
(di Pino Corrias – ilfattoquotidiano.it) – Donald Trump è diventato un tizzone ardente. Brucia le dita di tutti quelli che lo hanno applaudito per sottomettersi alla sua corona di re del mondo. Non ha ancora perso tutto, ma ha già perso molto. Le elezioni di Midterm hanno trasformato la sua onnipotenza in una disfatta politica. Il suo consenso precipita. Il suo partito paga. I suoi alleati cominciano a guardarsi intorno, cercando un estintore. E adesso assistiamo al più comico e indecente spettacolo della politica contemporanea: la fuga dei complici.
Perché Trump non è diventato improvvisamente Trump. Lo era già. Era già l’uomo condannato per 34 falsificazioni di documenti contabili, quello riconosciuto responsabile di abuso sessuale contro la scrittrice E. Jean Carroll, quello che ha pagato Stormy Daniels per negare la loro relazione, quello che se la spassava alle feste maligne di Epstein, quello delle menzogne a raffica, dell’assalto a Capitol Hill, delle minacce agli avversari, del disprezzo per le donne, gli immigrati, i poveri. Era già il miliardario che considera la Casa Bianca un’estensione delle proprie aziende, la politica estera una trattativa immobiliare, la pace un affare da concludere possibilmente con un premio Nobel a fine pasto. Non occorreva un’indagine dell’Fbi per capirlo. Bastava ascoltarlo. Bastava guardarlo. Bastava non mentire a se stessi.
Invece no. Per due anni abbiamo ascoltato una processione di commentatori, editorialisti, diplomatici, politologi, specialisti della genuflessione, spiegarci che dietro ogni sua volgarità si nascondeva una strategia. Dietro ogni insulto una verità. Dietro ogni ricatto una raffinata tecnica negoziale. Dietro ogni menzogna un messaggio agli elettori. Trump minacciava e loro traducevano. Trump delirava e loro interpretavano. Trump pretendeva e loro applaudivano la sua capacità di ottenere risultati. Per spiegare un uomo senza scrupoli hanno inventato un’intera scienza degli inchini. Adesso che il vento gira, gli stessi interpreti scoprono i suoi limiti, gli eccessi, le contraddizioni, il linguaggio divisivo. Che coraggio. Che tempestività. Che straordinaria capacità di arrivare alla verità quando non costa più niente.
E Giorgia Meloni? Difficile per un premier italiano non sottomettersi all’alleato americano. Ma lei ha fatto molto di più, ci è andata a nozze e ha finito per cascare dentro la torta. Aveva scommesso sulla propria intimità politica col presidente americano. Era il suo alleato, il suo interlocutore privilegiato, il gigante che avrebbe garantito all’Italia un posto speciale nel mondo. A gennaio era arrivata a immaginare per lui il Nobel per la pace. Il Nobel. Per Trump. Che già armava e finanziava il massacro di Gaza, schierava le portaerei nel Golfo per minacciare Teheran, affondava i motoscafi venezuelani in diretta tv. Ora la premier deve spiegare come si conciliano il patriottismo italiano e la sudditanza a un presidente che usa i dazi contro gli alleati, tratta l’Europa come una seccatura, pretende obbedienza e chiama amicizia la sottomissione. Ma soprattutto deve spiegare agli italiani che cosa abbiano guadagnato da tanta devozione. Quale vantaggio economico, quale sicurezza, quale prestigio. Oltre alle fotografie sorridenti pretese, no, anzi, implorate. Il guaio è che, mentre il suo grande alleato va in malora, anche il governo italiano sbanda e pasticcia. La nuova manovra di Bilancio, 26 miliardi distribuiti in 157 articoli, è un catalogo di piccoli interventi, sconti provvisori, promesse valide soltanto per l’anno elettorale. Non un progetto per il Paese, ma una collezione di cerotti. Con tagli alla scuola, alla sanità, al lavoro. Incapace di immaginare un futuro più lungo di 12 mesi – salvo le armi e la guerra – mentre celebra con le fanfare la durata record del proprio governo. È questa la doppia bancarotta politica che si profila. Fuori, la scommessa sul padrone americano. Dentro, la povertà di una politica che ha scambiato la propaganda sui social e sui tg per il governo, la sudditanza per la diplomazia, la sopravvivenza per il successo.
Ma la questione più grave riguarda chi racconta tutto questo. Perché una democrazia può sopravvivere a un presidente indecente. Ma soffoca quando l’informazione diventa di regime, nasconde i fatti o li traveste, criminalizza le proteste di piazza e trasforma le critiche in un complotto. Adesso gli stessi addetti alla propaganda di prima, scriveranno migliaia di articoli sulla crisi del trumpismo. Analizzeranno i malanni dell’America, le oscillazioni del voto Maga, il malessere della classe media, la rivolta contro gli oligarchi. Tutto utile. Ma evitando di rispondere alla domanda più semplice: come avete potuto prendere sul serio, per tanto tempo, un uomo simile? Trump brucia. Meloni negherà di essersi scottata. Resta il tema (etico, deontologico, politico) di chi mente con il potere, per il potere. E pretende di chiamarla informazione.
“Trump perde e i complici ora fanno finta di niente”
Complici è il termine corretto. Trump è un volgare criminale che ha svolto operazioni di guerra fuori dal diritto internazionale e il nostro paese, in alcuni casi, era (è) al suo fianco .
Hanno cercato di fare distinguo tra operazioni cinetiche e di logistica, come se reggere il sacco a un criminale non fosse reato.
Questa storia deve finire!
Siamo complici di crimini di guerra e privi di un garante della Costituzione !
Basta con queste umiliazioni da paese servo, basta !!
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bell’ articolo….!!!
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La Cialtronaaaaaaa più è nella m…a e più gode, ormai è convinta di tenere in pugno i gonzi italiani che la seguono inneggiando verso il precipizio, in cui, LEI, si guarderà bene dal cadere. E avanti gli altri in un climax orgasmico…..anche se puzza
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I Democratici hanno conquistato il controllo sia della Camera dei Rappresentanti che del Senato degli Stati Uniti nelle elezioni di midterm del 3 novembre 2026. Questo storico ribaltamento rappresenta una netta vittoria per il partito d’opposizione (“onda blu”) e una pesante battuta d’arresto politica per il presidente Donald Trump e la sua amministrazione.
Di seguito viene riportato il resoconto principale dei risultati basato sui dati diffusi da The Associated Press (AP) e dai principali network internazionali.
Il Senato degli Stati Uniti
Il Partito Democratico ha strappato la maggioranza ai Repubblicani alla camera alta del Congresso.
• Nuovo equilibrio: I Democratici si sono assicurati almeno 54 seggi (guadagnandone 7), mentre i Repubblicani sono scesi a 44 seggi.
• Flips storici: Il successo dem è stato trainato da vittorie in Stati tradizionalmente conservatori o fortemente contesi. Tra le più significative spiccano la vittoria di James Talarico in Texas, di Annie Andrews in South Carolina, e i seggi ribaltati in Iowa, Kansas, North Carolina e Ohio. In Maine, la senatrice repubblicana di lungo corso Susan Collins è stata sconfitta dallo sfidante Troy Jackson.
• Gare in bilico: I conteggi per i seggi in Alaska e Mississippi restano estremamente serrati e vicini al fotofinish.
La Camera dei Rappresentanti
Anche la camera bassa è passata sotto il pieno controllo democratico.
• I seggi: Su 435 seggi totali, i Democratici hanno superato ampiamente la quota di 218 necessaria per la maggioranza, conquistando almeno 247 seggi (con un saldo positivo di 36 scranni). Ai Repubblicani sono andati provvisoriamente 153 seggi, con diverse sezioni ancora in fase di scrutinio avanzato.
• Leadership: Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, si appresta a diventare il prossimo Speaker della Camera.
Governatori e Impatto Politico
• Texas e Michigan: Oltre al Congresso, i Democratici hanno registrato importanti successi locali conquistando la guida dello Stato del Texas e confermando il Michigan, dove Jocelyn Benson ha sconfitto il candidato sostenuto da Trump, John James.
A seguito del voto del 3 novembre, i mercati finanziari hanno reagito positivamente con un forte rialzo degli indici a Wall Street. Sul piano internazionale, il nuovo Congresso a maggioranza democratica fa presagire una rinnovata sintonia con i partner europei, in particolare sul fronte del sostegno militare all’Ucraina e nella cooperazione all’interno della NATO. https://24plus.ilsole24ore.com/art/midterm-usa-trump-sconfitto-cosa-cambia-l-europa-ucraina-dazi-e-nato-AJkqo24B
La pesante sconfitta dei Repubblicani nelle elezioni di midterm del 3 novembre 2026 ha effettivamente innescato un durissimo scontro interno all’universo conservatore, provocando forti reazioni e accuse incrociate nei confronti di Donald Trump e del movimento MAGA.
L’esito del voto ha aperto una profonda spaccatura sulla gestione della leadership.
• Le accuse del partito: Figure di spicco, consulenti ed eletti del Partito Repubblicano hanno apertamente attribuito la responsabilità del disastro elettorale a Trump. Esponenti interni sostengono che l’aver incentrato la campagna sul presidente e l’aver imposto candidati populisti e poco efficaci nei distretti chiave abbia alienato gli elettori moderati.
• La linea di fazione del cerchio magico: Dall’altro lato, la difesa dell’entourage di Trump e dei fedelissimi del MAGA respinge le critiche, scaricando le colpe sulla scarsa qualità comunicativa dei singoli candidati sul territorio, definiti in alcuni post social “pigri e poco stimolanti”. Lo stesso Trump ha cercato di sminuire l’impatto personale, dichiarando che con lui direttamente sulla scheda i risultati sarebbero stati diversi.
• Il fattore geopolitico ed economico: Molti alleati storici e analisti rilevano come l’elettorato di riferimento abbia mal digerito le ricadute economiche della guerra in Iran, l’aumento dei prezzi del carburante e la gestione dei dazi commerciali, elementi che hanno sgretolato la coalizione che sosteneva l’amministrazione. Persino il vicepresidente JD Vance ha indicato pubblicamente il conflitto in Iran come causa primaria della sconfitta.
Questa debacle ha di fatto accelerato le manovre interne per l’era post-Trump, con diverse correnti del partito che ora spingono per un cambio di rotta in vista delle presidenziali del 2028.
La condotta delle agenzie d’immigrazione (ICE) e l’operato del Segretario alla Difesa (indicato polemicamente come “ministro della guerra”) Pete Hegseth sono considerati tra i fattori chiave che hanno pesato sul disastro elettorale dei Repubblicani nelle midterm del 3 novembre 2026.
Entrambi i fronti hanno alimentato una forte reazione dell’elettorato, spingendo la mobilitazione democratica:
1. Il ruolo dell’ICE e il “pugno duro” sui seggi
Nei mesi precedenti al voto, la gestione dell’immigrazione guidata dal “Border Czar” Tom Homan e dal Segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin ha creato un clima di fortissima tensione.
• Tattiche aggressive ed elettorali: L’ICE ha intensificato i raid e i controlli, arrivando a ipotizzare e difendere la presenza di agenti federali in prossimità dei seggi elettorali per contrastare presunti voti irregolari.
• L’effetto boomerang: Questa strategia, definita dalle opposizioni e dai gruppi per i diritti civili come una vera e propria manovra di “intimidazione degli elettori”, ha finito per produrre il risultato opposto rispetto a quello sperato dai repubblicani. Ha infatti spaventato e allo stesso tempo mobilitato in massa le comunità di immigrati regolari e l’elettorato moderato o indipendente, che ha visto nell’uso delle agenzie federali una forzatura istituzionale pericolosa. Alcuni candidati repubblicani in distretti chiave (come in Texas e Florida) avevano persino tentato di prendere le distanze da questa linea dura per paura di perdere voti, ma senza successo.
2. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e la guerra in Iran
La figura del capo del Pentagono, Pete Hegseth, è al centro della bufera politica ed è diventata il bersaglio principale del malcontento, tanto da rischiare ora l’impeachment da parte del nuovo Congresso a maggioranza dem.
• La crisi militare: Hegseth ha gestito le operazioni militari e l’escalation nel conflitto non autorizzato in Iran, una guerra che gli stessi vertici del Partito Repubblicano (incluso il vicepresidente JD Vance) hanno indicato come la causa primaria della disfatta alle urne. Le tensioni al Pentagono sono ormai descritte come un “tutti contro tutti”.
https://www.bluewin.ch/it/attualita/mondo/come-agira-il-nuovo-congresso-hegseth-e-musk-nel-mirino-trump-rischia-un-terzo-impeachment-li.3661888
• Le accuse sul dispiegamento interno: Prima delle elezioni, Hegseth era finito sotto accusa da parte dei Democratici (con lettere formali da esponenti del Senato) per i timori legati a un potenziale utilizzo di forze o intelligence militari sul suolo interno in chiave elettorale. Anche se il Pentagono aveva poi virato la priorità sulla cyber-sicurezza contro le interferenze esterne, il coinvolgimento politico della Difesa ha alienato una fetta consistente di elettori contrari all’avventurismo bellico e spaventati dalla militarizzazione della politica interna.
In sintesi, la combinazione tra lo spettro dei raid dell’ICE a livello interno e il peso economico e umano della guerra guidata dal Pentagono in Iran ha offerto ai Democratici gli argomenti perfetti per compiere lo storico ribaltamento di Camera e Senato.
I dati e i sondaggi post-elettorali delle midterm del 3 novembre 2026 mostrano una dinamica molto interessante e per certi versi paradossale sul ruolo dei leader religiosi e dell’elettorato evangelico-sionista.
Non si è trattato di un tradimento ideologico diretto, bensì di un crollo dell’affluenza e di una profonda frattura interna che ha disinnescato la macchina da guerra elettorale di Donald Trump.
1. Fedeli nella cabina elettorale, ma molti sono rimasti a casa
I dati dei sondaggi nazionali ed exit poll (come quelli diffusi da Fox News e NBC) evidenziano che, tra gli evangelici bianchi che si sono recati a votare, la fedeltà al Partito Repubblicano è rimasta schiacciante: l’82% ha votato per i candidati conservatori, una percentuale in linea con le presidenziali precedenti.
Il vero problema per Trump è stato il collasso della partecipazione:
• Gli evangelici bianchi hanno rappresentato solo il 17% dell’elettorato totale in queste midterm, rispetto al 23-24% del 2024.
• Senza Trump direttamente sulla scheda elettorale e logorati dalla crisi economica interna (prezzi della benzina e del carovita), milioni di elettori della destra religiosa non hanno trovato la spinta per andare ai seggi, nonostante i massicci sforzi di mobilitazione delle organizzazioni conservatrici come la Faith and Freedom Coalition di Ralph Reed.
2. Il silenzio dei grandi predicatori della destra
Dietro le quinte, la “pletora” dei telepredicatori e dei leader del nazionalismo cristiano ha mostrato evidenti segni di distanziamento o distrazione nelle settimane precedenti al voto.
Un caso emblematico è stato quello di Lance Wallnau, uno dei più influenti predicatori dell’ala duro e puro del MAGA. Nelle sue convention di ottobre nel feudo del Texas, Wallnau ha deliberatamente evitato di menzionare le elezioni di midterm, preferendo concentrare i suoi sermoni su temi generici (come il sistema carcerario di El Salvador o i consigli sulla dieta dei fedeli), di fatto rifiutandosi di spendere il proprio capitale religioso per fare campagna attiva per i candidati trumpiani.
3. L’ascesa della “sinistra religiosa”
Mentre la destra evangelica faticava a mobilitarsi, il ribaltamento politico è stato guidato da una vera e propria contromossa sul piano della fede. I Democratici sono riusciti a scardinare il monopolio repubblicano sul voto religioso proponendo un cristianesimo progressista, inclusivo e concentrato sui temi sociali (“la regola d’oro”).
Due vittorie storiche simboleggiano questo cambiamento epocale:
• In Texas: Il democratico James Talarico (un predicatore e laureato in teologia) ha strappato il seggio al Senato sconfiggendo il fedelissimo di Trump Ken Paxton, impostando la sua campagna proprio contro il “nazionalismo cristiano”, definito da lui un cancro per la religione.
• In Kansas: Il pastore metodista Adam Hamilton, alla guida della più grande congregazione metodista degli Stati Uniti, ha sconfitto il senatore uscente repubblicano Roger Marshall (sostenuto da Trump), portando i Democratici a vincere un seggio senatoriale in Kansas per la prima volta dal 1932.
4. Il fattore internazionale e il voto cattolico/latino
L’alleanza tra l’amministrazione Trump e la linea dura del governo israeliano (l’asse sionista-evangelico) è rimasta solida nei palazzi del potere, ma ha creato profonde crepe sul piano elettorale. Le forti tensioni in Medio Oriente e il coinvolgimento americano nel conflitto con l’Iran hanno spaventato l’elettorato moderato.
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/midterm-israele-il-medio-oriente-e-le-crepe-nellalleanza-americana-250556
https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/03/09/fondamentalisti-religiosi-usa-guerra-iran-notizie/8317796/
Inoltre, il pugno duro dell’ICE e della Sicurezza Interna ha alienato definitivamente la fetta di evangelici e cattolici di origine ispanica. I cattolici, che nel 2024 avevano sostenuto Trump al 59%, si sono spaccati esattamente a metà (50% a 49% a favore dei Democratici), assestando il colpo di grazia alle speranze dei Repubblicani nei grandi Stati del Sud.
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Quando la nave affonda i topi scappano…
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