttar via miliardi per i deliri sionisti. Il programma di Abdul. Quanto alla finta sinistra americana e soprattutto a quella vera, quelli come Abdul El-Sayed li candidano eccome e queste elezioni hanno sfornato anche sindaci e governatori. Accettano cioè l’esistenza di una nuova società e semplicemente ne assecondano l’espressione culturale e quindi politica. Perché sacrosanto e naturale ma anche perché in realtà non ci sono alternative. Che piaccia o meno la storia non ha la retromarcia e il compito della politica è gestire la realtà e non rigettarla. Ma come insegna Abdul tra i tanti, la via non è quella della società multiculturale. E cioè di più culture differenti che convivono all’interno degli stessi confini nazionali, la via è quella dell’integrazione democratica. A livello personale esistono culture infinite e tutte ovviamente rispettabili, ma a livello collettivo e quindi civile e politico, la cultura di un paese deve essere una e condivisa. Una cultura collante della società e quindi di quel paese. A prescindere cioè dalle origini o quant’altro, tutti i cittadini devono riconoscersi nella Costituzione che quel paese si è dato, nei suoi valori fondanti, nelle regole di convivenza civile e nei diritti e doveri che quella società ha maturato nel corso della sua evoluzione. Abdul è più americano di Trump e a differenza del presidente conosce la costituzione americana e ne incarna con fierezza i principi di uguaglianza ed universalità e partecipa a pieno diritto al gioco democratico. A livello personale ha origini egiziane, ha la pelle più scura, è musulmano e spesso mangia pollo e cuscus come lo cucinava sua nonna, ma questi sono tutti aspetti personali che non incido sulla sua dimensione di cittadino e di americano. Se non in modo positivo, in quanto portatori di una diversità che è sempre una risorsa in quanto arricchente. È questa la via per prevenire ghetti e muri anche mentali e quindi politicanti che ci speculano sopra alimentando conflitti per qualche poltrona. Tutti unici come persone, tutti uniti come cittadini. Oggi di un paese e domani del mondo. E come dimostra Abdul, l’immigrazione nei limiti attuali non è un problema ma una risorsa e se si vuole evitare che il fenomeno superi i livelli di guardia, bisognerà fare in modo che in futuro i vari nonni e genitori dei vari Abdul sparsi per il pianeta, abbiano una vita decente nei loro paesi. Smettendola di fare guerre e investendo piuttosto nella giustizia sciale anche globale. Una sfida epocale in cui talaltro gli immigrati e i loro discenti possono giocare un ruolo strategico. Già, la vittoria di Abdul è davvero emblematica e riguarda anche noi. A destra rigurgiti di sovranismo bianco in modalità islamofobica, dall’altra una società nuova desiderosa di costruire un mondo nuovo.