
(di Milena Gabanelli e Simona Ravizza – corriere.it) – A ogni riforma fiscale annunciata, scatta la convinzione che ci resteranno più soldi in tasca. Non avviene per caso: è la politica a dichiararlo apertamente, oppure a insinuarlo. Illudendoci. La stessa politica che invece tace sulle «trappole del Fisco» con cui continuiamo a fare i conti e che nessuna riforma ha mai risolto. Anzi, spesso le ha peggiorate. Abbiamo deciso di chiamarle «trappole» perché sono ben mimetizzate dentro a norme di difficile comprensione anche per i commercialisti, tant’è che per individuarle occorre metterle tutte in fila, fare i calcoli su ogni passaggio e comprendere come ogni nuovo provvedimento si incastra con quelli precedenti. Il quadro finale è che lo slogan politico quasi sempre nasconde una penalizzazione che chi governa e chi ne trae beneficio non hanno interesse a evidenziare.
Dipendenti pubblici e dipendenti privati
Prendiamo due dipendenti, uno privato e uno pubblico. Guadagnano entrambi 30 mila euro lordi l’anno. Ipotizziamo che tutti e due ottengano lo stesso rinnovo contrattuale: 638 euro lordi annui. Ma su quell’aumento, secondo i calcoli dell’economista Simone Pellegrino dell’Università di Torino, il dipendente privato, grazie a una tassazione agevolata del 5%, paga 32 euro di imposte. Quello pubblico, escluso dall’agevolazione, resta soggetto al regime ordinario, dove il prelievo sulla crescita di stipendio raggiunge il 41,7% e le imposte sono 227 euro. Una differenza di 195 euro. Stessa busta paga, stesso aumento, imposte completamente diverse. Il motivo? La legge di Bilancio 2026 ha introdotto una tassazione agevolata del 5% sugli aumenti dei rinnovi contrattuali firmati tra il 2024 e il 2026. Il beneficio riguarda soltanto i dipendenti del settore privato con un reddito da lavoro fino a 33 mila euro. Restano fuori i 3,3 milioni di impiegati statali, per i quali continua a valere il regime ordinario. Non sappiamo ancora se l’agevolazione sarà prorogata con la legge di Bilancio 2027, l’ultima prima delle elezioni politiche previste per il prossimo anno.
(…) dal 2014 si è costruita una complessa impalcatura di bonus e detrazioni da lavoro dipendente. Comprenderla (…) è un’impresa.
Ma come mai è stato necessario introdurre questa agevolazione? Perché a cominciare dal 2014 si è costruita una complessa impalcatura di bonus e detrazioni da lavoro dipendente. Comprenderla, con tutte le cifre che si accavallano, è un’impresa. I bonus sono somme che si aggiungono allo stipendio: uno riguarda prevalentemente chi guadagna fino a 15 mila euro, un altro chi arriva a 20 mila. Le detrazioni da lavoro, invece, sono sconti sulle imposte da pagare: la prima, dopo i 15 mila euro, diminuisce progressivamente fino ad azzerarsi a 50 mila; la seconda vale 1.000 euro fino a 32 mila euro, poi si riduce fino a scomparire a 40 mila. Misure sacrosante nelle intenzioni, pensate per far pagare meno imposte in queste fasce di reddito. Ma, quando si parla di fisco, non è importante concentrarsi solo su quante imposte si pagano in base alle tre aliquote del 23, 33 e 43%, ma anche su quante se ne pagano in più se il reddito cresce un po’. La trappola scatta proprio sulla parte di aumento e si finisce per pagare più tasse per due ragioni diverse: sulla parte guadagnata in più si versano le imposte previste dal proprio scaglione di reddito; e contemporaneamente, guadagnando un pochino di più, si perde una parte delle detrazioni a cui si aveva diritto.
Il risultato è che sull’aumento di stipendio il Fisco può trattenere molto più di quanto prevede l’aliquota Irpef del proprio scaglione: il prelievo effettivo è del 17,7% per i redditi lordi tra 8.500 e 15 mila euro; del 27,4% tra 15 e 20 mila euro; del 32,2% tra 20 e 28 mila euro; del 41,7% tra 28 e 32 mila euro. Il colpo di grazia arriva tra 32 e 40 mila euro: sugli aumenti di stipendio il Fisco trattiene il 54,1%. Superati i 50 mila euro le detrazioni si azzerano e di conseguenza sugli aumenti di stipendio si torna a pagare l’aliquota prevista dal proprio scaglione.
Ecco, dunque, che cosa è successo: per aiutare imprese e sindacati a rinnovare i contratti (perennemente in ritardo) e lasciare più soldi in tasca ai lavoratori, la Finanziaria ha ridotto al 5% le imposte sugli aumenti per i dipendenti privati. Giusto. Ma lo ha fatto senza risolvere il problema vero: il meccanismo distorsivo che sta alla base. Così due lavoratori con lo stesso stipendio e lo stesso aumento vengono trattati dal fisco in modo completamente diverso.
Prof delle superiori
Facciamo un altro esempio. Un professore delle superiori, con 18-24 anni di servizio, guadagna 42.913 euro lordi l’anno (minimo tabellare). Tolti i contributi, resta un imponibile di 38.969 euro. Che cosa succede nel passaggio allo stipendio netto? In base ai conti degli economisti Leonzio Rizzo e Riccardo Secomandi dell’Università di Ferrara, le riforme fiscali del governo Draghi e del governo Meloni gli fanno risparmiare 1.574 euro di imposte l’anno. Ma anche qui c’è una trappola: il Fisco tassa la busta paga come se l’inflazione non ci fosse. È il cosiddetto «fiscal drag».
Immaginiamo che il nostro stipendio sia una bottiglia d’acqua e l’inflazione il caldo. Quando la temperatura sale, abbiamo più sete e la bottiglia non basta più a dissetarci. Il barista, che rappresenta il Fisco, ci fa pagare però sempre la stessa cifra e noi restiamo con la sete. Se riceviamo, poi, una bottiglia leggermente più grande non abbiamo più acqua di quella che ci serve, ma soltanto quella necessaria a compensare il caldo. Però sul quantitativo d’acqua in più lo stesso barista invece ci chiede più soldi. Ebbene, se gli scaglioni Irpef e le detrazioni fossero stati adeguati all’inflazione, grazie alle riforme fiscali il professore avrebbe realmente in tasca qualcosa in più poiché il suo stipendio netto sarebbe di 32.821 euro. Per mantenere il potere d’acquisto del 2019 gliene basterebbero 31.769. Ma interviene il drenaggio fiscale con 2.825 euro di tasse aggiuntive, trasformando il vantaggio in 1.773 euro di perdita. Il netto scende quindi a 29.996 euro. Tra i Paesi Ocse osservati dal 2000 al 2024, in Europa non hanno mai adeguato il prelievo all’inflazione solo Portogallo, Spagna, Polonia, Slovenia, Grecia. E Italia.
Avvocati con flat tax
Un ultimo esempio, come risulta da una simulazione dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Due avvocati fatturano 60 mila euro all’anno. Entrambi aderiscono al cosiddetto «regime forfettario», riservato a chi non supera gli 85 mila euro di ricavi. Qui il Fisco non guarda i costi che i liberi professionisti sostengono per lavorare: stabilisce in anticipo, in base al tipo di attività, quale percentuale considera come spese, determinando di conseguenza il reddito da tassare. Per gli avvocati è il 78%, perché presume che il restante 22% siano i costi sostenuti. Il reddito imponibile è quindi di 46.800 euro. Su questi si applica la flat tax del 15%: entrambi pagano 7.020 euro.
Ma il primo avvocato ha soltanto 5 mila euro di costi reali, pertanto sul suo guadagno effettivo di 55 mila euro l’imposta pesa il 12,8%. Il secondo ha una segretaria part-time e arriva a 20 mila euro di costi: il suo guadagno effettivo scende a 40 mila euro, ma continua a pagare le stesse imposte che per lui pesano il 17,6%. Si premia dunque chi tiene l’attività piccola e snella, mentre chi investe di più o crea un posto di lavoro viene penalizzato. Stessa flat tax, peso diverso. Di piatto non c’è proprio nulla.
Il problema è che le riforme fiscali non possono essere fatte a colpi di messaggi ingannevoli e soluzioni tampone. Su ogni misura, prima di essere adottata, occorrerebbe considerare quali effetti a cascata produce. Perché quando il Fisco è percepito come ingiusto tradisce la fiducia dei cittadini. E la Banca mondiale ricorda che proprio la percezione di un sistema fiscale equo è il principio imprescindibile che può spingere i cittadini a pagare volontariamente le imposte.