(Tommaso Merlo) – La partitocrazia ha perso il controllo della società. Oramai rappresenta solo se stessa e i pochi tifosi superstiti. I partiti si sono ridotti ad agenzie di marketing elettorale e i politicanti ad influencer e venditori televisivi di fuffa propagandistica. Arroganti imbonitori disposti a dire tutto e il suo contrario per un pugno di voti. Ed è per questo che i più non votano e non seguono più, perché non credono che votando certi arroganti poltronari cambierà qualcosa. Una crisi di risultati figlia di decenni di promesse a vanvera, scandali perlopiù coperti e legislature sprecate a non combinare nulla se non gli affaracci di categoria e danni. Una crisi di contenuti politici, programmi elettorali diversi a chiacchiere che alla prova dei fatti si riducono tutti alla stessa ordinaria amministrazione mentre la crisi si fa sempre più straordinaria. Con nessuno che affronta i problemi strutturali perché non rendono in campagna elettorale in quanto richiedono sacrifici e non mancette elettorali e perché contrastano coi poteri forti. Una crisi di qualità delle classi dirigenti, un film dell’orrore rispetto al passato. Personaggi sempre più ignoranti ed incapaci ma anche cinici e spregiudicati che una volta sul trono non lo mollano più. I partiti avevano il compito di selezionare le personalità migliori ed oggi invece selezionano il peggio con capibastone che si circondano di parenti, leccapiedi e comprimari che gli garantiscono carriere infinite. Viene premiata la fedeltà, la faziosità, l’ipocrisia, la sfacciataggine che permettono al sistema di sopravvivere ai suoi fallimenti. Egoismo personale che si fa di sistema e meritocrazia al contrario. Gli italiani sono nettamente migliori delle classi dirigenti e per questo si è allargato il fossato alimentando rabbia sociale. Ma ad essere in crisi è anche il modello proposto dal pensiero unico, quello per cui a comandare è il mercato con la politica al suo servizio invece che a quello dei cittadini. Che la crescita economica ricada magicamente a pioggia su tutti si sta rilevando una minchiata epocale. Il mercato si basa sull’ingiustizia sociale e sulla legge del più forte o del più privilegiato. Siamo addirittura arrivati ai trilionari che hanno più soldi di dozzine di paese in cui si muore di fame con migrazioni di massa che alimentano lotte tra poveri. Ridistribuire in maniera intelligente la ricchezza e garantire servizi pubblici e diritti, è un compito che spetta alla politica che deve quindi rafforzare lo stato sociale e non distruggerlo. Ed invece è questo che sta succedendo. È saltato il patto sociale, in passato la classe media aveva un lavoro pagato decentemente, la garanzia di una pensione dignitosa e nella vita con un minimo di sacrifici si poteva permettere addirittura una seconda casa e se avevano bisogno di un dottore si trovava sempre. Oggi i loro figli hanno studiano molto di più ma si ritrovano schiavizzati fin da quando mettono il naso fuori di casa, poveri e senza prospettive, mentre i loro nipoti fanno che scendere per strada a protestare con ancora i pantaloni corti. Anche mettere su famiglia è diventato un lusso mentre tutto attorno cade a pezzi. Colpa di fenomeni storici come la globalizzazione o meglio la deindustrializzazione dell’Occidente a favore di aree in cui il lavoro costa meno ed è sfruttato di più e di una competizione planetaria, un declino a cui però la politica anche di sinistra non ha saputo rispondere se non facendo macelleria sociale per assecondare le esigenze di mercato. Ed ecco i risultati, intere generazioni che sopravvivono precarie e sottopagate, crescita dello zero virgola e servizi pubblici allo sfascio, nessuna rotta alternativa e al collo il macigno del mega debito pubblico che ci rende ricattabile dagli strozzini borsistici. E qui arriva il capolavoro partitocratico. Nel bel mezzo di tale crisi epocale, i politicanti hanno avuto la brillante idea di rimettersi a fare la guerra. E non contro chiunque ma contro due delle fonti energetiche principali del pianeta col risultato di massacrare a colpi di bollette sia famiglie che imprese e adesso dandogli il colpo di grazia con benzina e quindi carovita da incubo. Il tentativo di colpevolizzare a vanvera i più deboli e cioè i migranti e di ridurre tutto ad un problema di ordine pubblico, conferma il livello imbarazzante della politica nostrana. Con anche una devastante crisi demografica, se non ci fosse loro, i nostri giovani sarebbero costretti a raccogliere pomodori e tagliare patate con lauree in scienze politiche e filosofia, mentre masse di esclusi lascerebbero le periferie cittadine per tornare negli entroterra a vivere di una economia di sussistenza mentre molti italiani ricomincerebbero a migrare con la valigia di cartone ma verso la Cina. È così. La violenza è solo un sintomo di una crisi molto più profonda e complessa. Serve una nuova fase politica in cui la vecchia partitocrazia prenda atto del suo fallimento storico e si faccia da parte. Serve una politica espressione dell’oggi e quindi capace di proiettarsi nel futuro unendo invece che dividendo e servendo i cittadini invece di usarli. Una politica seria, umile e concreta che si rimbocca le maniche per uscire da questa grave crisi ma anche per ritrovare nuovi orizzonti.