La Corte valuterà la coerenza con i principi della Costituzione. Con la soglia del 42% l’elettore perde ogni controllo sul senso reale della sua scelta

(di Gustavo Zagrebelsky – repubblica.it) – Ciò che non piace non è incostituzionale solo per questo. Ma tutti sanno che l’incostituzionalità di una legge non deriva soltanto da un contrasto con questa o quella specifica norma della Costituzione. Deriva anche dalla irragionevolezza rispetto ai suoi principi e valori, tanto più quando è “manifesta”. La legge elettorale testé approvata passerà sotto la lente, come sempre accurata e limpida, della Corte costituzionale. Sarà censurata qua o là oppure passerà indenne. In ogni caso, per salvarla si dovrà dimostrare che essa, nelle sue scelte di fondo e nelle sue norme particolari, non è solo il prodotto di interessi contingenti, ma regge anche alla luce di una qualche possibile visione di “giustizia elettorale”. Se no, sarebbe solo “ingiustizia elettorale”, cioè prepotenza o insipienza.

Innanzitutto, la legge non stabilisce un sistema elettorale, ma ne prevede due. Oscilla tra poli opposti. É bipolare. Si presenta come proporzionale: a ciascuno tanti seggi in rapporto ai voti ottenuti. Ma poi può trasformarsi nel contrario, in maggioritario: alla lista o alla coalizione più votate, se ottengono almeno il quarantadue per cento dei voti, è dato un “premio” (settanta seggi su un totale di quattrocento alla Camera e trentacinque su un totale di duecento al Senato). Se tale condizione non si realizza, si ritorna al punto di partenza, al proporzionale.

Dunque, due sistemi alternativi. L’elettore partecipa col suo voto e, di voto, ne ha uno solo. Come sarà utilizzato una volta dato, non sa. Varrà proporzionalmente o maggioritariamente? Si vedrà. Non dipende da lui. Dipende dal voto altrui se la fatidica soglia del quarantadue per cento sia o non sia raggiunta. É un’insostenibile incertezza, incompatibile con l’esigenza democratica primordiale che egli conosca il valore potenziale del voto che ha in mano, per poterlo dare di conseguenza. Col sistema proporzionale egli sostiene il proprio partito. Col maggioritario, si formano e si votano coalizioni. La scelta dell’elettore è di natura assai diversa. Col sistema proporzionale, la scelta è, per così dire, semplice; col maggioritario, è complessa e, per così dire, compromissoria. Per esempio, a destra e a sinistra (non c’è bisogno di fare esempi), nella coalizione ci potrebbero essere partiti che, per quanto indigesti, finiscono per giovarsi del voto di elettori che, col proporzionale, mai li voterebbero. Allora, o li si digerisce o, se non ci si riesce, ci si astiene. Se poi l’elettore, nelle sue scelte, considera anche il cosiddetto “voto utile”, il quadro cambia radicalmente a seconda dell’uno o dell’altro sistema elettorale. Ma, egli ignora quale sarà.

Il “premio” cambia dunque la natura della competizione elettorale, con le conseguenze ora dette. Ma, non è solo questo. Lo si chiama premio, ma la parola nasconde che esso è anche un castigo. Poiché il numero dei componenti le due Camere è fisso essendo stabilito dalla Costituzione, il “premio” non può essere una semplice aggiunta, ma deve comportare una parallela ed equivalente sottrazione. É necessario. La legge prevede complesse operazioni a questo fine: i divites, più ricchi di voti, esaltati; gli esurientes, più poveri, umiliati. Le minoranze, oltre a essere tali, devono pagare un tributo alla maggioranza e scontare la loro debolezza. Diverso sarebbe se il premio fosse davvero solo premio senza punizione. L’alterazione della rappresentanza non dipende solo dai seggi dati in premio, ma dalla somma di questi con quelli sottratti per punizione e questo numero può essere grande e abnorme. Diverso sarebbe se il premio fosse davvero solo premio senza punizione. Ma, siccome così non può essere, che ne è del Parlamento come organo della rappresentanza democratica?

“Premio di governabilità”, ripete ossessivamente un legislatore che ignora la lingua che usa: governabile è colui che si lascia governare, non colui che governa. La parola tradisce un retro-pensiero? Il gregge è governabile dal pastore, ma il pastore sa governare. A parte ciò, non è affatto chiaro come e perché il premio contribuisca alla “governabilità” del sistema politico. É un allettamento: forze politiche diverse prima si coalizzano per ottenerlo ma poi, una volta ottenuto, non hanno alcun motivo per mettere a tacere le diversità. Anzi: gonfiata e protetta, la maggioranza, di per sé, non cesserà di essere una sommatoria e i suoi diversi addendi potranno farsi valere rendendo difficile il governo, senza tema di farlo cadere. La coesione ci sarà sul comune interesse a durare e a occupare e spartirsi i “posti” disponibili, a incominciare dalla presidenza della Repubblica: il premio consentirebbe alla maggioranza gonfiata, quale che sia: di destra o di sinistra, di eleggere da sola chi vuole al vertice delle istituzioni. Da lì, a cascata, potrà agire per tentare di normalizzare, condizionare e rendere innocue le garanzie oggi previste contro gli abusi del potere, a incominciare dalla Corte costituzionale e dal Consiglio superiore della magistratura e, poi, giù giù, a cascata. La suadente governabilità potrà mostrare il suo volto alla luce del sole: non il governo ma il potere. Questo sarà il cemento, quello che nella Germania degli anni ‘30 si chiamava Gleichschaltung, la livella di chi non sta sul carro del vincitore.

A meno che la Corte costituzionale, quando sarà chiamata a giudicare, e gli elettori, quando saranno chiamati a votare, a questi rischi non preferiscano l’alternativa consentita dalla legge: negare a tutti il bramato premio del quarantadue per cento.